sabato 27 agosto 2011

Nisyros e la Giali Experience


Decisamente Nisyros è un’isola che non ama le barche. Quasi perfettamente rotonda, non offre ridossi e ancoraggi riparati. L’isola è un cratere vulcanico, principale motivo per visitarla. Lo abbiamo già fatto anni fa, quindi questa volta ci limitiamo a girarci intorno, avvicinarci al porticciolo di Mandraki e poi ce la lasciamo sulla nostra poppa consapevoli di avere molta strada da fare. Vogliamo fermarci a  Giali, che è l' “accento grave” di Nisyros, una virgola orizzontale di terra 3 miglia più a nord. 
Lo spettacolo è davvero particolare, l’isoletta è semplicemente una grande cava di pomice, a terra scivoli di carico, macchine che lavorano la roccia, operai al lavoro. A mare, grandi navi adibite al trasporto dei materiali, ormeggiate ai gavitelli. Oltre a questo è anche una gran bella baia, l’acqua è lievemente intorpidita dalla roccia calcarea ma i fondali sono puliti e belli. 
Durante la giornata siamo in compagnia di diverse barche a vela, in sottofondo il rumore dei cavatori in fervida attività. Davanti a noi la montagna con le sue cicatrici che fanno dei disegni geometrici e una enorme duna di pomice, diversa da quella di Lipari, più grigia e meno fine, non ti viene voglia di tuffartici dentro, risalirla e scivolare giù, fa un po’ paura, pensi alle valanghe e alla possibilità di restare sepolto sotto quella pomice. 
Ma forse è solo che sono 30 più grande di quando andai a Lipari, il che vuol dire almeno 10 anni meno incosciente. Di notte restiamo in 2, noi e un’altra vela più piccola. La montagna veglia su di noi nel silenzio del riposo dei cavatori.

giovedì 25 agosto 2011

Tilos. Quando la Grecia è atmosfera.


Lasciare Halki è un po’ una elaborazione del lutto, ma si riesce a farlo più facilmente se si dirige verso Tilos. La navigazione è con vento medio che per l’occasione viene gentilmente ed eccezionalmente un po’ da Sud, tanto per aiutare la nostra risalita. Nelle cale di Tilos non incontri nessuno, le barche a vela che passano di qui sembrano interessate solo a un ormeggio nel porticciolo di Livadia o all’ancoraggio nella tranquillissima baia antistante. 
Buon per noi, il mare è bellissimo, acque limpide, fondali fantastici, spiagge di ciottoli colorati. Il porticciolo ha solo una decina di posti, riusciamo a aggiudicarcene uno arrivando nel primo pomeriggio. L’ormeggiatrice è una signora estremamente competente, ti accompagna all’ormeggio da terra come un direttore d’orchestra, conosce alla perfezione la sinfonia del fondale e il ritmo delle correnti. Quasi quasi, ti vien voglia di farle un applauso. Subito dopo, appena ormeggiato, ti vien voglia di scappare: il caldo oggi è inarrestabile. 
Aspettiamo le 6 per fare la nostra escursione a Megalo Chorio che vorrebbe dire grande città e che concretamente consiste in un piccolo borgo di casette bianche fatiscenti arrampicate sulla montagna. Ci arriviamo con l’autobus che ovviamente ti lascia ai piedi della cittadella e dopo 10 minuti abbiamo visto tutto ciò che c’è da vedere, l’immagine chiave che porto con me sono due anziani signori nella loro terrazza con vista 5 stelle sul mare intenti a bere una tazza di tè circondati di fichi d’india e melograni. 
Vorrei chiedergli cosa ne pensano dell’effetto serra e delle domeniche a piedi, tanto per vederli ridere alla faccia nostra. Visto che oggi, causa autobus, non abbiamo camminato abbastanza e soprattutto che quello per tornare in porto passerà solo dopo 2 ore, decidiamo di camminare fino a Agios Antonios, un porticciolo sulla costa nord. 
Per chi dovesse seguire un giorno le nostre orme, non fate come noi, scegliete il sentiero a mezza costa dalla sommità del paese e non la strada asfaltata a valle, più panoramico, più fresco e, come ho già detto, a camminare su un sentiero ci si sente meno idioti che a farlo su una strada carrozzabile. Il porticciolo Agios Antonios è l’essenza della Grecia: un caffè sotto i platani e gli eucalipti, 4 tavolini, uomini che giocano a backgammon. Al molo qualche barca di pescatori e un piccolo caicco. 
Ci guardiamo il tramonto aspettando il nostro autobus che arriva con 20 minuti di ritardo ma per fortuna passa visto che la strada è completamente buia, oltre che lunga. Tilos è un’altra delle isole della Grecia che sembra sostanzialmente dimenticata dal turismo, un’altra isola da non perdere, quindi.

martedì 23 agosto 2011

Halki. Un altro posto dove andare a vivere.


