lunedì 11 luglio 2011

Gramvousa. Un gran bel modo di arrivare a Creta.

Nella nostra traversata da Kythira a Creta, il vento è stato incredibilmente clemente. Tra i 15 e i 20 nodi da Nord Est, ci ha permesso di fare un bel lasco a tutta vela. Nel tragitto, passiamo a Antikithira, ve lo avevo detto che gli “Anti” in Grecia hanno sempre un loro perché, no? Antikithira è bella e dannata, il lato Ovest appare crudelmente inospitale con chi arriva dal mare: fondali profondissimi che non scendono sotto i 50 metri neanche sotto costa, a metà dell’isola un piccolissimo porto naturale tra gli scogli, valido solo per i gommoni e per le barchette in legno dei locali. Non c’è nessuno, d’altra parte non si vede una barca a perdita d’occhio. Riusciamo ad averla vinta a sud dell’isola e subito prima del faro, troviamo un fazzoletto di fondale a 10 metri su sabbia dove riusciamo ad ancorarci per un paio d’ore. Fondali stupendi, acqua limpida, l’alta roccia protegge dal vento, pure troppo. Ma il bello deve ancora venire. 
Poco prima del tramonto, raggiungiamo l’isola di Gramvousa e Balos Ormos a lei antistante, ovvero l’estremità a nord ovest dell’isola di Creta. È indiscutibilmente il più bel posto che io abbia visto da mare. Un piccolo tarlo mi rode pensando che probabilmente è anche il più bel posto che vedrò mai da mare. Nulla regge il paragone, non la Sardegna e la Corsica, non le Eolie, non le Pontine, ma neanche Seichelle e Maldive. Forse in Sud Africa o in Mar Rosso si potrà trovare qualcosa che equivalga Gramvousa, chissà. 
La prima notte, ci ancoriamo nella cala rivolta a Sud dell’isoletta, proprio accanto al relitto arrugginito di un mercantile che trasportava sacchi di Cemento. Giovanni si fa una nuotata al suo interno, io evito perché ho sempre in mente quella scena de “Lo Squalo” in cui dal relitto appare di colpo la testa senza un occhio della vittima dell’animale. Mi basta vedere un relitto che sento la musica “dan – dan – dan – dan- dan – dan”. 
Nei suoi pressi, sott’acqua in 3 metri di fondale, tonnellate di cocci di anfore.  Ecco, un piccolo inciso sull’acqua: siamo a un passo dall’Africa, siamo più bassi di Tunisi e Gramvousa ci accoglie con una temperatura dell’acqua che nel corso della giornata oscilla tra i 15 e i 19°. Sembra di fare il bagno nel ghiaccio lasciato sciogliere nel bicchiere, anestetizzante ma bello come solo i bagni veramente freddi possono esserlo, che esci dall’acqua e ti sembra di essere dimagrito di 5 chili.
 Lo scenario è lunare, di fronte a noi  una vera e propria dolomite che al tramonto si tinge di rosa, sotto di noi acque turchesi e su Gramvousa un antico forte e una anomala distesa fittissima di agavi. In rada con noi un gommone che fa campeggio nautico e l’Hanse del navigatore solitario tedesco che avevamo già incontrato a Elafonissi.  A terra, un pescatore, che abita un piccolo rudere dietro la spiaggia ,chiama ininterrottamente il suo cane nero. Il giorno dopo ci spostiamo nell’anti-Gramvousa, ovvero Balos ormos, un dedalo di sabbia inframmezzata ad acqua sormontata dalla dolomite rosa. Nonostante arrivino 2 barconi con un po’ di turisti ed altri ne scendano via terra  facendo a piedi 2 km e prima 18 di strada sterrata, non cambia nulla, il luogo resta misticamente stupendo. Qui la natura vince su tutto, nulla sembra poter intaccare questo scenario di incredibile suggestione. Il silenzio è assordante, mai ossimoro fu più indicato, qui senti il rumore del silenzio, chi ci crede forse sente anche la voce di dio. 
Scendiamo a terra con il tender e ci mettiamo a camminare tra istmi, laghetti salati interni,  canali, e spiagge inframezzate da scogli etti. Risaliamo un po’ la montagna rocciosa. Come sarebbe vivere a Gramvousa? Primitivo, mistico, ascetico. Da mezza costa sulla montagna riesco a contare almeno 15 colori di mare diverso, anche senza occhiali da sole sembra tutto polarizzato, saturo, è un trionfo di colori.
Qualche gruppetto fa campeggio libero dietro le dune, sono silenziosi, non giocano a racchettoni, non strillano a Giggetto di uscire che ha le labbra viola, non sembrano neanche brutti, non portano colori sgargianti. È Gramvousa che rende elegante il tutto o sono le persone più belle che scelgono di venire fin qui? Non lo so, cerco di approfondire mentre Giovanni va su e giù per la montagna a far foto, parlando con una famiglia di italiani. Lei, lui, una figlia di 14 anni, quella di 22 l’hanno lasciata a Ravenna perché ha iniziato uno stage. Lei avrà la mia età, forse un paio d’anni di meno. “Voi siete quelli della barca?” chiedono, d’altra parte siamo l’unica barca, dopo che stamattina il tedesco, salutandoci con un gesto che identifichiamo con un “ci rivediamo più a sud”, è andato via. Lui è un velista, ha un piccolo 21 piedi a Ravenna e come ci accade sempre più spesso, ci ascolta con gli occhi pieni di sogni e a un certo punto dice “Presto lo faremo anche noi, un bel sabbatico in barca in giro per il mediterraneo…” Come sempre, lei che si dichiara un po’ paurosa, frena e indicando la figlia dice “magari prima facciamo grande lei”. Che bella frase “facciamo grande lei”, di solito le mamme dicono “quando lei sarà grande” o “aspettiamo che abbia finito le scuole”, trovo che invece il “facciamo grande lei” sia stupendo, sa di progetto, sa di vittoria.
Sappiamo che dobbiamo continuare, sappiamo che non siamo ancora neanche a metà del viaggio che abbiamo pensato, ma facciamo davvero fatica a lasciarci Gramvousa alle spalle. Cerco di prendere tempo dicendo che tra due giorni è luna piena e che impaginata qui a Gramvousa sarebbe perfetta ma Giovanni non cade nel tranello, impietosamente tira su l’ancora e si va.

