mercoledì 14 settembre 2011

Fourni. Orea melitzana imam?


Stavolta tocca dare ragione a Alfredo Giacon che in Magico Egeo descrive Fourni come un’isola solo apparentemente amica dei naviganti. Frastagliata e adagiata a sud di Samos e Ikaria come protetta dalle sue sorelle maggiori, sulla carta Fourni sembra ricca di ancoraggi protetti. Nella realtà, gli alti fondali e il gioco di raffiche e correnti rendono fruibili solo alcune baie. Tuttavia ce ne è abbastanza da starci volentieri anche un mesetto. Furbamente evitiamo di percorrere il canale stretto tra Fourni e Fimaina per raggiungere il porticciolo che ci appare scomodo ed esposto ai venti dominanti che incanalandosi nella strettoia promettono un effetto “venturi” per niente piacevole. 
Ci fermiamo invece a Kambì, piacevolissimo golfo subito a sud dell’isoletta Dhiapori dove gentilmente qualcuno ha predisposto un gavitello al largo e dei paletti a terra per fissare le cime. Ci siamo solo noi e quindi approfittiamo del servizio. Solo noi e tutte le barchette dei pescatori dell’isola a ulteriore riprova che il porto  non è un granché come collocazione. 
Per ringraziare gli abitanti dell’ormeggio, ma soprattutto perché, dopo una navigazione con vento in faccia rallentata da una corrente contraria che ha tolto un nodo alla nostra velocità e ha aggiunto un’ora al tempo di viaggio, è ormai ora di pranzo e ci è venuta una certa fame, decidiamo di regalarci un buon pranzo fourniano. Le taverne sulla spiaggia sembrano chiuse, ma è solo perché nessuno si è seduto al tavolo. Scegliamo un po’ sopra la spiaggia l’Estiatorio (ristorante) di Armosia. Siamo noi, un pescatore e il probabile consorte di Armosia, sotto un pergolato che si affaccia sul golfo. 
Non c’è molto, probabilmente c’è quello che la signora prepara per la famiglia. Ci porta in cucina e scegliamo dei calamari fritti e un melitzana imam, melanzane ripiene al forno in cui si intuisce l’aggiunta di cipolle, pomodori, basilico, origano, e chissà cos’altro. Armosia, non appena sente che siamo italiani ce le propone, facendoci capire che gli italiani amano le melanzane più di qualsiasi altro popolo al mondo. Come deluderla? “Orèa melitzana imam, eh?” chiede Armosia davanti ai nostri piatti ormai vuoti facendo il gesto che fanno i bambini girando il dito indice sulla guancia. Sì, orèa, era davvero buona! Magari poco indicato il pasto molto ben condito subito prima di affrontare la scalinata per scavallare la montagna e andare a sbirciare al di là di Dhiapori, il famigerato porticciolo. 
Qui, a Kambì l’atmosfera è sospesa, l’estate è chiaramente finita, ammesso che sia mai iniziata, i pochi sulla spiaggia sembrano pigramente felici. Il silenzio è rotto solo dal bo-bo-bo di una barca da pesca che si accinge a salpare. Una curatissima stradina lastricata di pietre e contornata da muretti in calce conduce alla strada principale e, attraversata questa, al villaggio – porto di Fourni, dove appare confermato il nostro giudizio sull’ormeggio soprattutto quando una esageratamente grande nave dell’hellenic seaways entra nel canale e si infila nell’esageratamente piccolo porticciolo. 
La sproporzione è a suo modo magnifica. Ci spostiamo nel magico ancoraggio di Vlichada a sud dell’isola, un fiordo profondo in cui eravamo già stati 10 anni fa con un vento prepotente che soffiava da terra raffiche a 30 nodi. Stavolta è tutto tranquillo. Si sente l’estate che se ne va e l’autunno che da lontano arriva, vorrei congelare questo momento ed estenderlo per i prossimi due mesi. 
Ho sempre odiato le giornate lunghe, per tutta la vita, ho amato la fine dell’ora legale e il buio presto ma per mare è un’altra cosa, per mare i 4 minuti in meno di luce al giorno ti pesano un po’. Ai primi di novembre, quando dovremmo essere sulla strada di casa, il sole tramonterà alle 5 del pomeriggio. E questo non è un pensiero felice.

