sabato 13 agosto 2011

Fetiye. Sul ponte sventola bandiera turca.


La Turchia ci appare come un paese scandinavo con temperature africane. Arriviamo al Golfo di Fetiye con un bel mare formato che, pur con venti deboli,  diventa via via più agitato, mentre approcciamo Kurdoglu Burnu, il capo Ovest del golfo. Entri dentro questa grande baia e ti ritrovi a navigare in un lago calmissimo, costellato di isole, fiordi e canali; ti sembra quasi di stare nell’arcipelago di Stoccolma. Siamo impressionati dal numero di barche che contiamo, stimiamo che in tutto il golfo ce ne siano almeno duemila. Non so se sia sproporzionato il traffico nautico qui o se siamo noi, da troppo tempo a digiuno di compagnia per mare. Certo è che le due cose messe insieme ci lasciano abbastanza storditi. Grazie al cielo, il tasso di presenza di barche a motore è ridotto al minimo, saranno il 3/5% massimo del totale, per il resto barche a vela e caicchi rumorosi. L’atmosfera è lacustre, lo scenario bello ma fin troppo organizzato. Come nei laghi, le profondità sono molto rilevanti e a pochi metri dalla riva i fondali scendono rapidamente a 100 metri, obbligandoti ad ancorare fissando una seconda cima a terra. 
Il risultato visivo è vicino a quello urbano, la costa è puntinata da barche che mi sembra corretto definire, ordinatamente parcheggiate, mentre il centro delle baie è rigorosamente vuoto. Per noi, abituati ad arrivare in ampie baie vuote, gettare l’ancora dove ci pare sapendo che terrà, questo tipo di attività è faticosa.  Nelle altre barche notiamo uno al timone, uno all’ancora e almeno due a portare la cima a terra con un gommone. Noi dobbiamo cavarcela in due, quindi l’operazione è più lenta e allo stesso tempo più laboriosa e concitata. Alla fine ci siamo anche noi in questa cartolina, ordinatamente parcheggiati come gli altri. Viene quasi spontaneo, terminata la lunga procedura di ormeggio, cercare un parcometro per pagare la sosta. Inoltrandosi nel golfo per raggiungere il marina di Fetiye, l’acqua diventa palude, ferma, fermissima. A questo punto ci appare comprensibile e condivisibile il fatto che in Turchia sia obbligatorio per le barche avere il serbatoio delle acque nere a bordo e lo scarico in mare sia severamente sanzionato. In parole più semplici, penso che una cacca scaricata in queste acque immote potrebbe diventare facilmente centenaria prima di dissolversi.  Perdiamo quindi limpidezza, per quanto bello nelle cale più esterne e ventilate del golfo, il mare qui ha proprio l’aspetto lacustre, fondali vellutati e acqua lievemente torbida e limacciosa. Avrete capito che ci sentiamo decisamente più Greci che Turchi. 
Ora però, bisogna che spendiamo una parola a favore di questo Paese che ci ospita. I marina turchi: precisi, efficienti, organizzati. Hanno un costo quasi doppio rispetto a quelli greci ma anche pari alla metà di quelli italiani. L’efficienza però è svizzera. Gli ormeggiatori ti attendono all’ingresso del porto, ti portano la cima del corpo morto col gommone e si offrono di salire in barca per aiutarti nell’ormeggio. Il tutto rapidamente e con la massima perizia e disponibilità. Il marina di Fetiye è un quadrato di pontili galleggianti, i bagni sono sempre perfettamente puliti, e sui lavandini ci sono i vasi con i fiori, la musica nelle docce, le laundry efficienti. A due passi a piedi, anche se con temperature vicino ai 35° sembrano di più, c’è il paese con il suo bazar e le sue viuzze colorate. Sul fianco della montagna, illuminate di notte, le antiche tombe licie. Ogni 3 ore circa, senza sosta anche durante la notte, in filodiffusione il muezzin recita la preghiera oppure si lamenta per il mal di pancia, l’effetto finale è molto simile. Dopo un paio di notti, apprezzi la tua religione che si limita a cantare nel chiuso delle chiese.
La preghiera stereo del muezzin si mescola nel paese di Fetiye con la musica internazionale trasmessa dai locali, non ho visto nessuno prendere il  tappetino e pregare, né interrompere le proprie attività, è come se fosse un semplice rintocco di campane, nulla di più. Se pensavamo che con l’arrivo in Turchia avessimo perso il vento, all’alba ci siamo dovuti ricredere. Ci sveglia un'unica continua raffica lunga un’ora che ha gettato nel panico l’intero marina: i caicchi ormeggiati all’esterno del pontile sono fuggiti via velocemente, le barche all’ancora nella baia sembravano formichine impazzite, i mitici ormeggiatori in gommone volavano a destra e sinistra salvando barche con ormeggi non sufficientemente tesi. 
P'acá y p'allá, invece, resta ben salda al suo ormeggio, ci guarda appena svegli e sembra dirci “fatevi un bel caffè che qui ci penso io”. Per curiosità, guardiamo l’anemometro e scopriamo che il vento ha toccato la raffica record di oltre 74 nodi, ci sembra incredibile, probabilmente un mulinello in testa d’albero, a noi sembravano solo i nostri ormai ben conosciuti 40 nodi. Il tutto dura un’ora, non di più, poi il vento si spegne completamente e il muezzin riprende a cantare.
A Fetiye troviamo Captain Eddy, simpatico filibustiere che detiene il monopolio delle riparazioni nautiche, a cui affidiamo il nostro genoa per la realizzazione di una nuova banda UV ad un prezzo che sarebbe ragionevole in Italia e che in Turchia è decisamente esoso. Ma trattare non è il nostro forte e non tentiamo nemmeno di farlo. Rispetto ai Greci, i Turchi sono chiaramente più furbi e meno sentimentali, vale a dire, come possono ti fregano. Altri 120 euro li regaliamo a un altro filibustiere, l’agente che fa per noi le pratiche per il Transit Log, un visto di ingresso indispensabile per navigare in Turchia. Se avessimo fatto da soli ne avremmo spesi 50 ma lui ci ha messo un’ora mentre si narra che chi ha provato a fare da solo si è perso tra i vari uffici in cui si è costretti ad andare, distanti ovviamente chilometri uno dall’altro, e sia ancora in attesa del famigerato documento.
Imbottiamo i nostri portafogli (si fa per dire) di lire turche, acquistiamo una chiavetta internet turkcell e siamo pronti a partire, consumare velocemente un po’ di Turchia per tornare altrettanto velocemente a casa, ovvero in Grecia.

martedì 9 agosto 2011

Creta - Karpathos - Rodi. Il culo dell'Egeo, seduta sul boccaporto.