sabato 9 luglio 2011

Kythira on the road.


Al terzo giorno a Kapsali, dopo aver riormeggiato all’inglese, ovvero in sicurezza, sotto benedizione dell’amico portuale,  decidiamo di armarci di moto in affitto e girare l’isola da terra. Sul lungomare, Panayotis affitta auto, scooter e moto enduro. Per inciso, va detto che Panayotis è il miglior esempio di professionalità ed eccellenza nel servizio che io abbia visto negli ultimi anni, non solo qui in Grecia, ovunque. 
La sua perfezione lascia commossi: caschi nuovi con ancora l’etichetta attaccata, moto con il pieno e ci dice di riportarla pure a secco, ci pensa lui, cartellina in dotazione con piantina dell’isola piccola e carta stradale grande. Quando torniamo ci regala una copia di una stampa di Kapsali negli anni 50. Ecco, vorrei portarmi a casa Panayotis e fargli fare un seminario sulla cultura del servizio al cliente agli imprenditori italiani ma poi penso che Panayotis sta bene dove sta in questo momento e sinceramente pure io. Scegliamo una Kawasaki Sherpa 250 che per le strade sterrate di Kythira con le raffiche di vento ci sembra la soluzione migliore. 
Anni fa a Karpathos avevamo preso in affitto una Enduro e girato l’isola in lungo e in largo per due giorni. Appunto… anni fa, per la precisione 21. Triste accorgersi che gli anni passano mentre sei a bordo di una moto… Comunque, teniamo duro e facendo finta di niente ci giriamo gran parte dell’isola, per prima cosa andiamo ad Avolemona, un borghetto di pescatori parzialmente addomesticato ad un blando e silenzioso turismo. 
Sul molo un paio di barche a vela ma con pescaggio ridotto rispetto al nostro, all’ancora fuori un’altra barca nel posto che avremmo scelto noi per l’ancoraggio. Pranziamo lì sotto un sole scottante con una enorme insalata greca. Poi proseguiamo andando giù lungo la sterrata fino ad una bellissima spiaggia a Kaladi. Siamo viziati dagli agi della barca, fare un bagno a mare senza poter fare la doccia dopo e tenersi addosso il costume bagnato ci sembra un sacrificio duro da compiere. Passa subito. Ancora un po’ di chilometri in sella con buona pace delle mie ernie lombari e siamo a Mylopotamos, lungo la strada una plateia (piazza) ombreggiata da platani, ci sediamo a bere una soda tra vecchietti che si ubriacano di ouzo. 
Nelle cittadine che attraversiamo negozi di souvenir (per chi? Qui in luglio non sembra esserci un turista) traboccano di oggetti realizzati con un fiore che sembra mimosa, devono avere un significato religioso,  ma non so quale. Raggiungere le cascate di Fonissa è una meraviglia, scendi il piccolo canyon tra le piante e lo stormire di cicale, sentendo l’acqua scorrere sule pareti. Mi tuffo immediatamente nelle gelide acque dolci sotto la cascata. 
Giovanni assaggia l’acqua e fa un passo indietro, troppo fredda, dice. In realtà credo che lo rimpianga quel bagno gelido e rinfrescante. Siamo tornati a Kythira dopo 25 anni dalla prima volta e l’abbiamo ritrovata intatta, esattamente come allora. Mi chiedo come mai quest’isola non sia stata scoperta dal turismo vacanziero, in fondo c’è un aeroporto, è raggiungibile facilmente anche via terra, un po’ lungo il viaggio in auto ma non poi così tanto. Il mare è limpido, pulito, la costa rocciosa ma ricca anche di belle spiagge, la chora è bella, tipica, dal forte veneziano del 1300 si vede un panorama stupendo. È un’isola ideale per camminatori con i suoi numerosi sentieri ben descritti in un libro di un olandese che si è trasferito a vivere qui. E poi ovunque, profumo di timo. 
Con la sua posizione strategica tra il Peloponneso e Creta, Kythira è sulla rotta di molte navi che vanno da Est a Ovest del Mediterraneo (e viceversa) evitando il canale di Corinto. Con un po’ di immaginazione da Kapsali senti il profumo dell’Africa. Con molta immaginazione ti imbarchi virtualmente su quei cargo che vedi passare e in un attimo sei nel canale di Suez.

venerdì 8 luglio 2011

Kythira - Kapsali. Tra ormeggi e nuotate con la tartaruga.