lunedì 12 settembre 2011

Agatonissi. Sono finite le vacanze. Degli altri…


Non l’avevamo programmato, visto che Agatonissi la conoscevamo già bene, l’avevamo considerata fuori rotta e tagliata fuori dal nostro itinerario. Perché d’ora in poi, la differenza con prima è che tocca scegliere. Per il nostro viaggio, abbiamo scelto in linea di massima un percorso a spirale che fino a qui seguiva una linea lungo la quale tutti o quasi i punti emersi del mare venivano toccati. Da qui in avanti le isole si sparpagliano a raggiera e già sappiamo che rinunceremo al nord Egeo e per le Cicladi sceglieremo il percorso meno battuto. 
Per non perdere terreno rispetto al meltemi, avevamo tagliato via Agatonissi, 10 miglia a Nord Est di Arki, pensando di far rotta su Fourni a Nord Ovest. Ma qui il ragazzo (il meltemi) non la smette di farla da padrone, la nostra autonomia energetica ha bisogno di essere rigenerata e quindi dell’uso del motore. Invece di star fermi, quindi, meglio triangolare, andando a Agatonissi con un vento più favorevole, poi Samos e da lì a Fourni. Praticamente come percorrere il perimetro di un triangolo invece di limitarsi a un solo cateto. Deciso questo, partiamo e ovviamente il meltemi vira soffiando da nord, rendendo così identico il bordo per Agatonissi, rispetto a quello per Fourni. Vabbè, ormai abbiamo deciso e Agatonissi sia. E bene abbiamo fatto. Avevamo paura di trovarla assai diversa, stavolta sì, tutte le barche che salpavano dal porticciolo di Lipsi facevano rotta su Agatonissi e non ci andava proprio di vederla affollata, preferivamo conservarla nella memoria per quella che era negli anni 80. 
Arrivando a Agatonissi però mi accorgo che le vacanze sono finite. Silenziosamente e alla spicciolata devono essere finiti i charteristi, non se ne vedono più, incontriamo invece solo pochi navigatori in formazione ridotta e chiaramente di lungo periodo, gente come noi, insomma. Per lo più sono inglesi e francesi. La differenza è tutta nella mancanza di fretta. Comprensibilmente, chi sta per mare solo un paio di settimane è affetto dalla smania di consumare il più possibile: ancoraggi brevi per vedere più baie possibile, tuffi, esclamazioni vocianti sulla bellezza dei luoghi, tutto il tempo in coperta e in tante persone perché il noleggio della barca costa, la vacanza è breve e se si è in tanti è più divertente. 
I navigatori di lungo periodo, invece, hanno tempo. Restano in rada anche un paio di giorni, vivono per lo più all’interno della barca perché di sole ne hanno visto fin troppo, parlano poco perché sono pochi e si sono detti già molto, leggono, guardano, fanno piccole riparazioni, meditano. A Poros Bay, nella cala più a ovest, siamo in 3, dietro di noi un bel Dufour 45 E Performance, una nuovissima gemella della nostra barca disegnata dallo stesso progettista. A bordo una coppia di francesi che ci salutano in lingua vedendo la nostra bandiera e restano un po’ delusi dalla nostra risposta internazionale. 
Si vede che la barca è nuova nuova, lui in acqua con la spugna a ripulire la carena, acciai che splendono, vele coperte per proteggerle dai raggi UV, tendalini che vengono perfettamente ripiegati. Ci sentiamo un po’ in colpa, noi la nostra non la curiamo così maniacalmente… Dietro i francesi, una barca bruttarella ma molto attrezzata di due inglesi che stanno tutto il giorno sotto coperta ed escono a sbracciarsi per salutarci solo quando passiamo lì vicino con il tender. 
È forse l’ancoraggio più bello del nostro viaggio, forse più bello ancora di Gavdos, forse no. Siamo in 3 eppure il silenzio è totale e anzi, è bello avere compagnia. Facciamo lunghe nuotate e andiamo in giro con il tender per esplorare le altre 2 cale della baia, in quella più a Est, c’è uno stabilimento di allevamento del pesce abbandonato, credo che una mareggiata abbia sradicato la fish farm in acqua, meglio così. Incontriamo muli e capre lungo i sentieri, in acqua le orate nuotano indisturbate fino a che Giovanni non prende il fucile, a quel punto saggiamente si eclissano. 
Nel tardo pomeriggio, le attività a bordo del Dufour dei francesi si fanno inequivocabili, si preparano a salpare per quella che sembra una lunga navigazione notturna. Il tender è stato messo via, le vele vengono preparate per essere issate, l’equipaggio indossa i guanti. Fantastichiamo sulla loro rotta, partendo a quest’ora è probabile che sfruttino il calare del vento di notte per dirigersi a ovest, come minimo vanno verso una lontana ciclade, forse addirittura verso il Pireo o Corinto: magari stanno per tornare in patria, chissà. Li salutiamo e se prima eravamo in tre a cantare ma pin ma po’ adesso siamo in 2 a cantare mapin mapo’. Sorge la luna piena e riempie il cielo nero puntinato di stelle. 10 miglia a sud est, perfettamente incorniciata dagli angoli di Poros Bay, la sagoma della remota Farmakonissi. Ci viene voglia di continuare contromano il viaggio per tornare anche lì ma no, il dovere ci chiama, la prossima tappa deve essere verso occidente.

sabato 10 settembre 2011

Arki. Alla faccia di Giulio Cesare.