Bene, siamo in ritardo. Non per il rientro, perché non abbiamo appuntamenti, ma siamo in ritardo per il meltemi, anzi che quest’anno è stato pure gentile e ha aspettato parecchio, cincischiando indeciso come Nanni Moretti “che dici vado, non vado, vado e mi metto in un angolo tranquillo, oppure faccio finta di andare e poi torno a casa?...”. Ormai però non c’è dubbio, è arrivato e sulla cartina meteorologica colora di rosso cupo il centro dell’Egeo, in particolare tra Est di Creta e Rodi.  E lì, non c’è niente da fare, ci dobbiamo proprio passare. Ci mettiamo ai blocchi di partenza nella baia di Kouremenos, circondati da entusiasti surfisti,  la nostra sfortuna è la loro fortuna. Consultiamo le previsioni per sfruttare una finestra tra una burrascona e l’altra. Finestre vere e proprio non ce ne sono, ci dobbiamo accontentare di una sorta di feritoia per gatti e i gatti hanno il vantaggio di correre ben più velocemente di noi.
Il viaggio inizia con un bel 30 nodi e mare formato, entrambi per fortuna di lasco, all’orizzonte dovrebbe esserci Kassos. Una cosa buffa qui in Grecia, o meglio che non ci aspettavamo, è che il vento toglie visibilità, ovvero più è forte, più la visibilità è scarsa. Kassos ci appare quindi a meno di 10 miglia dall’arrivo, la guardiamo impazienti, contando di sfruttare, girata la punta sud, un po’ di ridosso, magari fermarci lì per un bagno e poi proseguire per Karpathos con un po’ meno di stress per noi e per le attrezzature. Ma scopriamo presto che Kassos e Karpathos sono i fratelli indemoniati dell’Egeo. Probabilmente le due isole più belle della Grecia ma, almeno in questa stagione, flagellate dal vento che urla senza soluzione di continuità. Girata la punta sud di Kassos, ci troviamo a fare un bel traverso molto impegnativo con vento cattivo e raffiche a 40 nodi, non riusciamo neanche a fare un po’ di foto, l’isola è semplicemente splendida, forse ci torneremo quando finisce il meltemi. Proseguiamo per Karpathos e ci fermiamo in rada, letteralmente distrutti, davanti alle spiagge dell’aeroporto che sono il regno dei surfisti. Il vento resta una colonna sonora sproporzionatamente rumorosa per tutta la notte. La mattina dopo, decidiamo di proseguire, fermarsi qui è impossibile e vorremmo sfruttare tutta la nostra feritoia (chiamala feritoia….) prima che arrivi il forza 9 previsto per domani. Per arrivare a Rodi, Giovanni adotta la strategia di risalire tutta Karpathos sotto costa a motore in modo da non avere mare per poi sfruttare meglio la traversata con un bordo al lasco. L’ idea funziona, il mare è piatto ma bianco di schiuma, l’anemometro segna 43,2 nodi, arriviamo a Diafani, a Nord di Karpathos verso le 12 e da lì traversiamo usando il solo genoa e cavalcando onde di 2 metri e mezzo. A Karpathos ci siamo stati 20 anni fa, anche allora, per 10 giorni, il vento non ha mai smesso di soffiare. L’isola è meravigliosa, frastagliata, selvaggia, con spiaggie di ciottoli bianchi  e mulini a vento sulle montagne dove c’è anche il remoto e incontaminato paesino di Olimbos, tanto lontano dalla civiltà da aver conservato un sapore di antico. Peccato non potersi fermare, Kassos e Karpathos forse sono tanto belle proprio perché così inospitali. L’ultimo tratto della traversata che abbiamo definito “il culo dell’Egeo” è ancora più impegnativa, girata la punta sud di Rodi, le raffiche aumentano e noi che siamo senza randa, cerchiamo di ammainare il genoa prima che il vento rinforzi ulteriormente ma il rollafiocco si è incattivito per la pressione del vento e forse anche per i quintali di acqua salata che da due giorni gli piovono addosso,  siamo costretti ad ammainarlo mollando la drizza. Ora, la violenza di questa operazione sotto le raffiche suddette, non è facile da descrivere. Io sto tra il timone per tenere la barca al vento e la drizza del genoa, Giovanni a prua per ammainare, tra me e lui un genoa indemoniato che sferza l’aria con la violenza di una mitragliatrice. In tutta questa operazione, la scotta riesce a incastrarsi in un boccaporto e la serratura di questo salta via. Dopo pochi minuti, abbiamo la meglio sulla forza del vento. Il genoa è ammainato, parecchio ferito nella già sofferente banda UV ormai a brandelli, ma intero, resta il problema del boccaporto che in queste condizioni di mare non può certo restare aperto in navigazione, ovvia pena l’imbarcare acqua a prua che non è proprio salutare. Intuiamo facilmente che l’unico modo che abbiamo di tener chiuso l’oblò è quello di posizionarci sopra un peso stabile e significativo che individuiamo facilmente nel mio di dietro. Le ultime dieci miglia di navigazione quindi le affronto così, seduta sul boccaporto a prua, nel punto più esposto e più bagnato della barca. Sono momenti topici, visto che normalmente quando in barca becchi una secchiata d’acqua, ti alzi e ti sposti da un’altra parte, difficilmente te ne stai ferma lì senza far niente a farti innaffiare. Ho retto abbastanza bene l’urto, infagottata nella mia cerata zuppa d’acqua. Meglio Giovanni che ridacchiava guardandomi dal posto di comando. L’arrivo nella baia di Lardhos, un miglio prima della più famosa Lindos, con una doccia calda ristoratrice è stato un momento paradisiaco da ricordare.

giovedì 4 agosto 2011

Creta - Agios Nicholaos. Vita da marina.