Dopo aver percorso la costa orientale di Kythira, raggiungiamo il porto di Kapsali sulla costa Sud, ben riparata dal vento dominante. Ci arriviamo davanti  sospinti da un bel grecale forte, (la versione est del meltemi) a tutta vela e con velocità ragguardevoli. Visto che è pomeriggio presto, decidiamo di proseguire per buttare un occhio sul versante ovest che sappiamo essere povero di ridossi e di ancoraggi ma oggi dovrebbe avere un mare calmissimo. 
Il vento aumenta notevolmente, aiutato dalla conformazione della costa e le raffiche diventano rabbiose. Facciamo a tempo ad ammainare le vele e proseguiamo con motore al minimo. Ne fa le spese però il nostro mitico tender, al guinzaglio sulla poppa che viene scaraventato da una raffica in aria e da lì contro il fuoribordo che è fissato a poppa della barca. Il poverino, dopo questa centrifuga si abbatte in acqua, e con uno sbuffo inizia ad afflosciarsi. “È solo un piccolo taglio”, cerchiamo di consolarlo, issandolo a bordo e promettendogli una riparazione curata non appena arrivati in porto. Ma lui sembra rimproverarci per la nostra distrazione e tutti i torti non ce li ha…. 
Giriamo velocemente la prua verso Kapsali e arriviamo al porto trovando un molo interamente vuoto fatta eccezione per un Oceanis 400 ormeggiato all’inglese. Sul molo un ufficio doganale chiuso e una grande scritta WELLCOME – KALOS AGATHE sembra dirci “noi qui si lavora poco, cavatevela da soli e non rompete i coglioni”.  Con una certa maestria, Giovanni accosta e io salto a terra con una cima da passare nella bitta, poi di nuovo a bordo per fissarla a prua, poi corro a poppa a prendere la seconda cima, passarla nella bitta e ridarla a Giovanni. Entrambi nel frattempo corriamo lungo il bordo per controllare i parabordi. Finito di ormeggiare, arriva l’omino del porto in motorino - “Dov’eri benedetto figliolo quando c’era bisogno di una mano?” – il quale ci invita in ufficio a regolare il nostro ingresso. Anche qui, dobbiamo notare che i locali prendono a cuore ogni tuo problema e cercano in tutti i modi di risolverlo. Anche qui sembrano agitarsi e darsi molto da fare per te, il che è come sempre commovente. Il tipo in questione cerca per noi l’autobotte per il rifornimento e ci procura il servizio entro mezz’ora.  L’iter per accreditarci in porto è lo stesso di sempre, foglio da compilare con i nostri dati, nessuno chiede di controllare i documenti di identità, quello che vogliono sempre sapere è “last port” and “next port”. 
Sul last nessun problema, la memoria regge abbastanza anche se ogni volta dobbiamo pensarci, un po’ come quando il ginecologo chiede la data dell’ultima mestruazione, non so voi, ma io mai che mi sia ricordata di scriverla, così ogni volta sto lì due ore a cercare di ricostruire insieme al medico per poi dedurre insieme una data da scrivere sulla cartella che difficilmente è quella giusta. Sul “next port” ora abbiamo imparato che bisogna barare, il nostro sincero “we actually don’t know” getta nello sconforto le autorità portuali, quasi come gli stessimo dicendo che non sappiamo quanti giorni ci restano da vivere. Entrano nel panico e insistono nel domandartelo, per loro è impossibile che tu non abbia le idee chiare e un programma altrettanto preciso riguardo il tuo futuro. Ora abbiamo imparato e diciamo un porto ragionevolmente vicino e una data (vogliono sapere anche quella) ragionevolmente prossima. Poi, non importa se ci vai realmente, né quando ci vai, per mare si sa ogni imprevisto è credibile. La preoccupazione del nostro amico portuale è che appena cali il vento tutte le barche si riormeggino di poppa gettando l’ancora, sembra abbia ordini di lasciare sempre liberi 10 metri finali di molo e passa la giornata a correre dal suo ufficio sul retro del paese al molo per riorganizzare le barche in modo da tenersi quei 10 metri. 
Ora, il ragionamento è giustissimo, viste le normali condizioni di burrasca, avere una parte di banchina destinata alla sola emergenza è corretto e sano. Quel che mi chiedo è se non sarebbe più semplice segnalare direttamente quei 10 metri di molo con una bella scritta “Emergency only”, così il povero portuale si risparmia queste corse ansiose e ansiogene al pontile. Facciamo amicizia con i nostri vicini di molo, due ateniesi cui Giovanni regala un filetto di tonno con grande soddisfazione loro e anche mia. 
In serata vediamo arrivare una barchetta a vela (27 piedi) con padre, madre e figlio a bordo dall’aria abbastanza provata: si sono trovati sul lato ovest dell’isola poco dopo di noi con raffiche a 35 nodi e hanno strappato il fiocco e rotto il paterazzo, in più con il solo motore non riuscivano ad andare avanti. 
Lui, farmacista di Pylos che ha studiato a Bologna e parla benissimo italiano, ci confessa di essere stato sul punto di chiamare i soccorsi. Altro amico sul molo, il marinaio di un motoscafo Ferretti, che ci illustra tutti i porti e i rifugi della costa meridionale di Creta. Non ha l’aria del marinaio da motoscafi e infatti ci racconta che per 30 anni ha lavorato sulle barche a vela, facendo lo skipper per i charter, lavorava da febbraio a novembre senza sosta, sulla rotta Atene Rodi e ritorno e a inizio stagione portando le barche nuove da Marsiglia. Ora che è più anziano, si diverte meno ma esce in mare non più di 30 giorni l’anno e per il resto del tempo lavora dal lunedì al venerdì in porto per la manutenzione della barca. Mentre parla con noi, gli leggiamo negli occhi la nostalgia del mare, quello vero. 
Durante la notte arriva il trimarano XXTreme, tipo quello con cui Giovanni Soldini fece il giro del mondo. A bordo 2 ragazzi russi, sono partiti in 4 ma due si sono infortunati, uno in Spagna e uno in Italia e adesso viaggiano in equipaggio iper-ridotto aspettando che almeno uno dei due riesca a raggiungerli. Il capitano ha l’aria un po’ abbattuta e spersa e soprattutto sembra molto stanco, una barca così è davvero difficile da portare, sempre in tensione, 20 nodi di crociera, a motore non puoi far nulla e non naviga con vento di bolina.
Non li invidio proprio… Per di più sono parecchio ingombranti saranno circa 20 metri di lunghezza per altrettanti di larghezza e il portuale gli dice che possono fermarsi solo qualche ora poi dovranno andar via. 
La mattina presto, rientrano i pescatori che si dividono il molo con noi barche in transito e iniziano a pulire le loro reti. All’inizio sembrano rudi, rispondono bruscamente al saluto ma se ti fermi più di 24 ore arrivano a sorriderti.
Kapsali è un piccolo gioiello incastonato nel sud dell’isola. 2 km di strada più su c’è il castello con una delle Choras più belle della Grecia, costruita a somiglianza di quelle cicladiche più che di quelle ioniche di cui pur senza grande coerenza di vicinanza, Kythira fa parte. Nella grande piazza in alto, ibiscus e bouganville regalano ombra.