Halki e la piccola Alimia sono due isolette a meno di 5 miglia a nord ovest di Rodi. Ma forse non se ne sono accorti, oppure sono venute fuori dal mare all’improvviso quest’estate e ancora la notizia non si è sparsa. Intendiamoci, la desolazione di Gavdos e di tutta Creta è altra cosa ma anche qui, incredibilmente, il turismo è molto poco aggressivo. 
Alimia è terra rocciosa totalmente disabitata, ha una grande doppia baia molto chiusa al mare dove regna una tranquillità assoluta. Con noi in rada un paio di caicchi e altre due barche a vela. Ci ancoriamo con la cima a terra a un moletto di pietra, Giovanni va a controllare l’ancora e scopre il relitto di una grande barca a motore ancora intatta adagiata su un fianco, al suo interno saraghi fasciati di diverse taglie hanno messo su casa. Cerca di convincermi ad andare a dare un’occhiata ma il fondale è troppo alto per me, mi faccio forza e nuoto in quella direzione ma quando vedo il fondo scendere e il blu davanti sento la musica de “Lo Squalo” e faccio rapidamente dietro-front. 
La scena della testa senz’occhio che fa capolino da un oblò del relitto nel film mi torna in mente in maniera precisa e segna inequivocabilmente la mia serena rinuncia a questa visita, mi accontenterò della descrizione. 
Arriviamo ad Halki e scopriamo che Emborios è uno dei paesini più belli di tutta la Grecia. È una Simi in miniatura, solo più curata, intatta e molto più tranquilla. Corro a vedere le descrizioni di Heikell e di Magico Egeo immaginando di trovare qualcosa del genere “Scoprire Halki è come trovare una rosa bianca in una piantagione di te” e, sospiro di sollievo, scopro che entrambi si sono astenuti dalla metaforizzazione di quest’isola. Anzi, direi che non la enfatizzano affatto, Heikell addirittura la definisce una Simi modesta. 
Io ad Halki invece andrei a viverci, in una di quelle belle casette sul porto con terrazza sull’acqua e scaletta per fare il bagno, o più in alto in una delle casette colorate nelle viuzze ombrose che salgono sulla collina. Un’isola a dimensione d’uomo, una mezza dozzina di ristoranti sul porto, un pontile galleggiante a T che ospita una decina di barche, un grande molo per il traghetto sproporzionato che arriva la sera. 
Halki è sulla linea Pireo –Kalimnos – Kos – Rodi, ma è anche collegata con Karpathos e Creta. Quella che arriva, annunciata da un suono di sirena che fa tremare tutta l’isola, è una nave di oltre 150 metri a 5 piani che qui dentro questa piccola baia fa davvero impressione, soprattutto a noi che ce la vediamo far manovra proprio sulla prua della nostra barca al pontile. Se gli si rompe l’invertitore facciamo la fine dei pomodoretti san marzano che attraversano l’autostrada del sole (“stai atte’….” Dice un pomodoretto, “che hai de…” risponde l’altro prima di essere spiaccicati a terra). 
Halki una volta contava una popolazione di 7.000 abitanti, di cui la maggior parte è emigrata in Florida agli inizi del 900. Si dice che sull’isola vivono 14 specie di farfalle, oltre 40 specie di uccelli e 6.000 capre, queste credo le abbiamo incontrate tutte. Guardando la carta decidiamo che, anche se il caldo è notevole, non possiamo perderci una camminata fino all’antica Chorio e da lì al Castello dei Cavalieri di San Giovanni. 
La prima parte però la facciamo col taxi, dico io, visto che dove c’è una strada carrozzabile andare a piedi e da reazionari, no? 10 euro per 4 chilometri in salita a tornanti che giuro se me ne chiedeva 20 glieli avrei dati lo stesso. La seconda parte, l’arrampicata fino al castello convince anche Giovanni che quei soldi sono stati ben spesi. La vista da lassù è bellissima e se pur troppo lontana per essere chiaramente visibile, scorgiamo la nostra barca ad aspettarci al pontile. Torniamo al porto a piedi e ci perdiamo un po’ per le viuzze lastricate di pietra, regalo sembra degli ex isolani emigrati in Florida. 
A pochi passi dalla nostra barca, fuori dal piccolo market sul porto, fa la guardia un grande falco della regina. Con i suoi occhietti gialli ci guarda perplesso, noi ricambiamo con pari stupore. Al tramonto, due coppie vengono sul pontile ad ammirare P'acá y p'allá, il proprietario del grande Sun Odissey accanto a noi sembra piuttosto seccato, si chiede probabilmente come mai siamo tanto più belli di lui. Godiamo di questi momenti come neanche la mamma di Cicciobello poteva godere.

sabato 20 agosto 2011

Simi. La Grecia ci riaccoglie con tanto colore.