Pagheremo cara questa deviazione a Agios Nicholaos, il meltemi arriva mentre siamo qui e dimostra che tutto quanto abbiamo visto prima erano solo brezze e fenomeni locali. La prima cosa su cui riflettere è che non mi dovevo dispiacere per gli amici italiani che alla fine di luglio hanno avuto perturbazioni, pioggia e cali drastici di temperature. Quel generoso pensiero solidale nei loro confronti (nei vostri confronti) era assolutamente mal riposto visto che era probabilmente grazie a quell’instabilità sulla penisola italica che noi potevamo ancora goderci un mare sostanzialmente tranquillo. Il meltemi infatti, come mi spiega Giovanni, nasce dalla contrapposizione dell’alta pressione sul mediterraneo occidentale con una bassa pressione sulla turchia, come due ruote di ingranaggi che si muovono in senso contrario e si incontrano proprio al centro dell’egeo. La combinazione di questi due fenomeni, piuttosto consolidati in estate, provoca il famoso vento settentrionale che flagella il mare Egeo. E senza soste, direi. Ben diverso dal nostro maestrale, il meltemi sembra non andare mai a dormire, non è neanche Eolo, è il fratello indemoniato di Eolo. Questo qui, non bisognava bocciarlo in terza media, andava proprio ammazzato da piccolo.
Quindi le 30 miglia percorse in direzione contraria alla rotta per arrivare a Agios Nicholaos, sono 30 miglia da percorrere nuovamente che si aggiungono a quelle che mancano fino al ridosso turco dove il meltemi si acquieta fino a diventare quasi assente. La sosta ad Agios Nicholaos quindi diventa forzatamente una sosta lunga. Di solito nei porti, cerchiamo di fare velocemente tutto quel che dobbiamo e poi ripartiamo, non ci capita mai di fare vita da marina. Anche questa però è un’esperienza. Oltre a fare il cambio d’olio del motore e filtri, rifornimento carburante, laundry a tutto spiano, resta il tempo persino per il parrucchiere. Dopo un’attenta analisi del mercato, la scelta cade su Niki Foraki Kommoteriou (l’ultima parola sta per parrucchiere). Lascio Giovanni al piano di sotto per il suo taglio e io seguo Niki al piano di sopra per i miei colpi di sole. Adesso, comunicare su una materia specifica come i colpi di sole con una parrucchiera che non parla altra lingua oltre al greco, non è proprio cosa facilissima. Nel mio lavoro, ho imparato che  non è tanto importante il messaggio che invii quanto il messaggio che viene recepito. Avrei voluto dirle di farne pochi, molto naturali e soprattutto che per almeno 3 mesi non avrei visto un altro parrucchiere a rafforzamento delle due indicazioni suddette. In pochi istanti ho capito che le mie indicazioni non avevano alcuna possibilità di giungere inequivocabili al mio interlocutore e che il darle avrebbe potuto inibire lo stesso portandolo fuori strada. Quindi, ok Niki,  do as you like.  Per l’ora successiva ho assistito inerme al pitturare le mie chiome a ciocche alterne, una con una poltiglia azzurro polvere, un’altra con una melmetta verde argilla. Ma Niki mi aveva fatto vedere una foto d’esempio su un giornale e l’effetto finale è stato assolutamente identico a quell’immagine. Brava Niki, ho deciso che d’ora in poi verrò a Agios Nicholaos a farmi i colpi di sole.
Facendo occasionalmente vita da marina, ti accorgi che la maggior parte dei lungo-naviganti come noi, fanno normalmente vita da marina. Ovvero, i porti sono per loro luoghi dove la barca viene lasciata annualmente, loro la raggiungono per un paio di mesi 2 volte l’anno, fanno un giro lì intorno e la riportano lì, poi magari l’anno dopo cambiano porto. Li vedì che stanno quasi sempre  nel loro pozzetto, la maggior parte sono inglesi, ti sorridono e salutano quando passi davanti alla loro barca e puoi star certo che ti hanno notato, hanno guardato con attenzione ogni particolare della tua, sono lì, non invadenti ma disponibili, pronti a scambiare una parola con te non appena accenni a un sorriso. Qui penso a papà e a quanto aveva ragione quando diceva che la cosa importante era studiare le lingue (voleva facessi l’interprete…. Se proprio non avessi gradito entrare in banca e io che ho fatto? La pubblicitaria…., andrebbe tolto il libero arbitrio fino ai 30 anni). Capisco e so farmi capire in inglese, lo parlavo benino a 20 anni ma da allora non l’ho usato poi molto. Giovanni invece praticamente nulla. E in questi casi è un peccato, perché quando chiedi o dai informazioni ti basta capire e farti capire, ma quando vuoi conversare, lì ti accorgi di quanto sia limitato il tuo vocabolario e ne soffri. Le lingue hanno milioni di sfumature e tu ti ritrovi invece a descrivere cose e luoghi utilizzando sempre gli stessi termini, se parlassi così in italiano ti sembreresti una povera oca scema, quelle che dicono sempre “Bellissimo” e che ridono tanto per coprire le lacune della comprensione. 
Grant che viene dal Galles è nostro fratello di Grand Soleil, il suo è un po’ più grande e parecchio più vecchio, si chiama Mona Lisa e ha un bellissimo scafo blu. Grant sta per partire in aereo per tornare a casa, ritornerà in ottobre e farà il giro di Creta. Gli decantiamo le lodi di Creta Sud e Gavdos e fin qui tutto bene, ci capiamo.   
Ci chiede se, visto che non ci sono molti marina, ci sono comunque posti dove puoi scendere a terra e trovare una taverna sulla spiaggia. Perché, come dice lui,  è una disgrazia quando a bordo non c’è la cocaina….. in realtà ha detto “quando a bordo non c’è chi cucina” ma, appunto, questo è solo un esempio di quanto se avessi dato retta a papà invece che ai carosello,  oggi farei meno figure di merda.
Che fai, sei  a Creta e non vai a vedere Cnosso? E certo che ci siamo andati, abbiamo affittato una macchina e via verso Iraklio e Cnosso. Ci siamo andati eccome, abbiamo visto un grande parcheggio pieno di auto e di pullman, poi una fila lunghissima di persone davanti all’entrata e abbiamo detto che magari a Cnosso ci si torna un’altra volta, magari a novembre. Ecco dove stavano tutti i turisti a Creta, a Cnosso.
Però il museo archeologico di Iraklio l’abbiamo visto, o almeno il piccolo settore aperto visto che la parte più grande è in ristrutturazione da anni, ed era davvero bello. Siamo stati anche a Elounda e Spinalonga, le località dei resort di lusso. 
E vicino a Iraklio, c’è il più bell’acquario del mediterraneo orientale,  dove mi sono chiesta se al mondo ci sono più esseri umani o più macchine fotografiche. Credo di essere stata l’unica a non averne una. 
Mi rendo conto che molte persone non guardano più, fotografano o filmano. L’obiettivo è una propaggine del loro occhio, non riescono più a guardare qualcosa senza indossarlo. Ed è così che il viaggio se lo vedono da casa, al ritorno. Brutta roba, secondo me.

sabato 30 luglio 2011

Kouremenos. Il paradiso dei surfisti.