Lungo la spiaggia giù a Kapsali, si susseguono bar e taverne, molti con l’internet free access.  È un porto non porto, un luogo comune a barche e bagnanti di acqua limpida e pulita. La regina della baia è una tartaruga Caretta Caretta, che staziona qui, adottata dai pescatori cui si avvicina nella fase di pulizia delle reti. Ci viene incontro mentre nuotiamo e ci si mette a fianco, voltando ogni tanto la testa a guardarci. Giovanni agguanta il carapace con l’idea di farsi dare un passaggio ma lei se lo scrolla di dosso e riguadagna il suo metro di distanza, quasi a dirgli “ragazzì, stai al tuo posto che qui ognuno cammina con le sue gambe eh?”.  

mercoledì 6 luglio 2011

Kythira - Diakofti. Una notte sotto la protezione del relitto.

La leggenda narra che Afrodite, nata dagli attributi di Urano gettati in acqua dall’antenato divino di Lorena Bobbit, Crono, venne alla luce nelle acque di Kythira. Sembra però che la dea della bellezza ritenesse questa isola troppo poco per lei e le preferisse decisamente la più grande e mondana Cipro. Doveva essere scema, la ragazza. Ma comunque come lei devono averla pensata migliaia di generazioni a venire, visto che Kythira è oggi un’isola selvaggia, bellissima, incontaminata dall’uomo. 
Percorriamo il lato nord est, al riparo dal vento di maestrale, superiamo Agia Pelagia che sembra un paese fantasma dopo che hanno tolto i traghetti per il continente e arriviamo a Diakofti dove l’isolotto di Makronisi crea un antiporto molto riparato. Un basso ponte collega l’isolotto alla terraferma ma puoi passarci sotto con il tender in un punto che gentilmente viene indicato con una freccia sulla campata del ponte. Porto e antiporto hanno incredibili acque turchesi. Data la direzione del vento scegliamo l’antiporto che ha davanti una lunga spiaggia di sabbia bianca che finisce in una serie di grotte di roccia calcarea. Il vento soffia forte e il mare, anche qui che è protetto, è bianco di schiuma. 
Sullo scoglio di Fidonisi, proprio davanti a noi, il relitto arrugginito del Nordland di cui emerge prepotente l’intera prua, il resto della nave, piuttosto integra è sommerso dalle acque.
In tutta la giornata vediamo passare solo una barca a vela, a Diakofti verso sera arriva un traghettino (vuoto) annunciato dalla sua sirena. A terra, qualche costruzione a due piani proprio dietro la spiaggia mi spinge come al solito ad una domanda: “Ci vivrei qui?” e di conseguenza ad immaginarmi, scegliere una di quelle case (quella d’angolo, al piano di sopra, con terrazza coperta, direi), valutare quanto potrà costare l’affitto annuo (penso non più di 4.000 euro) e capire che persona sarei se avessi davanti agli occhi tutto il giorno questa grande piscina turchese rafficata dal vento, il relitto del Nordland e a segnare i giorni solo la sirena serale del traghetto. Anche dal mare si sente il profumo di timo di cui quest’isola è ricca, penso che forse potremmo coltivare api tanto per ingannare il tempo tra una sirena del traghetto e l’altra. L’altra idea che mi è venuta, di cercare il tesoro del Nordland, dubito però trasportasse preziosi… Insomma, anche qui a Diakofti, costa orientale di Kythera, a sud del Peloponneso, il modo migliore per regalarsi la vita che vuoi continua a sembrare quello di vincere al Lotto. Qui basta una vincita più piccola, però.