Come al solito, mentre navighiamo avvicinandoci a una nuova isola, mi accingo a consultare la nostra biblioteca di bordo che, per quanto riguarda le guide sulla zona, si riduce a due capisaldi (gli unici in commercio, ahi, quanto manca un Mancini sull'Egeo…)
Il primo è il Greek Pilot di Rod Heikell edito da Il Frangente, un portolano che si limita per lo più a descrivere porti e pochi ancoraggi, l’altro è il più discorsivo diario di bordo “Magico Egeo” di Alfredo Giacon che con sua moglie ha navigato parecchio tra Grecia e Turchia.
Ecco l’incipit delle loro rispettive descrizioni su Simi:
“Scoprire Simi è come scoprire una pianta esotica nel deserto. Le case dalle tinte blu, ambra, crema e rosa pastello, strette l’una sull’altra lungo i fianchi ripidi dell’insenatura ….”
(Rod Heikell) – “Arrivare a Simi è come scoprire nel deserto una pianta esotica. La sua architettura è elegante e le sue case sono un’esplosione di colori come l’ambra, il rosa, il crema, il blu e l’azzurro” (Alfredo Giacon)
Argh… Plagio! Alfredo, Alfredo, Simi è un luogo di tale suggestione, di tale incomparabile bellezza che non posso credere non le siano venute altre metafore in mente tanto da doverla copiare di sana pianta dal Greek Pilot. Peraltro, poi, non mi sembra neanche una metafora così calzante, l’ultimo modo in cui definirei Simi è “pianta esotica”. (Ma serve poi una metafora?) 
Simi è un’isola splendida, frastagliata, ricca di baie dai colori cangianti e il suo paese (la pianta esotica), rannicchiato all’interno di un fiordo è un raro esempio di un’architettura ellenica pregevole se pur ben diversa da quella cicladica. Case sovrapposte una sull’altra di tutti colori diversi, viuzze ombrose in salita e dall’alto una vista incomparabile sulla Turchia e sul mare che le divide. Di deserto qui non c’è nulla, di esotico, ancora meno. 
Mi secca molto leggere banalità nelle descrizioni, probabilmente perché temo sempre di cadere anche io nella scontatezza e nella banalità in questa cronaca di viaggio. Pur vero che il vocabolario forse non offre parole a sufficienza per descrivere questi luoghi e la continua meraviglia del viaggio, ma qualcosa di meglio di pianta esotica nel deserto si deve poter fare. Entrambi gli autori, vorrei approfittare del contesto per pregarli di evitare dichiarazioni come “fondale discreto tenitore quando l’ancora ha ben agguantato il fondo” o addirittura “il fondale è scarso tenitore, meglio accertarsi che l’ancora abbia ben agguantato il fondo prima di lasciare la barca incustodita”. L’ovvietà è gemella della banalità. Ok, scusate, Rod e Alfredo, non sono stata generosa, in effetti ci siete di grande aiuto in questo viaggio… Anche se… guardate che in alcuni posti si vede che non ci siete proprio stati eh?....
Ma torniamo a Simi, che Giovanni per tutti e 3 i giorni che ci fermiamo qui continuerà a descrivere come una pianta esotica nel deserto. La navigazione da Bozuk Buku è tranquilla con vento quasi assente. Ammainiamo e issiamo con precisione svizzera le bandiere greche e turche sul confine delle acque territoriali. Per prima cosa arriviamo a Seskli, isolotto a Sud di Simi e poi, visto il mare insolitamente calmo, decidiamo di fare il periplo in senso orario per vedere la costa ovest, lato delle isole che in questa stagione, nel dodecaneso, è di solito flagellato dal mare. 
Ci fermiamo in rada a Ag. Emilianos, un doppio fiordo con doppio monastero, uno sull’acqua e l’altro che in realtà è diventato una proprietà privata è a mezza collina. L’atmosfera è particolare, silenziosa, quieta, quasi solenne. Non vedo monaci ma al loro posto parecchie capre. In rada troviamo un bel due alberi d’epoca battente bandiera maltese e ci accorgiamo che è quella che tutti gli inizi e fine estate vediamo ancorata in rada a P.S. Stefano. 
Qui insieme nel centro della pianta esotica, noi e loro. Al tramonto arriva uno sciame d’api, il due alberi va via, noi restiamo. Le api, come di consueto, spariscono appena cala il sole.
Il fondale, come direbbe Heikell, non è buon tenitore, il vento cambia direzione e prima di andare a dormire, decidiamo di spostarci un po’ al centro della baia, fissando anche una cima a poppa su un gavitello di un pescatore. Nel frattempo la luna, poco meno che piena, è sorta e ci tiene compagnia.