Venti a 40 nodi e noi ci fermiamo qui, a Kouremenos, Creta Est. A prendere tempo e sciogliere il dilemma se fare il tratto di mare duro a ritroso verso Agios Nicholaos per una sosta tecnica in marina o sfruttare il dopo burrasca per andare a Kassos e poi, il cambio d’olio e filtri si vedrà, magari ce lo facciamo da soli. 
Questo grande golfo è il regno dei windsurf, mare sempre calmo, vento sempre forte. Qui il kite non è ancora arrivato, nel centro del golfo la nostra barca ancorata viene vissuta come una sorta di boa da un esercito di windsurfer che variano da 3 o 4 quando il vento strilla forte a quasi 50 quando diventa più gentile in linea con la mitica legge del “quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare” e, si sa, i duri sono numericamente inferiori ai mollaccioni. E i duri sono anche un po' narcisisti, lo sappiamo bene. 
Non appena Giovanni inizia a fotografarli, ecco che un paio di surfer si distinguono per bordi brevi molto vicini alla nostra barca tentando, spesso vanamente, di compiere acrobazie coreograficamente esemplari. 
Il nostro tender, legato a poppa, è visibilmente terrorizzato. Nessuno ha il coraggio di chiedere a Giovanni le foto cui sono visibilmente parecchio interessati e spietatamente Giovanni non fa un gesto per facilitare loro la richiesta. Un po' ci si affeziona a queste velette piccine che corrono avanti e indietro... 
Ma la sorpresa, quella vera, l’acme inaspettato e per questo emozionante arriva la mattina dopo, quando uscendo in coperta vedo un miraggio: una barca a vela, dico una BARCA A VELA, ancorata a 2-300 metri da noi. È un Sun Odissey 40 battente bandiera svizzera…. Ci sono ancora le barche a vela, c’è ancora gente che va per mare. Con cautela, preparo Giovanni, che a 50 anni suonati non so se è in grado di reggere il colpo, “Esci a vedere una cosa ma fallo stando seduto, eh?” (per inciso, non c’è modo migliore per far smuovere una persona di un richiamo di questo tipo, bisognerà utilizzarlo anche in avanti e anche con altri personaggi). 
Visibilmente commossi, restiamo un paio d’ore a guardare questa barca, peraltro non particolarmente bella. Sono più di 20 giorni che non ne vediamo una, avevamo cominciato a pensare che fosse stato diramato un coprifuoco nautico di cui non eravamo al corrente o fosse stato emesso un avviso di tsunami. 
Restiamo lì, incantati, senza avere il coraggio di avvicinarci per la paura di restare delusi dall'equipaggio che, a questo punto, deve essere per noi un po' come Eva per Adamo quando se la vide arrivare in Paradiso. Ci interroghiamo su di loro, da dove vengono, dove andranno, facciamo ipotesi persino sulla loro cambusa (io mi immagino quintali di Emmenthal stipati a bordo, ma solo perché non ho idea di quale altra specialità gastronomica ci sia in svizzera).
Insomma, per un breve periodo di tempo, nutriamo per gli amici svizzeri un sincero affetto fraterno. Roba di poche ore, però. 
Quando scendiamo a terra e andiamo a cena nella piacevole taverna “Votsalo”, la commozione è già passata e vorremmo pregare gli svizzeri di andarsene che ci rovinano l’inquadratura. In ogni caso è bello notare come, dal confronto, P'acá y p'allá esca decisamente vincente, è come mettere vicina Grace Kelly a una qualsiasi velina rifatta chirurgicamente (non facciamo nomi per fair play).
Poco più a nord di Kouremenos, troviamo Vai, il cui nome sembra che  anticamente significasse palma. Curioso pensare ad un abitante di Vai, magari gli chiedevano "Dove vai?" "A Vai", sembra un po' il gioco di "Dovevai? alcinema. Achevedere? Quovadis. Chevuoldire? Dovevai...". Ok, lasciamo perdere... Vai è una spiaggia amena, sormontata da un palmeto immenso, una specie endemica di palme. Secondo alcuni invece, tale palmeto naturale nacque dai noccioli di dattero sparsi dai legionari romani di ritorno dalla conquista dell'Egitto. Ma tale tesi non sembra trovare fondamento, deve essere stata una di quelle sparate romane che probabilmente erano proverbiali anche all'epoca dei nostri avi.
L’effetto è molto particolare: sembra di essere in un’oasi nordafricana e in effetti non siamo poi così lontani… A questo punto l’indecisione è passata, andiamo a Agios Nicholaos: vince il meccanico e la lavanderia e forse anche il compromesso culturale di una gita nell’entroterra a visitar rovine. Il Dodecaneso può attendere.