Elafonissi, il tonno e la notte insonne


Lasciare Porto Kajio e la sua tranquillità così lontana dal rumore delle estati è alquanto difficile. Per Giovanni l’elaborazione del lutto è più lieve complice la tanto attesa cattura con successivo scotennamento del primo tonno che sarà “taken and eaten” e non “taken and released”: il raffio acquistato a Kalamata, una sorta di uncino con manico lungo, si rivela un preziosissimo alleato, il povero tonno che, quando ha visto la nostra poppa ha pensato “ah nessun problema, questi sono quelli che non ce la fanno a tirarmi su” (le voci corrono per mare più che nei corridoi degli uffici…), è stato colpito a tradimento da una raffiata che lo ha tirato sulla plancetta di poppa. 
Subito dopo una coltellata in testa da Giovanni, cui i pirati di Porto Kajio devono aver ispirato una nuova spietatezza, per dirla delicatamente, ha messo fine alle sue sofferenze. Fin qui mi sono comportata da brava assistente, ho messo in folle la barca, recuperato e passato raffio e coltello, fatto indossare guanti al pescatore, applaudito l’impresa nonostante una malcelata solidarietà con il povero animale che non sappiamo nemmeno se lascia orfani o se avesse un’assicurazione sulla vita. Dal momento del trapasso però, mi rifiuto di assistere al vilipendio di cadavere e mi ritiro a prua della barca, pensando ad altro. Ritrovo il tonno ridotto a due filetti di un paio di chili l’uno posizionati igienicamente in un contenitore da frigo. Amen.
Le barche che passano di qua, pochissime, si dividono: alcune doppiano Capo Malea, ancor più cattivo di Capo Matapan, per risalire il Peloponneso sul lato est o andare alle Cicladi, altre, tra cui noi, oggi unici esemplari, prendono la rotta del Sud scegliendo di dirigere verso Kythera e Creta. Punto di incontro per entrambe è lo stop a Elafonissi, isoletta separata dal Peloponneso da uno stretto canale con poco fondale. 
Elafonissi, il cui nome significa “isola dei cervi” ma sembra non se ne sia mai visto uno, il ché non è poi così strano vista la latitudine, ha un grande golfo a sud diviso in due spiagge contrapposte con un istmo tra loro. È questa una delle altre immagini simbolo della Grecia, quella che campeggia sulle pagine pubblicitarie e sui depliant turistici. Per chi naviga, Ormos Sarakiniko è, più che altro, un rifugio sicuro dai venti dominanti. Due spiagge di sabbia chiara e un mare turchese, bello sicuramente, certo un po’ esagerata la somiglianza con le isole polinesiane descritta in “Magico Egeo”. 
A me piace molto questo scenario, mi ricorda Erbaju in Corsica. Solo che, una volta calato il vento dopo il tramonto, resta una bella e altrettanto scomoda onda da ovest che terrà svegli noi e il nostro unico compagno di nottata, una barca più piccola con bandiera tedesca. Mai avere in barca stive mezze vuote o armadi non stipati alla perfezione. Nelle notti in cui si rolla, sentirai grandi trambusti che ti sembrano crolli nelle attrezzature e che sono invece solo bottiglie d’acqua che rotolano o pentole che si spostano, o bottigliette di shampoo che ballano il valzer con i bagnoschiuma dentro gli armadietti. Ti alzi per puntellare il tutto e quando torni a letto, ecco che le tazzine da caffè decidono di mettersi a chiacchierare tra loro. 
E sono notti che non vedi l’ora che finiscano.