La mattina dopo proseguiamo il periplo e navighiamo lo stretto passaggio tra Simi e l’isolotto di Nimos con molta cautela, visto che il canale ha un fondale di 4 metri. Un veloce bagno ad Emborios ed eccoci arrivati al Porto di Simi. “Non ti sembra una pianta esotica nel mezzo del deserto?” dice Giovanni, tanto per non smentirsi. Un omone con maglietta arancione ci aiuta nell’ormeggio, passerà più tardi a chiedere 5 Euro ma non lo vedremo più. C’è una sola colonnina per acqua e corrente e una dozzina di barche ormeggiate lì davanti, ma non c’è problema, basta telefonare a un numero scritto sulla colonnina e arriva Pandelis con le sue doppie prese e le sue prolunghe ed ecco che tutti hanno la loro presa elettrica attaccata in banchina. 
Incredibilmente tiene, non salta la corrente e soprattutto non esplode l’intero molo, una pianta esotica abbrustolita non farebbe la stessa impressione. Nel giro di mezz’ora arriva anche l’autocisterna del gasolio e noi siamo felici e satolli di energie di tutti i tipi, quelle personali invece le disperdiamo nell’ascesa della pianta esotica fino alla sommità della collina circostante, le temperature, quelle sì, sono africane.
La costa est di Simi è caratterizzata da alcune delle più belle baie del Dodecaneso. Tra tutte, consigliamo Ag Georgiu, anche detta Dysalonas, incorniciata da alte rocce bianche e una bellissima spiaggia di ciottoli. Incontriamo Gioia e Aldo che con il loro MySong, un Nauta 54, stanno facendo charter con un gruppo che sbarcheranno presto a Rodi. Ripenso a pochi mesi fa, quando con Gioia immaginavamo i nostri rispettivi viaggi sedute a un bar di piazza Belle Arti. Loro hanno portato a giugno la barca a Samos con una navigazione veloce e senza soste e sono qui a far charter da fine luglio a metà settembre, poi la lasceranno qui, al marina di Leros a svernare. Quel che facciamo noi è un po’ strano, di solito quando uno porta la barca fino a quaggiù lo fa per lasciarcela per qualche anno, raggiungendola 2 o 3 volte l’anno con un comodo volo charter. 
I motivi sono tanti: prima di tutto le distanze che in barca significano settimane, poi il costo visto che qui in Grecia il posto barca annuale costa un quinto di quanto costa nella nostra bella Italia così ostile alla nautica. Piacerebbe anche a noi, poter tornare con un volo di un’ora e trovarci direttamente qui dove abbiamo messo 3 mesi per arrivare. Però la nostra P'acá y p'allá ce la riportiamo a casa, o meglio, speriamo che a casa ci riporti lei. L’abbiamo appena adottata, non ci sentiamo proprio di passare del tempo lontani da lei e poi c’è il generatore eolico da mettere, i pannelli solari, le vele nuove da fare, il lavoro da trovare per pagare tutto questo….. Magari il prossimo anno, chissà. Il prossimo anno la portiamo fin qui e poi magari la lasciamo a Kos o a Leros. Per ora ci piace saperla vicina. 
Per finire, immancabile a Simi è una sosta nella baia di Panormitis, un ansa a Sud Ovest completamente chiusa e riparata da tutti i venti, dominata dal monastero bizantino omonimo. La rada ha un discreto numero di barche a vela ancorate, al moletto si alternano i pescatori locali con un paio di motoscafi turistici; a terra, anziani passeggiano sul lungomare davanti al monastero di cui una parte è destinata al turismo, una sorta di colonia estiva molto piacevole. Domenica mattina, la messa dura quasi 3 ore.
Mentre leggo in pozzetto sento Giovanni correre da prua con gli occhi che gli brillano di eccitazione: due signore della barca vicina, nuotando accanto a P'acá y p'allá, parlavano di lei. “Certo che però il Grand Soleil è davvero bello, eh mammì?” ha sentito dire dalla più giovane delle due. Visto? A indossare la bandiera francese senti fare dei commenti che ti regalano una gran bella soddisfazione e che magari, se sapessero che sei italiano, per pudore non farebbero o non suonerebbero così sinceri. Quel “Eh mammì?” sostituirà il pianta esotica nel deserto nelle conversazioni di Giovanni dei prossimi giorni.