lunedì 25 luglio 2011

Gaidouronisi e Koufonisi. Sembrano nomi da calciomercato


E invece sono due sputi di isolette a Sud e Sud Est di Creta. Il nostro lavoro artigianale incontra un piccolo ostacolo. Lavoro? Oh, nulla di preoccupante. Da ogni isola che tocchiamo prendiamo un sasso rappresentativo, per il tipo di roccia oppure per la forma oppure per la dimensione, quando va bene riusciamo a rispettare tutti e 3 i parametri. Sopra ad ognuno scriviamo il nome dell’isola che il sasso dovrebbe rappresentare. L’idea è quella di collocarli poi in piano a ricreare questo magico mare. La cosa più difficile è rispettare le proporzioni e infatti penso che alla fine il puzzle che ne verrà fuori sarà una visione lievemente distorta della realtà, d’altra parte anche i grandi cartografi come Hortelius si concedevano parecchie licenze.
La difficoltà in questo caso è prendere dei sassi di Gaidouronisi e Koufonisi, rappresentativi per proporzioni delle stesse ma allo stesso tempo riuscire ad iscriverci il loro nome sopra. Benedetti Greci, potevate chiamarci Creta con un nome lungo che di spazio ne ha, no?
Vabbé, parlando di cartografi antichi, il pensiero corre spontaneo a quelli moderni. C’è una società che realizza la cartografia per il GPS, la Navionics. Queste carte vengono vendute in cartucce a prezzi non propriamente modici, quella base del Mediterraneo costa 200 euro  ma le valgono tutte, visto che per mare è meglio sapere che fondale hai davanti prima che l’ecoscandaglio lo rilevi sotto la prua. Sono praticamente la versione moderna, più pratica e molto meno ingombrante delle storiche carte nautiche. Bianco, azzurro e turchese:  quando navighi sul bianco, stai tranquillo, sono acque profonde superiori ai 20 metri, nessun rischio, quando sei sull’azzurro sei tra i 20 e i 10 metri, tranquillo ma vigile, nel turchese sei sotto i 10 metri e la carta ti segnala tutto ciò che è di profondità inferiore, sia che sia emerso sia che sia sommerso, scoglio o relitto. Solo che ci sono zone che sono molto ben descritte, le più frequentate, per esempio in Corsica e Sardegna. Su queste carte puoi fare affidamento e ti dettagliano quasi ogni scoglio e ogni secca con precisione efficientissima. 
Ci sono altre zone invece, dove a solo guardarle capisci che sono state fatte un po’, diciamo, a tirar via. D’altra parte, a giudicare dal traffico che abbiamo osservato e descritto nei post precedenti, non si può nemmeno pretendere che la Navionics investa nel dettagliare queste zone solo per noi, no? Comunque, me li immagino facilmente alla Navionics, il grande capo che entra nell’open space degli operatori e dice: “Qualcuno di voi è stato a Gaidouronisi, Creta Sud?”. Silenzio. Poi una voce dal fondo “Sì, mio cugino, tanti anni fa, mi pare che disse che è tutto bassofondo lì intorno”. “Qualcun altro?” chiede speranzoso il capo. Silenzio. “Vabbé, metteteci tutta un’area turchese  per mezzo miglio, no anzi per un miglio intorno e un po’ di crocette qui e là, anzi tante crocette….” E poi rivolgendosi alla segretaria “Signorina, l’abbiamo messo il disclaimer che ci manleva dalle responsabilità sull’attendibilità della cartografia, vero?”. “Tranquillo dottore, abbiamo fatto come ci ha detto l’ufficio legale, c’è una mascherina con questa precisazione che si apre ogni volta che viene acceso il GPS e per proseguire nella consultazione, il cliente deve digitare il tasto ACCETTA”.
Ecco secondo me, più o meno, alla Navionics le cose devono andare così. Comunque, se anche le carte fossero precise meglio sempre non fidarsi troppo. Noi usiamo la tecnica dell’uomo a prua, anzi, della donna, visto che è uno dei compiti che spetta a me perché non si sa come mai, leggenda vuole che io ci veda meglio. Adesso, quando navighi in quel famoso miglio di turchese intorno a Gaidouronisi che significano tra i 2 e i 7 metri d’acqua, non è che sia proprio così facile intuire se il fondo stia salendo o stia scendendo guardandone la superficie, né tantomeno individuare le “passe” per arrivare nelle cale.  In ogni caso si fa di necessità virtù e credo di essere diventata piuttosto bravina nello stimare le profondità e le tipologie di fondale. Finito il viaggio, mando un curriculum alla Navionics.
Ma torniamo alle nostre isole, Gaidouronisi, rinominata dai saggi cretesi “Chrisi” è conosciuta come il caraibe dell’Egeo. A 10 miglia da Ierapetra, viene raggiunta in giornata da 5 o 6 barconi che portano turisti, ma l’isola li contiene tranquillamente, si spargono sull’intera costa sabbiosa e sembrano formichine. Il campeggio libero è rigorosamente vietato ma consentito, questa che appare una contraddizione ha in sé il bello dello spirito greco che assomiglia spesso a quello partenopeo. Tutto intorno all’isola, famosa anche per la sabbia fatta quasi interamente di conchiglie, c’è questa enorme distesa di turchese, ben più grande dell’isola stessa. 
Koufonisi, invece è all’estremità sud est di Creta, a circa 3 miglia da essa. Qui, non c’è nessuno, forse perché non ci sono paesi sull’isola principale fatto sta che di nuovo troviamo il deserto. Io la preferisco, anche qui la Navionics ha ottimizzato come si dice, e il nostro navigare è un incedere in un dedalo di scoglietti, però quando arriviamo alla doppia cala esposta a Libeccio, il bagno che facciamo dà un senso alla fatica. Sembrano geologicamente simili le due cale, invece in una l’acqua è limpida, nell’altra torbida, ci accorgiamo che quest’ultima ha in più una roccia di caulino che rende la visibilità pari a 0. Immaginate di spargere nell’acqua un po’ di borotalco e avrete un’idea più precisa. Salutando Koufonisi, diamo il nostro addio a Creta Sud e iniziamo a risalire il lato est, entro sera vediamo all’orizzonte quella che dopo una sosta tecnica nel marina di Agios Nicolaos, sarà la nostra prossima meta: l’isola più a sud del Dodecaneso, Kassos.

sabato 23 luglio 2011

Agia Galini e un primo bilancio


Tempo di bilanci questa settimana. Il 18 luglio il nostro viaggio ha compiuto due mesi, siamo un po’ in ritardo ma contiamo su un’estate che si prolunghi fino a Natale.
Ecco alcuni numeri:
- Miglia percorse: 1.600
- Miglia da percorrere: almeno 2.000 (calcolo molto approssimativo visto che i programmi li cambiamo facilmente)
- Ore in cui il motore è stato acceso: 250 (incluse quelle a barca in rada per ricaricare le batterie)
- Rifornimenti nafta effettuati: 618 litri
- Acqua prodotta dal dissalatore: 900 litri
- Isole visitate: 23 greche, 4 italiane
- La best three: Gramvousa, Antipaxos, Gavdos
-  giorni di pioggia: 1 a Tropea
- massima raffica di vento registrata: 40,7 nodi
- massima velocità raggiunta: 12.1 nodi
Ma poi, servono a qualcosa i bilanci? Tutto sommato, non credo servano più dei buoni propositi...
Agia Galini è una bella sorpresa di porto. Porto nel senso ellenico del termine ovviamente. Ci arriviamo con l’onda lunga provocata dalla burrasca da ovest incontrata a Gavdos e man mano che ci avviciniamo il vento affievolisce fino a tornare a zero. Entriamo nel porto dove il molo per il transito è completamente vuoto fatta eccezione per un gommone cabinato italiano e una barca a vela, più piccola della nostra, ormeggiata con lunghissime cime di poppa, deve essere di qualcuno che l’ha lasciata qui per qualche mese. Ci ormeggiamo di poppa gettando 50 metri di catena su un fondale torbido di non si sa cosa. Ci accoglie subito un simpatico portuale che ci fa cenno di metterci dove preferiamo e si dà da fare per contattare l’autobotte che verrà a farci il rifornimento. Si danno da fare ma non sempre ottengono lo scopo, dopo diverse ore, richiamiamo noi la EKO e in 10 minuti arrivano. Galini è una vivace località di villeggiatura locale con una piccola percentuale di turismo internazionale. La cittadina si sviluppa verticalmente sul porto che è costellato di ristoranti a salire sulla collina. Stasera c’è un concerto proprio sul porto, che fortuna… 
Un cartello indica il parco di Dedalo e Icaro, lo seguiamo aspettandoci un bel giardino botanico e invece troviamo solo sopra un tetto due statue di padre e figlio. Il grande architetto che ideò il labirinto dove fu rinchiuso il minotauro ma dove fu poi condannato lui stesso, colpevole di aver aiutato Arianna nella storia del filo che provocò la salvezza di Teseo e l’uccisione del mostro. Lui ci mise tutta la sua inventiva per salvare se stesso e il figlioletto, creando delle ali per sorvolare l’architettura infernale e trovare l’uscita, ma Icaro passò troppo vicino al sole e si bruciò le ali. Morale: è proprio vero che il genio salta sempre una generazione. Lo avevo già notato anni fa in sede professionale. Felici di incontrare qualcuno dopo 20 giorni di solitudine, attacchiamo bottone con il gommonista italiano che scopriamo venire da Venezia. Ha macinato parecchie miglia anche lui ma è agli sgoccioli della vacanza, il 20 agosto deve essere in patria. Gli consigliamo di andare a Gavdos e il giorno dopo ci saluta partendo per la nostra isoletta preferita. Vista la civiltà del luogo troviamo anche la farmacia, Giovanni ha una sospetta infezione all’orecchio che diviene certezza non appena un nerboruto farmacista con gesti decisi è ben poco delicati gli tira il lobo dell’orecchio ed emette la sentenza. Oddio, non c’era bisogno di parole visti gli strilli di Giovanni in risposta al test medico improvvisato. 6 giorni di antibiotico e può fare tutto basta che stia lontano dal mare. Vaglielo a dire al farmacista che per noi a questo punto il mare intorno è meno sacrificabile dell’aria. Fatto sta che per necessità mediche, alcune consegne essenziali passano a me fino a fine cura. La più importante è il controllo dell’ancoraggio. Semplice operazione di verifica della presa dell’ancora sulla sabbia, valutazione se il calumo dato è sufficiente e perlustrazione dell’area tutt’intorno per scongiurare la presenza di pericolosi scoglietti. Mi sembra però che da quando questo compito è passato a me, sia diventata una operazione più meticolosa di prima, chissà come mai. Sadicamente poi viene inaugurato un altro metodo: il tuffo preliminare per l’individuazione del punto di ancoraggio esatto con conseguente controllo della presa dell’ancora successivamente. Insomma, qui si lavora, mica stiamo a pettinar le bambole eh?