lunedì 4 luglio 2011

A Porto Kajio l’Egeo ci viene incontro


Partiamo da Kalamata con calma di vento e dopo poche miglia si scatena il meltemi. Ma il meltemi non era un fenomeno dell’Egeo? Il punto è che l’Egeo, ansioso di incontrarci ha deciso di venirci incontro e ha invaso lo Ionio meridionale. Facciamo una bella e impegnativa veleggiata con mare formato, dapprima navigando al traverso e, a ridosso del famigerato Capo Matapan, di lasco, poi quasi in poppa. Prendiamo una mano di terzaroli, poi riduciamo il fiocco. 
Doppiato Capo Matapan, il mare si calma ma le raffiche scendono rabbiose dalla montagna rendendo difficile qualsiasi manovra. Il genoa ridotto si è incattivito sul rollafiocco e non riusciamo ad arrotolarlo. In tutto questo viaggiamo a oltre 9 nodi, toccando la punta massima di 10,7.
Poi, 1 miglio dopo il capo, ecco che arriviamo in …. Irlanda. Sì, Porto Kajio sembra un angolo di Grecia rubato all’Irlanda. Un meraviglioso fiordo tra le montagne verdissime. 
Una spiaggia con 3 taverne e un piccolissimo borghetto di pescatori. Sulla montagna, monasteri e torri abbandonati, alcuni ristrutturati benissimo e perfettamente integrati nella terra. Sembra un luogo di fantasmi. Gli antenati di Porto Kajio erano famigerati pirati. Arroccati sulle montagne, adocchiavano le navi passare e di notte accendevano dei fuochi per ingannare i comandanti sulla reale posizione del Capo Matapan. Questi tapini andavano a scogli e venivano aggrediti dai pirati di Porto Kajio che dilapidavano tutto e non lasciavano superstiti.
A vederli, gli eredi, non sembrano così di stirpe spietata. La proprietaria di una delle taverne ci viene incontro e ci indica dove è meglio che ancoriamo il tender, ci lega la cimetta e non ci chiede nemmeno di recarci da lei a cena. 
Quando dopo una passeggiata, però scegliamo di andare da lei, troviamo che ci ha già apparecchiato il tavolo migliore, l’unico perché saremo gli unici a cena. Queste sì che sono PR. Come mi piacerebbe che tanti miei colleghi imparassero che procacciamento di business non significa tartassare il potenziale cliente di continui e ripetuti tentativi di malcelata corruzione. Troppo facile in quel modo, no, la signora ha lasciato che la sua cortesia facesse effetto, senza chiedere, senza insistere, senza fare alcun richiamo. Ed eravamo gli unici 2 clienti della serata in un mercato con 3 concorrenti. Bella lezione per la new business people italiana. 
Imperdibile a Porto Kajio la breve passeggiata lungo il viottolo a mezza costa che porta ad una piccola chiesetta. Da lì si vede il mare fuori dal Golfo con le raffiche a pelo d’acqua che fanno dei disegni bellissimi. Incrocio una signora anziana accompagnata da un giovanotto che al mio sorridente kalispera risponde avvicinandosi, prendendomi il viso tra le mani e dicendo qualcosa che suonava come “Quanto sì bella, figlietta mia” ma che in realtà poteva essere qualsiasi cosa. Nel dubbio meglio pensare positivo.
Il golfo sembra essere molto pescoso a giudicare dalla cassetta di pesci che la nostra signora Oscar per il new business ci propone per cena: un trionfo di cernie di tutte le dimensioni. 
Questo di Porto Kajio è un ancoraggio fantastico. Di notte le costruzioni che paiono disabitate e i monasteri si illuminano e la montagna è costellata di puntini luminosi. Il mare è calmissimo, le raffiche scendono dalle montagne e disegnano la superficie dell’acqua. Sopra di noi, “il cielo di irlanda, lo sai, corre veloce”.

domenica 3 luglio 2011

Kalamata. Il bucato e il solleticante incontro con i dr. Fish


Kalamata, in fondo al Golfo di Messinia, è famosa per le olive omonime che ci fanno ripetere in continuazione “Come so’ ste olive? So greche” da buona ossessiva citazione da film di Verdone anni 80. Kalamata andrebbe saltata, per chi come noi, ha l’ambizioso programma di girare le isole greche e di arrivare a Creta il prima possibile (anche se il termine prima possibile sta, giorno dopo giorno, assumendo un significato molto diverso dall’ASAP lavorativo, per quanto non troppo dissimile dal concetto di “prima possibile” applicato nel mondo ferroviario). Eh sì, dovremmo tagliare il golfo di Messinia e di Lakonika, sfiorando le dita del Peloponneso dove i venti soffiano forti e spingono giù velocemente verso Kythira. 
Ma noi abbiamo appuntamento con la ventola del motore e Kalamata è l’ultimo porto dove abbiamo possibilità di trovarla. Facciamo 15 chilometri a piedi per cercarla, spingendoci fino ad una consolare con autotreni che impazzano a chiederci che diavolo stiamo facendo lì. Alla fine ripartiremo con ben 3 ventole del motore, l’attuale riparata che sappiamo non durerà, una nuova troppo grande per il nostro tubo, che Giovanni si ostina a chiamare “tube” in improbabili dissertazioni con i Kalamatesi perplessi, e una Atwood 3000, finalmente quella giusta, di cui Panaiotis, shipchandler locale, è visibilmente felice di liberarsi. Me lo vedo che torna a casa dalla moglie e le dice “Katerina, non ci crederai mai… oggi ho venduto l’Atwood 3000, erano 10 anni che stava sullo scaffale!!!”. 