mercoledì 17 agosto 2011

Gocek, Marmaris e Karaburun, il trampolino per la Grecia.


A Fetiye prendiamo una decisione: questo punto nave sarà il più a Est del nostro viaggio. Decidiamo quindi di non proseguire verso Kas, e il Golfo di Kekova ma di risalire la costa fino a Karaburun e poi rientrare in Grecia. Un po’ ci dispiace non andare a Kastellorizo, l’ultima del Dodecaneso proprio di fronte a Kas, ma ci siamo già stati 20 anni fa quando sul lungomare i bar trasmettevano 24 ore al giorno il film di Salvatores “Mediterraneo” che aveva appena vinto l’oscar.  Per quanto nei nostri ricordi la piccola Kastellorizo sia stupenda e il golfo di Kekova sia descritto come la parte più bella della costa turca, ci rendiamo conto che la distanza e la risalita controvento non valgono il viaggio.
Lasciato il marina di Fetiye, navighiamo un po’ nel golfo  e facciamo qualche bagno nelle cale costellate da tombe licie per poi andare a passare la notte di fronte al vivace paesino di Gocek. Anche qui, pur non stando in porto, la preghiera del muezzin ci tiene compagnia.
Usciti dal grande golfo di Fetiye, ci regaliamo un bagno davanti a una spiaggia bella e selvaggia: è di nuovo mare, o quasi, l’acqua resta poco limpida ma siamo soli, i fondali sono ridotti e le temperature più basse.
Marmaris, rannicchiata al fondo di un altro grande golfo, è la gioia di chi va per mare: un profluvio di shipchandler e vari negozi di attrezzatura nautica che te li sogni persino a Genova o a La Spezia. Acquistiamo un’ancora che fungerà sia da ancora da scogli che da ancora di rispetto, una nuova lampadina a led per il pozzetto e vari articoli più o meno indispensabili in un fantastico negozio americano West Marine, costoso ma fornitissimo. 
Anche qui il marina è efficiente, cominciamo ad incontrare italiani, è da parecchio che non sentivamo la nostra lingua. Non ci riconoscono, noi battiamo bandiera francese e il nome della nostra barca è spagnolo. Giovanni che da qualche settimana attraversa una fase di orgoglio patriottico vorrebbe mettere sulla sartia di sinistra la bandiera italiana, non glielo permetto perché fa molto charterista e poi non ho alcuna voglia di dichiarare la mia nazionalità, non che mi piaccia apparire francese, ma quella la dobbiamo indossare per forza. E poi non vedo perché abbondare di informazioni. 
La barca comincia a dare i segni dell'avventura che ha vissuto in questi mesi e soprattutto della traversata da Creta a qui, c'è sale ovunque, fino in testa d'albero e, anche se sembra paradossale per una barca, il sale non fa tanto bene alle sue parti di acciaio. "Bisognerebbe salire in testa d'albero e tentare di pulire almeno un poco" dice Giovanni. L'impresa mi piacerebbe di più se potessi abbondare nell'uso dell'acqua che mi porto su con il tubo, ma alla nostra destra e alla nostra sinistra ci sono altre barche e non apprezzerebbero la doccia di sale e sporco che piove sulle loro teste. Cerco di fare un'operazione chirurgica con spugna e solo qualche filo d'acqua ma grazie anche a quel poco di vento la barca alla nostra sinistra quando ho finito ha delle belle chiazze. Almeno, complice la nostra bandiera, non potranno dire "i soliti italiani...". Propongo a Giovanni di offrire ai vicini le scuse e un lavaggio della loro coperta ma lui, fedele al suo credo "negare anche l'evidenza" mi dissuade dicendo che è una barca charter e a loro non importa. In effetti sono rimasti stoicamente in pozzetto senza apparentemente accorgersi di nulla...
Continuando la risalita della Turchia, scorriamo il promontorio a sud della grande penisola della Datca, dentro le cui braccia è adagiata l’isoletta di Simi, nostra prossima meta. Ci fermiamo per una notte in un bell’ancoraggio solitario in una cala senza nome a nord di Kumlu Burnu dove sperimentiamo con successo l’ancoraggio con la seconda ancora a poppa ben incastrata da Giovanni in uno scoglietto. Verso sera, mentre stiamo preparando la cena, ci raggiunge un pescatore con la moglie che si ancora accanto a noi, ci urla qualcosa che può essere indifferentemente un insulto o un affettuoso saluto, alla fine decidiamo per la versione positiva. Sorge la luna poco meno che piena e stiamo così, vicini ma non troppo in questo sperduto angolo di mondo, noi con la nostra matriciana e i nostri compagni di rada con una pita e meze (antipasti vari) che mangiano con le mani. La signora ha un vestito lungo e un foulard in testa. Peccato non poter comunicare, comunque condividiamo uno scenario stupendo e una notte illuminata. Poi all’alba il pescatore salpa per ritirare le sue reti.
Bozuk Buku è un fiordo profondo e molto frequentato subito a sud del capo di Karaburun, in alto le rovine dell’antica città di Loryma talmente ben conservate che visitandola ci chiediamo se non sia stata ricostruita. Qui siamo in tanti, molte barche di charter e caicchi ma la baia è grande e non ci si dà fastidio. Girano per le barche ragazze su piccoli motoscafi che offrono parei e teli da bagno da hammam. Sul catamarano vicino a noi un gruppo di signore americane inizia una trattativa da suk indemoniata, non riesco a capire come va a finire ma mi sembra che acquistino molto poco rispetto al tempo che hanno fatto perdere alle ragazze. Provo sempre un certo imbarazzo ad assistere alla trattativa fatta dagli occidentali su oggetti che hanno di base un costo irrisorio, si comportano esattamente come suggeriscono le guide turistiche, forse andrebbe tolto questo paragrafo dalle guide, a me sembra una gran cazzata dire che è costume trattare, che è una usanza e che la popolazione locale si aspetta questo tipo di manfrina. Il prezzo che viene proposto è di 3 lire turche a telo, vale a dire poco più di un euro. Trattare mi suona indecente. 
Si avvicina a noi una di queste, una bella ragazza cicciottella con un bel sorriso da persona buona, non insiste quando le dico che non ci servono parei, chiede con discrezione se gradiamo del pane fresco (village bread) domani mattina, le dico di sì e  concordiamo l’ora. La mattina dopo, appena esco in coperta, la trovo lì a 100 metri discretamente in attesa del nostro risveglio. Dove c’erano i parei, ora ci sono le grandi forme di pane caldo. Notando la bandiera mi saluta in francese e mi chiede come va, resta sorpresa della mancia e ringrazia sempre in un francese che a me sembra perfetto ma questo non vuol dire. Non tratto sul costo del pane e le lascio una mancia equivalente al costo, non mi sembra offesa, forse lei le guide turistiche non le legge…Bell’incontro, mi commuove. C’è una delicatezza e una serenità in questa poco più che ragazzina ben lontana dalla furbizia che ho letto negli occhi dei turchi visti fin qui.