venerdì 22 luglio 2011

Gavdòs. Io a Eolo lo avrei bocciato in 3a media.

Sarebbe stata una lezione utile alla formazione del suo carattere, non ho dubbi. Gli avrebbe insegnato l’umiltà e la capacità di mediazione, la pazienza e il rispetto per il prossimo, la temperanza, la moderazione e, soprattutto, gli avrebbe fatto capire che oltre al bianco e al nero esiste una infinita scala di grigi e che il bello della vita è appunto in quei grigi…
Vabbé, non lo hanno bocciato e il risultato è un ragazzo dispotico e capriccioso che o tiene una loquacità incontenibile oppure, quando gli dici un comprensibilissimo “E piantala!”, mette il broncio, incrocia le braccia e se ne sta lì con le guance gonfie senza emettere un fiato. Dopo 3 giorni di calma piatta, gli deve essere passata ed ecco, dimenticata l’offesa, che riprende il suo ostinato ed esagerato soffiare. 
Poco male, ci coglie sul lato est dell’Isola di Gavdos, lui strilla da Ovest incessantemente per 3 giorni con raffiche che registriamo oltre i 40 nodi. Gavdos è un bel posto per stare al riparo da una burrasca da Ovest. Peccato visitare solo da terra e non potersi fermare via mare sulle baie aperte a Nord,  Potamos, Ioannis e la famosa Sarakiniko, ma  a sud est c’è la spiaggia di Lakkoudi, una infinita distesa di ciottoli multicolori, rocce bianche verticali a picco sul mare, grotte e acque turchesi. 
Poco più giù c’è Ak Tripiti, il punto più meridionale d’Europa su cui è stata fissata una sproporzionata sedia  che guarda l’Europa. L’isola di Gavdos ha un turismo pressoché inesistente, fatto solo di camminatori. Ci si arriva anche in auto da Paleohora o da Sfakion ed ha una efficiente rete stradale, ma i pochi che incontriamo sono escursionisti che prendono camere in affitto sul mare e poi vagano per i sentieri dell’isola, spesso difficili, che portano quasi dappertutto. 
Anche qui sembra di essere in un fuori stagione di un posto isolato dal mondo e dimenticato da Dio e dagli uomini. Eppure splendido. Anche qui mi chiedo perché. Certo, non c’è mondanità, lusso o vita notturna, l’isola è selvaggia e selvatica, gli abitanti (una settantina, dicono) silenziosi, cortesi e discreti. C’è un porto nuovissimo, piccolo ma moderno, con un unico molo dove attracca il traghetto. Non c’è ufficio dell’autorità portuale, chiediamo a una signora gentile del comune di Gavdos che dice “Ah siete quelli della barca….” come ci diranno tutti  quelli che incontriamo e ci dice che senz’altro possiamo ormeggiare, il traghetto fino a domani sera non arriva e forse neanche dopo, vista la burrasca. 
Sul porto 3 taverne, siamo gli unici avventori e scegliamo di privilegiare Litsa, una vecchia signora molto ridanciana che ci prepara un pollo intero alla brace squisito e ci serve un piatto di “xorta” (tipo cicoria) davvero buona. Meno bene abbiamo mangiato il giorno prima alla taverna sulla spiaggia di Korfi dove dopo aver sbirciato le pentole in cucina abbiamo azzardato un pastitsio e un risotto alle seppie che non meritavano il contesto. Mentre ceniamo da Litsa, scopriamo che il proprietario della taverna di Korfi è suo figlio… Immagino Litsa che gli dice “Ma che vai ad aprire una taverna anche tu che non sai far nulla in cucina…”, però da Litsa non c’è nessuno, a parte noi e il marito che mangia guardando la tv e dal figlio invece un sacco di gente. Come mai? 
Boh, forse potere del marketing: su quella spiaggia un gruppetto di escursionisti nelle camere in affitto attigue alla taverne, forse il figlio ha attuato una politica di mezza pensione… Poi si è inventato un gioco/referendum: su un ciclostile trovi raccontate tre favole del “mondo che vorrei”, uno è il regno del dio denaro, uno il regno ecologico di Calipso, il terzo il regno della comunicazione (Apollo). Ogni avventore deve scegliere qual è il suo mondo dei sogni, togliere un sassolino dalla teca relativa e a fine stagione gli abitanti dell’isola seguiranno i dettami di quel mondo che sarà risultato vincente, ovvero corrispondente alla teca con meno sassolini. 
Scegliamo quella del mondo ecologico, la comunicazione mi ha un po’ rotto…, e poi si capisce già che vincerà l’ecologia. Ovviamente la teca del dio denaro è gremita di sassolini, ipocrisia? Ma no, credo davvero che a chi arriva qui importi poco del denaro, soprattutto nessun turista per quanto avido vorrebbe mai che qualcun altro si arricchisse a scapito del posticino bello ed economico che ha scovato per le sue estati…
Insomma, Gavdos è un gioiello incastonato nel mar libico. Temiamo di essere monotoni a descrivervi tutto ciò che stiamo vedendo come una meraviglia per gli occhi e io stessa fatico a trovare sinonimi per il bello che vedo ogni giorno, ma è così: qualche volta dobbiamo abbandonare una baia splendida a vantaggio di un ancoraggio più sicuro ma più anonimo, ma tutto ciò che abbiamo visto finora ha veramente un livello estetico superiore a ciò cui siamo abituati nella vita di ogni giorno. 
Rimpianti? Forse non poter vedere Creta da terra che deve essere altrettanto bella, poi pensiamo alle file per entrare a Cnosso, ai 1.000 al giorno in coda nelle gole di Samaria, al caldo che per mare non si sente e ci rendiamo conto di essere davvero fortunati. Il mare dà moltissimo e pretende in qualche modo una certa esclusività.