Solo alla partenza da Kalamata, poche miglia fuori dal porto avremo l’illuminazione che forse il problema della ventola, può dipendere dalle batterie nuove molto efficienti, forse ci vuole una resistenza per assorbire un po’ di energia prima che arrivi alla ventola. E mo’ dove la troviamo una resistenza? Vabbé ci penseremo poi, tanto il vento c’è e il motore sta acceso poco e per ora l’Atwood funziona benissimo. Che fare a Kalamata oltre a cercare una ventola per il motore? E oltre a sedersi a tavola a pranzo e a cena nelle taverne sul porto? Con la consapevolezza che il Marina di Kalamata è forse l’ultimo porto degno di questo nome sulla nostra rotta prima della Turchia, decidiamo di dedicarci a quella che per i lungo-naviganti è una delle attività più ambite: il bucato! Sul bucato i diportisti si emozionano e stringono amicizia. Scambiamo due parole in inglese con una signora, che poi scopriremo essere italiana, sulla qualità dell’asciugatrice, la signora mi chiede se funziona bene e io le rispondo con un “oh, it’s wonderful” tendendole un asciugamano caldo e asciutto, lei è talmente felice che quasi si commuove, manca poco che ci abbracciamo.  
 Il marina ha una laundry a gettone, e che gettone… € 4.50 a lavatrice e 3.50 per l’asciugatrice. Ne facciamo 2 per un totale di 16 euro assolutamente ben spesi. Fare il bucato e stare in un marina innesta come reazione a catena quella di pulire a fondo la barca, Giovanni si dedica alla coperta e io all’interno. Dopo questa esperienza, sono favorevole all’introduzione di una norma di legge che preveda la depilazione totale obbligatoria e definitiva per tutti gli esseri umani. Forse se a casa mi fossi mai dedicata alle pulizie, avrei vissuto questa giornata in maniera meno traumatica. Rivolgo un muto ringraziamento alla mamma e a Joy per tutti i miei capelli che hanno raccolto dagli angoli negli ultimi 40 anni. Comunque ora la barca splende come non mai, ci sentiamo come se fossimo appena partiti. Però, la ricerca della ventola, la lavatrice, le pulizie…. Aho? Mica si può sempre lavorare qui? Che altro fare a Kalamata, ci chiediamo seduti a un bar e sfruttando la rete wi-fi? Ci viene in aiuto Trip Advisor, citando come unica recensione la Velvet Feet Fish Experience, si tratta di un particolare trattamento di riflessologia plantare che prevede un pediluvio in un acquario pieno di piccoli pesciolini privi di denti che si buttano sui tuoi piedi per mangiarsi le cellule morte e rilasciarti una bavetta con il potere emoliente e pare persino curativo. Irrinunciabile. 
Ci regaliamo questa esperienza e una mezz'ora di risate dovute un po’ alla situazione specifica,  ma soprattutto al solletico che una cinquantina di Garra Rufa, questo il nome dei pesciolini, provocano alle nostre estremità. Il Garra Rufa è originario delle acque di un lago turco e il suo particolare pregio fu scoperto grazie ad un bambino, con problemi di pelle, che guarì giocando nelle acque del lago. La cosa mi incuriosisce e approfondisco, esiste anche la possibilità di aprire in franchising un centro Velvet Fish, o se lo si vuole fare in autonomia, a Frascati vendono il kit di avvio attività, composto da 100 Garra Rufa e l’attrezzatura per allestire il primo pediluvio. Quasi quasi ci faccio un pensierino…. Credo che il Velvet Feet Fish Experience sia un prodotto vendibile nella città dello stress, e poi... male che va, si fa una fritturina.

giovedì 30 giugno 2011

Methoni e Sapientza. Non sarebbe un bel nome per un'agenzia di pubblicità?

Pensandoci bene, la differenza tra continente e isole si sente. Quando sei su un’isola hai un’impressione di precarietà, di temporaneità del tutto, sei come fermo a una boa in attesa di ripartire o in attesa che l’isola e il mare ti caccino via. Anche chi ci vive su un’isola è diverso, guarda verso il mare, perché è da lì che arrivano le novità, perché è oltre lì che si sogna di andare. Chi sta sul continente invece, guarda a terra, in un borgo di mare, guarda sopra la collina,  quando guarda il mare è per capire che tempo farà, o per immaginare continenti lontani. Per noi che navighiamo la differenza tra isola e continente è che in un’isola lasci un punto pensando sempre che magari più tardi ci torni, perché ti sposti intorno a lei con il vento e chissà magari fai il periplo. Scorrendo il continente invece, sai che la terra lascia il posto ad altra terra da vedere, hai la sensazione di andare in discesa e tendi a guardare indietro ogni tanto per salutare la costa che ti è passata a fianco. 
Se dovessi scegliere, preferirei essere un’isola, ma è interessante trovare motivi per rivalutare la terraferma. È molto bello il Peloponneso, lo avevamo già visto da terra, ma da mare è, come sempre, un’altra cosa. Selvaggio, selvatico, aspro ma anche ricco di borghi sul mare così facili e accoglienti per chi ci naviga intorno. 
Methoni, sul primo dito del Peloponneso, è un luogo magico. Un piccolo agglomerato intorno a una spiaggia composto per lo più di trattorie che gravitano intorno alla maestosa fortezza veneziana eretta tra il 13° e il 15° secolo e arricchita successivamente di una torre ottagonale turca perfettamente integrata. Quattro passi più su, il paese, poche case e qualche negozio lungo un’unica strada. La fortezza al tramonto di una giornata come quella di oggi è un’esperienza mistica. 
Sono passate le 8 e il sole è basso sull’orizzonte, tra le mura della fortezza, l’obelisco, una piccola chiesetta e sterminati campi di erbe dai fiori azzurri e viola. Dalla torre di Methoni, guardi l’isola di Sapientza, dove siamo stati in giornata, ancorati nella rada di nord-est. Acqua color smeraldo, terra rossa, scogli grigi, raffiche di vento che scendevano dalla montagna e increspavano la superficie del mare. Nessuno per mare. Neanche una barca da pesca, né a vela, nessuno. Eppure è a un miglio da terra, a portata di mano. Saranno tutti a Skhiza, l’altra isola che vediamo di fronte? 
Macché, sembrano isole dimenticate oltre che disabitate. Sappiamo che sono territorio di caccia (Sapientza) e di esercitazioni militari (Shkiza), infatti per tutto il giorno sentiamo, senza vederli il rombo di bombardieri ad elica, sembra la colonna sonora di un film sulla seconda guerra mondiale. Ogni volta che passano, ti aspetti di sentire il fischio delle sirene e il sibilo delle munizioni perché è così che noi della nostra generazione abbiamo conosciuto questa atmosfera, attraverso la letteratura filmica. Ti guardi intorno e ti immagini il contesto in bianco e nero. Poi ti ricordi chi sei, dove sei e ti butti nell’acqua smeraldo. E capisci di essere molto ma molto fortunato.