sabato 13 agosto 2011

Fetiye. Sul ponte sventola bandiera turca.


La Turchia ci appare come un paese scandinavo con temperature africane. Arriviamo al Golfo di Fetiye con un bel mare formato che, pur con venti deboli,  diventa via via più agitato, mentre approcciamo Kurdoglu Burnu, il capo Ovest del golfo. Entri dentro questa grande baia e ti ritrovi a navigare in un lago calmissimo, costellato di isole, fiordi e canali; ti sembra quasi di stare nell’arcipelago di Stoccolma. Siamo impressionati dal numero di barche che contiamo, stimiamo che in tutto il golfo ce ne siano almeno duemila. Non so se sia sproporzionato il traffico nautico qui o se siamo noi, da troppo tempo a digiuno di compagnia per mare. Certo è che le due cose messe insieme ci lasciano abbastanza storditi. Grazie al cielo, il tasso di presenza di barche a motore è ridotto al minimo, saranno il 3/5% massimo del totale, per il resto barche a vela e caicchi rumorosi. L’atmosfera è lacustre, lo scenario bello ma fin troppo organizzato. Come nei laghi, le profondità sono molto rilevanti e a pochi metri dalla riva i fondali scendono rapidamente a 100 metri, obbligandoti ad ancorare fissando una seconda cima a terra. 
Il risultato visivo è vicino a quello urbano, la costa è puntinata da barche che mi sembra corretto definire, ordinatamente parcheggiate, mentre il centro delle baie è rigorosamente vuoto. Per noi, abituati ad arrivare in ampie baie vuote, gettare l’ancora dove ci pare sapendo che terrà, questo tipo di attività è faticosa.  Nelle altre barche notiamo uno al timone, uno all’ancora e almeno due a portare la cima a terra con un gommone. Noi dobbiamo cavarcela in due, quindi l’operazione è più lenta e allo stesso tempo più laboriosa e concitata. Alla fine ci siamo anche noi in questa cartolina, ordinatamente parcheggiati come gli altri. Viene quasi spontaneo, terminata la lunga procedura di ormeggio, cercare un parcometro per pagare la sosta. Inoltrandosi nel golfo per raggiungere il marina di Fetiye, l’acqua diventa palude, ferma, fermissima. A questo punto ci appare comprensibile e condivisibile il fatto che in Turchia sia obbligatorio per le barche avere il serbatoio delle acque nere a bordo e lo scarico in mare sia severamente sanzionato. In parole più semplici, penso che una cacca scaricata in queste acque immote potrebbe diventare facilmente centenaria prima di dissolversi.  Perdiamo quindi limpidezza, per quanto bello nelle cale più esterne e ventilate del golfo, il mare qui ha proprio l’aspetto lacustre, fondali vellutati e acqua lievemente torbida e limacciosa. Avrete capito che ci sentiamo decisamente più Greci che Turchi. 
Ora però, bisogna che spendiamo una parola a favore di questo Paese che ci ospita. I marina turchi: precisi, efficienti, organizzati. Hanno un costo quasi doppio rispetto a quelli greci ma anche pari alla metà di quelli italiani. L’efficienza però è svizzera. Gli ormeggiatori ti attendono all’ingresso del porto, ti portano la cima del corpo morto col gommone e si offrono di salire in barca per aiutarti nell’ormeggio. Il tutto rapidamente e con la massima perizia e disponibilità. Il marina di Fetiye è un quadrato di pontili galleggianti, i bagni sono sempre perfettamente puliti, e sui lavandini ci sono i vasi con i fiori, la musica nelle docce, le laundry efficienti. A due passi a piedi, anche se con temperature vicino ai 35° sembrano di più, c’è il paese con il suo bazar e le sue viuzze colorate. Sul fianco della montagna, illuminate di notte, le antiche tombe licie. Ogni 3 ore circa, senza sosta anche durante la notte, in filodiffusione il muezzin recita la preghiera oppure si lamenta per il mal di pancia, l’effetto finale è molto simile. Dopo un paio di notti, apprezzi la tua religione che si limita a cantare nel chiuso delle chiese.
La preghiera stereo del muezzin si mescola nel paese di Fetiye con la musica internazionale trasmessa dai locali, non ho visto nessuno prendere il  tappetino e pregare, né interrompere le proprie attività, è come se fosse un semplice rintocco di campane, nulla di più. Se pensavamo che con l’arrivo in Turchia avessimo perso il vento, all’alba ci siamo dovuti ricredere. Ci sveglia un'unica continua raffica lunga un’ora che ha gettato nel panico l’intero marina: i caicchi ormeggiati all’esterno del pontile sono fuggiti via velocemente, le barche all’ancora nella baia sembravano formichine impazzite, i mitici ormeggiatori in gommone volavano a destra e sinistra salvando barche con ormeggi non sufficientemente tesi. 
P'acá y p'allá, invece, resta ben salda al suo ormeggio, ci guarda appena svegli e sembra dirci “fatevi un bel caffè che qui ci penso io”. Per curiosità, guardiamo l’anemometro e scopriamo che il vento ha toccato la raffica record di oltre 74 nodi, ci sembra incredibile, probabilmente un mulinello in testa d’albero, a noi sembravano solo i nostri ormai ben conosciuti 40 nodi. Il tutto dura un’ora, non di più, poi il vento si spegne completamente e il muezzin riprende a cantare.
A Fetiye troviamo Captain Eddy, simpatico filibustiere che detiene il monopolio delle riparazioni nautiche, a cui affidiamo il nostro genoa per la realizzazione di una nuova banda UV ad un prezzo che sarebbe ragionevole in Italia e che in Turchia è decisamente esoso. Ma trattare non è il nostro forte e non tentiamo nemmeno di farlo. Rispetto ai Greci, i Turchi sono chiaramente più furbi e meno sentimentali, vale a dire, come possono ti fregano. Altri 120 euro li regaliamo a un altro filibustiere, l’agente che fa per noi le pratiche per il Transit Log, un visto di ingresso indispensabile per navigare in Turchia. Se avessimo fatto da soli ne avremmo spesi 50 ma lui ci ha messo un’ora mentre si narra che chi ha provato a fare da solo si è perso tra i vari uffici in cui si è costretti ad andare, distanti ovviamente chilometri uno dall’altro, e sia ancora in attesa del famigerato documento.
Imbottiamo i nostri portafogli (si fa per dire) di lire turche, acquistiamo una chiavetta internet turkcell e siamo pronti a partire, consumare velocemente un po’ di Turchia per tornare altrettanto velocemente a casa, ovvero in Grecia.

martedì 9 agosto 2011

Creta - Karpathos - Rodi. Il culo dell'Egeo, seduta sul boccaporto.