martedì 19 luglio 2011

Da Ormos Vroulias a Sfakion a Forza 0


Il fatto di non vedere alcuna barca in questa parte di Grecia è ben coerente con il non aver trovato in rete alcun consiglio per la navigazione sulla costa sud di Creta. Tale itinerario è anche fortemente sconsigliato dal portolano IMRAY che recita che la costa sud d’estate, a causa dei rilievi alti della montagna è quasi sempre investita da raffiche particolarmente intense e groppi di vento che possono essere di violenza eccezionale. Addirittura, a chi proprio intende fare questa rotta, viene caldamente consigliato di navigare a non meno di 5 miglia dalla costa. 
Noi invece non riusciamo a tirar fuori le vele, per tanti di quei giorni ormai che spesso mi scopro a chiedermi che altro uso potremmo fare dell’albero e delle sartie che in situazioni come queste sembrano tanto inutilmente ingombranti. Dopo Vroulias Bay, proprio in corrispondenza con le vette ripide e scoscese di Creta, il vento cala a 0, alla faccia del portolano e del suo autore, e ci regala 3 giorni di latitanza totale con buona pace per il nosro motore e per il serbatoio della nafta che lavorano a pieno regime. Eolo me lo immagino da bambino a scuola, parecchio capriccioso e un po’ stronzetto, di quei ragazzini prepotenti e un po’ asociali che devono sempre fare i bastian contrari. 
Me lo immagino come il figlio viziato di una famiglia ricca, che viene invitato a giocare a pallone solo perché lui possiede un pallone, poi se gioca male o se sta perdendo strappa la palla ai compagni e tenendosela stretto tra le mani dice “non si gioca più, il pallone è mio”.
L’assenza di vento porta anche una lieve onda lunga che ci impedisce di fermarci ovunque su questa tratta esposta e aperta al mare. Oltre a questo, in linea con il fatto di essere ben a sud, le temperature salgono oltre i 35°. Detto tutto ciò penserete che siano stati giorni d’inferno. No, non direi. 
Ci fermiamo a Paleohora, una piacevole cittadina dove ritroviamo una qualche forma turistica, taverne sulla spiaggia, musica serale, menu in doppia lingua, sport acquatici e addirittura il ricambio Camping Gas. A Paleohora c’è anche un porto, totalmente vuoto fatta eccezione per un traghetto in rovina e un paio di barchette di pescatori. Ci avviciniamo all’ingresso ma il fondo è torbido e marrone, non ci fidiamo a entrare temendo insabbiamenti che data la posizione del porto sono molto probabili. 
Quando l’ecoscandaglio arriva a segnare 3 metri, facciamo dietrofront e andiamo ad ancorarci in rada davanti alla spiaggia esposta a ovest.
Continuiamo il viaggio, scorrendo da vicino la costa passando da Sougia e vedendo le rovine dell’antica Lissos, poi Agia Roumeli, piccolo borgo sotto le impressionanti Gole di Samaria, un canyon attraversabile con un sentiero di 18 chilometri e 1.200 metri di dislivello che attira, dicono, 1.000 escursionisti al giorno. Noi sulla spiaggia, punto di arrivo ne vediamo una ventina, non di più, non ho idea di cosa ne sia degli altri 980.
A Loutro, anche definita come l’antica Phoenix, abbiamo la sensazione di essere degli attori su un palcoscenico. Il villaggio, fatto esclusivamente di domatia e taverne per i camminatori che sono l’unico target di questa parte dell’isola, è disposto ad anfiteatro intorno alla piccola baia/porto. Ci ancoriamo proprio al centro, a 15 metri dalla banchina. Ovviamente, a parte il traghettino che passa più volte al giorno da Paleohora e da Sfakion, siamo l’unica barca in zona. A Loutro si può arrivare solo via mare oppure con gli impegnativi sentieri che attraversano le montagne, roba da caprette più che da esseri umani bipedi. Il traghettino sbarca qualche umano e molti approvvigionamenti per le taverne. È un paradiso di quiete, anche a tarda sera vedi arrivare dalla montagna gli escursionisti più coraggiosi (o quelli che hanno calcolato male i tempi…). 
Vediamo flash dalla banchina verso di noi, mi viene quasi voglia di inchinarmi e poi di chiudere il sipario, non prima di aver raccolto qualche rosa lanciata dal pubblico (o qualche pomodoro). La seconda sera, stanchi di essere al centro dell’attenzione, ci spostiamo nella baia a Ovest, a farci compagnia un gruppo di pecore in una grotta sul mare e le caprette che dopo il tramonto si arrampicano sulla roccia rossa. Gli escursionisti tardivi che scendono al buio  il dirupo impervio dopo aver compiuto un percorso di almeno 6 ore, ci vedono giocare a carte in pozzetto. Non voglio pensare a come avranno commentato il fatto. D’altra parte ognuno si sceglie le vacanze che vuole, no?

sabato 16 luglio 2011

Creta West by South-West. "Quell'estate in cui a Creta arrivò una barca a vela"