martedì 28 giugno 2011

Pylos. Un passaggio sulla Grecia continentale


Inizia a Pylos il nostro breve percorso sulla Grecia Continentale. Siamo nel Peloponneso, dove il turismo è locale, la costa bella ma non tropicale, l’acqua ha i colori dello smeraldo e la terra del rosso e dell’ocra. E soprattutto le persone sono gentili.
La gentilezza dei Greci ci colpisce. Sui giornali si legge della grave crisi economica, lo spauracchio dell’uscita dall’UE, gli scioperi che flagellano il Paese. La gente è arrabbiata forse, ma è gentile, non si tratta solo di indole turistica, è più uno stato d’animo, un modo di fare, una curiosità che mostra nei confronti dell’altro. 
Tolto pochi esemplari, abbiamo finora incontrato solo persone corrette e disponibili. Penso alla signora del Cosmote shop di Corfù, nevrotica ma materna, a Tzanetos, ristoratore di Zacinto che ti riempie di cibo per 10 euro a testa e poi ti regala una bottiglia di vino, all’ometto del carburante di Pylos che ci ha dato un passaggio in centro sul suo furgoncino. Nulla di speciale, solo che sembra che siano semplicemente aperti al prossimo, interessati alle storie e non solo a quanto possano guadagnarci, felici e disponibili ad aiutarti, non solo perché non sono arrabbiati con l’altro ma soprattutto perché sono curiosi dell’altro da sé. Insomma, bella gente.
Il porto vecchio di Pylos è l’unico porto al mondo dove c’è più mare all’interno che all’esterno, lo evitiamo.

Ci ormeggiamo invece all’inglese nel nuovo marina turistico, dove nuovo e turistico sono due termini che qui hanno un’accezione tutta particolare: nuovo nel senso che le utenze in banchina sono dei cavi con fili scoperti che escono dal molo, ovviamente e per fortuna non funzionanti;  quando chiamo per radio,  un signore gentile mi dice di ormeggiarci tranquillamente dove troviamo posto, se c’è posto. Infatti non si vede nessuno, non c’è alcun ufficio a terra… Ah ecco, turistico nel senso che il signore gentile è probabilmente un operatore di call center alle Hawaii. Meglio così, non avremo neanche un conto da pagare, la Grecia è una gioia da questo punto di vista. Ormeggiato dietro di noi, c’è un 18 metri neozelandese con una coppia a bordo. Mi fermo a chiacchierare con la signora e il nostro viaggio di 6 mesi mi appare come una breve vacanza. Loro sono partiti nel 2007 e progettano di tornare a casa tra 3 anni. Ovvero 7 anni per mare, il giro del mondo e anche con discreta calma. E noi qui a contare i giorni e le miglia da fare….
Vabbè non ci voglio pensare, meglio dimenticare i neozelandesi e usare come riferimento gli amici italiani che lottano per strappare una 3 settimane di ferie, come tante volte ho fatto io in passato!
A Pylos, cittadina semplice di non particolare bellezza, ricomincia la nostra ricerca di una ventola del motore. Ebbene sì, sembra che questo oggetto sulla nostra barca non ci voglia stare. In effetti ora che è rotta, acusticamente si sta meglio, c’è meno rumore quando il motore è acceso ma sappiamo che, anche se non è indispensabile, trattandosi dello strumento che permette di far uscire dal compartimento motore l’aria calda, è più sano che sia funzionante.  Costa 20 euro ma non è facile da trovare, alla fine soprassediamo, ci penseremo a Kalamata.
Stavo quasi per dimenticarmi!!! Nuova emozione di pesca oggi. E nuova buona azione ecologica e sensibile al problema dell’estinzione della specie tonno pinna gialla. Again Take and Release, questa volta con un esemplare di oltre 10 chili, stessa dinamica, stesso tuffo del miracolato pesce dalla plancetta di poppa. Stesso mix di soddisfazione e frustrazione di Giovanni. Il polipetto di plastica rossa che usiamo come esca, però, si è messo in sciopero, ha detto che la sua è competenza sprecata con noi e che manderà il suo curriculum vitae in giro per vedere se trova un altro posto.