Bene, siamo in ritardo. Non per il rientro, perché non abbiamo appuntamenti, ma siamo in ritardo per il meltemi, anzi che quest’anno è stato pure gentile e ha aspettato parecchio, cincischiando indeciso come Nanni Moretti “che dici vado, non vado, vado e mi metto in un angolo tranquillo, oppure faccio finta di andare e poi torno a casa?...”. Ormai però non c’è dubbio, è arrivato e sulla cartina meteorologica colora di rosso cupo il centro dell’Egeo, in particolare tra Est di Creta e Rodi.  E lì, non c’è niente da fare, ci dobbiamo proprio passare. Ci mettiamo ai blocchi di partenza nella baia di Kouremenos, circondati da entusiasti surfisti,  la nostra sfortuna è la loro fortuna. Consultiamo le previsioni per sfruttare una finestra tra una burrascona e l’altra. Finestre vere e proprio non ce ne sono, ci dobbiamo accontentare di una sorta di feritoia per gatti e i gatti hanno il vantaggio di correre ben più velocemente di noi.
Il viaggio inizia con un bel 30 nodi e mare formato, entrambi per fortuna di lasco, all’orizzonte dovrebbe esserci Kassos. Una cosa buffa qui in Grecia, o meglio che non ci aspettavamo, è che il vento toglie visibilità, ovvero più è forte, più la visibilità è scarsa. Kassos ci appare quindi a meno di 10 miglia dall’arrivo, la guardiamo impazienti, contando di sfruttare, girata la punta sud, un po’ di ridosso, magari fermarci lì per un bagno e poi proseguire per Karpathos con un po’ meno di stress per noi e per le attrezzature. Ma scopriamo presto che Kassos e Karpathos sono i fratelli indemoniati dell’Egeo. Probabilmente le due isole più belle della Grecia ma, almeno in questa stagione, flagellate dal vento che urla senza soluzione di continuità. Girata la punta sud di Kassos, ci troviamo a fare un bel traverso molto impegnativo con vento cattivo e raffiche a 40 nodi, non riusciamo neanche a fare un po’ di foto, l’isola è semplicemente splendida, forse ci torneremo quando finisce il meltemi. Proseguiamo per Karpathos e ci fermiamo in rada, letteralmente distrutti, davanti alle spiagge dell’aeroporto che sono il regno dei surfisti. Il vento resta una colonna sonora sproporzionatamente rumorosa per tutta la notte. La mattina dopo, decidiamo di proseguire, fermarsi qui è impossibile e vorremmo sfruttare tutta la nostra feritoia (chiamala feritoia….) prima che arrivi il forza 9 previsto per domani. Per arrivare a Rodi, Giovanni adotta la strategia di risalire tutta Karpathos sotto costa a motore in modo da non avere mare per poi sfruttare meglio la traversata con un bordo al lasco. L’ idea funziona, il mare è piatto ma bianco di schiuma, l’anemometro segna 43,2 nodi, arriviamo a Diafani, a Nord di Karpathos verso le 12 e da lì traversiamo usando il solo genoa e cavalcando onde di 2 metri e mezzo. A Karpathos ci siamo stati 20 anni fa, anche allora, per 10 giorni, il vento non ha mai smesso di soffiare. L’isola è meravigliosa, frastagliata, selvaggia, con spiaggie di ciottoli bianchi  e mulini a vento sulle montagne dove c’è anche il remoto e incontaminato paesino di Olimbos, tanto lontano dalla civiltà da aver conservato un sapore di antico. Peccato non potersi fermare, Kassos e Karpathos forse sono tanto belle proprio perché così inospitali. L’ultimo tratto della traversata che abbiamo definito “il culo dell’Egeo” è ancora più impegnativa, girata la punta sud di Rodi, le raffiche aumentano e noi che siamo senza randa, cerchiamo di ammainare il genoa prima che il vento rinforzi ulteriormente ma il rollafiocco si è incattivito per la pressione del vento e forse anche per i quintali di acqua salata che da due giorni gli piovono addosso,  siamo costretti ad ammainarlo mollando la drizza. Ora, la violenza di questa operazione sotto le raffiche suddette, non è facile da descrivere. Io sto tra il timone per tenere la barca al vento e la drizza del genoa, Giovanni a prua per ammainare, tra me e lui un genoa indemoniato che sferza l’aria con la violenza di una mitragliatrice. In tutta questa operazione, la scotta riesce a incastrarsi in un boccaporto e la serratura di questo salta via. Dopo pochi minuti, abbiamo la meglio sulla forza del vento. Il genoa è ammainato, parecchio ferito nella già sofferente banda UV ormai a brandelli, ma intero, resta il problema del boccaporto che in queste condizioni di mare non può certo restare aperto in navigazione, ovvia pena l’imbarcare acqua a prua che non è proprio salutare. Intuiamo facilmente che l’unico modo che abbiamo di tener chiuso l’oblò è quello di posizionarci sopra un peso stabile e significativo che individuiamo facilmente nel mio di dietro. Le ultime dieci miglia di navigazione quindi le affronto così, seduta sul boccaporto a prua, nel punto più esposto e più bagnato della barca. Sono momenti topici, visto che normalmente quando in barca becchi una secchiata d’acqua, ti alzi e ti sposti da un’altra parte, difficilmente te ne stai ferma lì senza far niente a farti innaffiare. Ho retto abbastanza bene l’urto, infagottata nella mia cerata zuppa d’acqua. Meglio Giovanni che ridacchiava guardandomi dal posto di comando. L’arrivo nella baia di Lardhos, un miglio prima della più famosa Lindos, con una doccia calda ristoratrice è stato un momento paradisiaco da ricordare.

giovedì 4 agosto 2011

Creta - Agios Nicholaos. Vita da marina.