Eccolo il famoso vento dell’Egeo. Arriva tutto insieme, appena leviamo l’ancora da Gramvousa, facendo quasi eco al mio “Ma perché mai dobbiamo andare?” corredato da dei “Partire è un po’ morire” e “Chi lascia la strada vecchia per la nuova….” fino ad arrivare ad un “di venere e di marte non si sposa, non si parte e non si dà principio all’arte” che visto che era martedì funzionava bene assai. Facciamo a tempo a passare tra la baia e lo scoglietto che il benedetto Eolo decide di tirar fuori tutte le sue forze: vento a raffiche che arrivano oltre i 35 nodi, impossibile mettere le vele se non riducendole in brandelli, andiamo avanti spinti da questa forza della natura e dal motore ma credo che anche senza motore avremmo fatto la stessa velocità. Il vento soffia da Nord Est, il mare è calmo visto che siamo protetti dall’isola ma bianco di schiuma, Eolo non ci lascia spazio a ripensamenti, tornare indietro, risalendo il mare sarebbe impresa faticosissima. Me lo immagino Eolo e penso che se continua così gli verrà un gran mal di testa, ricordando quello che mi diceva la mamma quando gonfiavo i palloncini con troppa foga, ma poi, cavoli di Eolo il suo mal di testa, vorrei che smettesse per rimettere via le giacche della cerata e godermi l’estate. 
Decidiamo di fermarci a Falasarna, 10 miglia dopo essere partiti, la baia è rafficatissima e il mare bianco di schiuma non permette di vedere i fondali, davanti alla spiaggia però il turchese - che nel nostro linguaggio segnala fondo di sabbia omogeneo, ottimo tenitore - è inconfondibile, ci ancoriamo sotto raffiche in 4 metri d’acqua. Passiamo così due giorni ad ascoltare i lamenti di Eolo e a fare la solita vita di mare ma con le vele ben chiuse. A terra un piccolo stabilimento e sulle colline sterminate coltivazioni in serra. Quando ti tuffi in acqua – che grazie al cielo ha riacquistato un paio di gradi – la corrente è tale che ti senti in un idromassaggio. La barca si muove secondo le raffiche di vento, forzando ora a destra ora a sinistra. 
Il rumore incessante del vento sembra un ospite fisso a bordo che ha molta voglia di chiacchierare, quelle persone un po’ moleste che per tenere banco alzano la voce se qualcun altro prende la parola. Non smette mai, neanche di notte. Il mare però è calmo e a Falasarna si sta una meraviglia. Aggiungiamo una seconda ancora a 45° rispetto alla prima con una certa divertita curiosità, si tratta di un’ancoretta leggera leggera in lega di alluminio, marca Bulldog di cui si raccontano prodigi nella tenuta. Sembra un’ancora giocattolo, con la sua catenella e 30 metri di cima, sembra Davide in confronto a Eolo-Golia. E invece tiene perfettamente, ma talmente tanto che Giovanni la vede scomparire sotto la sabbia in un attimo. Quando dopo 2 giorni, ci apprestiamo ad issarla sembra di essere incollati al cemento, non viene via per nulla al mondo. Bulldog, mai nome fu più appropriato. Funziona solo sulla sabbia ma approfitto di queste righe per consigliarla a chiunque navighi per mare.
Bloccati a Falasarna, inforchiamo un binocolo e scopriamo dietro la spiaggia un Falasarna Market dove vado a fare rifornimenti mentre Giovanni resta a guardia del forte. La seconda sera, il vento è calato a 18 nodi e ci regaliamo una cena alla taverna sul pianoro sopra la spiaggia.
Dalla taverna tutti i commensali vanno sul bordo del prato a scattare foto alla nostra barca al tramonto. Da quando siamo arrivati a Creta, tolto il tedesco, non abbiamo più visto una barca a vela e continueremo a non vederne per giorni. Come mai? Non lo so, Creta non è negli itinerari dei navigatori, troppo lontana forse, troppo grande, troppo rafficata e con pochi ripari nella parte sud? O forse è il mar libico a far paura? 
Non passa una barca a Falasarna fatta eccezione per un pescatore che viene a filare le sue reti proprio dietro P'acá y p'allá. Non vediamo barche nel tragitto verso Elafonissi. Ebbene sì, un’altra Elafonissi, questo nome per le isole sembra essere per i greci come “isola piana” per i sardi, quando non sanno come chiamarle, ecco che nasce una Elafonissi. Neanche una barca, sentiamo nostalgia del tedesco e guardiamo avanti sperando di ritrovarlo, quando molto a largo di Ormos Vroulias ne vediamo passare una quasi ci commuoviamo ma non si avvicina e non si ferma, è solo di passaggio, chissà magari viene da Suez e va verso Gibilterra. 

In questi giorni siamo stati oggetto di curiosità da parte di locali e turisti, chi nuotando dalla spiaggia per guardarci da vicino, chi fotografandoci da lontano. Immagino i locali identificare questi giorni come “quell’estate in cui passò la barca a vela”. Noto con piacere che P'acá y p'allá arricchisce qualsiasi panorama, lo rende umano, gli conferisce un senso di proporzioni e di eleganza, ma soprattutto lei da sola in mezzo a questi scenari dove la natura è padrona di tutto acquista un’importanza e una solennità tutte nuove. 
Elafonissi sarebbe bella, ovvero lo è, ma è una bellezza diversa da Gramvousa, molto più addomesticata e organizzata. Il suo guaio è che l’isola è collegata da un istmo di sabbia alla terraferma, oggetto di processione quotidiana dai turisti alloggiati negli alberghi di Vrimbokambos. Ci siamo ancorati lì vicino in un dedalo di scoglietti con un ancoraggio molto precario, siamo scesi a terra con il tender all’alba, prima dell’arrivo dei vandali. 
La sabbia è bianca e rosa e lungo la battigia c’è una specie di corallina viola, guardando bene sembrano minuscoli crostacei, l’effetto è unico, molto bello. 
Con l’arrivo dei processionandi, leviamo l’ancora e ci spostiamo, accompagnati dal maligno Eolo e dai suoi 35 nodi più a Est su Ormos Vroulias, una meraviglia e una gran bella sorpresa: riacquistiamo i colori di Zante, l’azzurro del mare è sterminato, visto da lontano è una sottile striscia ma avvicinandoci scopriamo che lo spazio di sabbia è enorme. 
A terra una decina di campeggiatori e un cane. Questa parte di Creta, fin dagli anni 70 è territorio di elezione degli alternativi, ieri gli hippies, oggi gli ecologisti, credo, o  i cultori della meditazione. Abbiamo fatto bene a scegliere la rotta sud, le montagne rosse e alte al tramonto diventano di fuoco, il silenzio appena Eolo smette di cantare, riempie ogni spazio e ogni tempo. 
La luna piena completa il quadro e lo rende indimenticabile. Anche qui, come a Falasarna, un pescatore arriva e fila le reti proprio intorno alla nostra barca, deve essere un rituale, forse pensano che porti fortuna oppure che anche i pesci si avvicinino a noi. In fondo, anche per i pesci questa deve essere “l’estate in cui  passò una barca a vela”.