Pagheremo cara questa deviazione a Agios Nicholaos, il meltemi arriva mentre siamo qui e dimostra che tutto quanto abbiamo visto prima erano solo brezze e fenomeni locali. La prima cosa su cui riflettere è che non mi dovevo dispiacere per gli amici italiani che alla fine di luglio hanno avuto perturbazioni, pioggia e cali drastici di temperature. Quel generoso pensiero solidale nei loro confronti (nei vostri confronti) era assolutamente mal riposto visto che era probabilmente grazie a quell’instabilità sulla penisola italica che noi potevamo ancora goderci un mare sostanzialmente tranquillo. Il meltemi infatti, come mi spiega Giovanni, nasce dalla contrapposizione dell’alta pressione sul mediterraneo occidentale con una bassa pressione sulla turchia, come due ruote di ingranaggi che si muovono in senso contrario e si incontrano proprio al centro dell’egeo. La combinazione di questi due fenomeni, piuttosto consolidati in estate, provoca il famoso vento settentrionale che flagella il mare Egeo. E senza soste, direi. Ben diverso dal nostro maestrale, il meltemi sembra non andare mai a dormire, non è neanche Eolo, è il fratello indemoniato di Eolo. Questo qui, non bisognava bocciarlo in terza media, andava proprio ammazzato da piccolo.
Quindi le 30 miglia percorse in direzione contraria alla rotta per arrivare a Agios Nicholaos, sono 30 miglia da percorrere nuovamente che si aggiungono a quelle che mancano fino al ridosso turco dove il meltemi si acquieta fino a diventare quasi assente. La sosta ad Agios Nicholaos quindi diventa forzatamente una sosta lunga. Di solito nei porti, cerchiamo di fare velocemente tutto quel che dobbiamo e poi ripartiamo, non ci capita mai di fare vita da marina. Anche questa però è un’esperienza. Oltre a fare il cambio d’olio del motore e filtri, rifornimento carburante, laundry a tutto spiano, resta il tempo persino per il parrucchiere. Dopo un’attenta analisi del mercato, la scelta cade su Niki Foraki Kommoteriou (l’ultima parola sta per parrucchiere). Lascio Giovanni al piano di sotto per il suo taglio e io seguo Niki al piano di sopra per i miei colpi di sole. Adesso, comunicare su una materia specifica come i colpi di sole con una parrucchiera che non parla altra lingua oltre al greco, non è proprio cosa facilissima. Nel mio lavoro, ho imparato che  non è tanto importante il messaggio che invii quanto il messaggio che viene recepito. Avrei voluto dirle di farne pochi, molto naturali e soprattutto che per almeno 3 mesi non avrei visto un altro parrucchiere a rafforzamento delle due indicazioni suddette. In pochi istanti ho capito che le mie indicazioni non avevano alcuna possibilità di giungere inequivocabili al mio interlocutore e che il darle avrebbe potuto inibire lo stesso portandolo fuori strada. Quindi, ok Niki,  do as you like.  Per l’ora successiva ho assistito inerme al pitturare le mie chiome a ciocche alterne, una con una poltiglia azzurro polvere, un’altra con una melmetta verde argilla. Ma Niki mi aveva fatto vedere una foto d’esempio su un giornale e l’effetto finale è stato assolutamente identico a quell’immagine. Brava Niki, ho deciso che d’ora in poi verrò a Agios Nicholaos a farmi i colpi di sole.
Facendo occasionalmente vita da marina, ti accorgi che la maggior parte dei lungo-naviganti come noi, fanno normalmente vita da marina. Ovvero, i porti sono per loro luoghi dove la barca viene lasciata annualmente, loro la raggiungono per un paio di mesi 2 volte l’anno, fanno un giro lì intorno e la riportano lì, poi magari l’anno dopo cambiano porto. Li vedì che stanno quasi sempre  nel loro pozzetto, la maggior parte sono inglesi, ti sorridono e salutano quando passi davanti alla loro barca e puoi star certo che ti hanno notato, hanno guardato con attenzione ogni particolare della tua, sono lì, non invadenti ma disponibili, pronti a scambiare una parola con te non appena accenni a un sorriso. Qui penso a papà e a quanto aveva ragione quando diceva che la cosa importante era studiare le lingue (voleva facessi l’interprete…. Se proprio non avessi gradito entrare in banca e io che ho fatto? La pubblicitaria…., andrebbe tolto il libero arbitrio fino ai 30 anni). Capisco e so farmi capire in inglese, lo parlavo benino a 20 anni ma da allora non l’ho usato poi molto. Giovanni invece praticamente nulla. E in questi casi è un peccato, perché quando chiedi o dai informazioni ti basta capire e farti capire, ma quando vuoi conversare, lì ti accorgi di quanto sia limitato il tuo vocabolario e ne soffri. Le lingue hanno milioni di sfumature e tu ti ritrovi invece a descrivere cose e luoghi utilizzando sempre gli stessi termini, se parlassi così in italiano ti sembreresti una povera oca scema, quelle che dicono sempre “Bellissimo” e che ridono tanto per coprire le lacune della comprensione. 
Grant che viene dal Galles è nostro fratello di Grand Soleil, il suo è un po’ più grande e parecchio più vecchio, si chiama Mona Lisa e ha un bellissimo scafo blu. Grant sta per partire in aereo per tornare a casa, ritornerà in ottobre e farà il giro di Creta. Gli decantiamo le lodi di Creta Sud e Gavdos e fin qui tutto bene, ci capiamo.   
Ci chiede se, visto che non ci sono molti marina, ci sono comunque posti dove puoi scendere a terra e trovare una taverna sulla spiaggia. Perché, come dice lui,  è una disgrazia quando a bordo non c’è la cocaina….. in realtà ha detto “quando a bordo non c’è chi cucina” ma, appunto, questo è solo un esempio di quanto se avessi dato retta a papà invece che ai carosello,  oggi farei meno figure di merda.
Che fai, sei  a Creta e non vai a vedere Cnosso? E certo che ci siamo andati, abbiamo affittato una macchina e via verso Iraklio e Cnosso. Ci siamo andati eccome, abbiamo visto un grande parcheggio pieno di auto e di pullman, poi una fila lunghissima di persone davanti all’entrata e abbiamo detto che magari a Cnosso ci si torna un’altra volta, magari a novembre. Ecco dove stavano tutti i turisti a Creta, a Cnosso.
Però il museo archeologico di Iraklio l’abbiamo visto, o almeno il piccolo settore aperto visto che la parte più grande è in ristrutturazione da anni, ed era davvero bello. Siamo stati anche a Elounda e Spinalonga, le località dei resort di lusso. 
E vicino a Iraklio, c’è il più bell’acquario del mediterraneo orientale,  dove mi sono chiesta se al mondo ci sono più esseri umani o più macchine fotografiche. Credo di essere stata l’unica a non averne una. 
Mi rendo conto che molte persone non guardano più, fotografano o filmano. L’obiettivo è una propaggine del loro occhio, non riescono più a guardare qualcosa senza indossarlo. Ed è così che il viaggio se lo vedono da casa, al ritorno. Brutta roba, secondo me.