Un paio di miglia a nord di Lipsi, a segnare l’estremo confine settentrionale del Dodecaneso, il piccolo arcipelago di Arki e Marathi è adagiato sul mare e spazzato dai venti. Arki, che oggi conta 54 abitanti, è un geroglifico di scoglietti e acque cristalline che pare sospeso nel tempo e nello spazio. Sembra che il prode Giulio Cesare, appena si liberò dai pirati che lo avevano imprigionato nella vicina Farmakonissi, distrusse un importante castello del 4° secolo AC di cui oggi ci sono solo alcuni resti.   
Incazzoso il ragazzo... prendersela con il piccolo insediamento su un gioiellino di terra perso nel mare con tutte le cose che aveva da fare…. 
Che dire di Arki che con Marathi crea un labirinto di acqua e terra dove navigano in pochi e si fermano ancora meno persone? Noi ci passiamo un paio di giorni, senza scendere a conoscere i 54 abitanti, senza andare alla rinomata taverna di Marathi, qui preferiamo goderci in pieno il mare, i suoi colori, l’acqua che comincia a diventare bella fresca (le temperature sono tornate sui 20-22°). L’ancoraggio più bello è a ridosso dello scoglio di Tiganakia, una serie di piccole baie e canali di roccia. 
A terra centinaia di capre, in lontananza passa un paio di volte al giorno la sagoma sproporzionata del traghetto dell’Anek Lines. Il vento soffia, forte, il meltemi non vuole andare a scuola quest’anno, si diverte a restare qui a sbraitare come un folle e a giocare con le barche a vela. Ma adesso la sera si calma, le barche in rada vanno via verso Lipsi o Patmos e noi restiamo da soli, con il solito pescatore con moglie che dopo aver gettato le sue reti ci saluta e si ancora vicino a riva ad aspettare l’alba per ritirare il frutto del suo lavoro. La luna è quasi piena e illumina la notte di questo luogo privo di luci artificiali. Nel frattempo a casa, penso che i nipoti hanno iniziato le scuole, gli amici stanno lottando contro la sindrome del rientro, le borse scendono a picco, Berlusconi si inventa quel che ancora non si è inventato per evitare i processi e i parlamentari sono sempre troppi per quel che serve al Paese. 
Penso anche che il ritorno è vicino e che non credo saremo più capaci di dormire in una casa piantata per terra, con le finestre chiuse per non sentire alle 3 di notte il camion della nettezza urbana. Sono passati quasi 4 mesi e davvero non sentiamo la mancanza della vita di prima, delle persone sì, ma non dei contesti. Poi la mamma chiede “ma tra poco tornate, sì?” e allora il peso della fine del viaggio che si avvicina si affievolisce un poco. Comunque di strada ce n’è ancora un bel po’ e tanto, finchè il meltemi non se ne va in letargo la nostra strada piega ancora ad Est.

giovedì 8 settembre 2011

Lipsi. Grazie di essere rimasta com’eri.


Non è facile tornare in un posto che hai scoperto per caso 26 anni fa, hai il sacrosanto terrore di trovarlo cambiato, violentato, radicalmente trasformato. Ci consola il fatto che 10 anni fa lo avevamo riscoperto intatto, solo con più turismo di prima, ma lo scempio ci mette poco a perpetrarsi. 
E invece no: siamo cambiati molto più noi in questi 26 anni di quanto lo sia Lipsi. Certo non è la stessa, ma lo sviluppo è stato coerente con la sua anima, delicato, rispettoso. Ci divertiamo ad individuare i cambiamenti: la pensione di Nikita oggi ha un cartello con scritto Panorama, l’Hotel Calypso è identico ad allora quando era l’unico punto telefonico dell’isola, oggi ha anche un omonimo supermarket. Il porto ha un molo nuovo dedicato alle barche in transito, il che non è un cambiamento negativo. 
A Kohlakoura siamo soli in rada. Nella baia, oltre alla villetta che esisteva allora, ce ne sono altre due e uno scheletro in costruzione ma l’equilibrio resta corretto e l’architettura è gradevolmente semplice, con le case in calce bianca con il portico e le pulene. Ad Aspronisi, due isolette di roccia bianca sul lato Ovest, non troviamo nessuno, l’acqua è blu e turchese a sprazzi. 
Dal porto facciamo una lunga passeggiata a piedi fino a Plati Gialòs ed ecco che ritrovo quella baia di cui non ricordavo il nome e l’ubicazione ma perfettamente la forma e la quiete: è una insenatura rettangolare di sabbia orlata di roccia bianca, sembra una grande piscina. Sullo sfondo una spiaggia di ciottoli e sabbia, un muretto a secco, un campo di olivi e in mezzo a questi una piccola chiesetta. Tutto identico ad allora, solo una taverna in più e la strada per arrivarci è asfaltata e non più un viottolo di terra battuta. 
A riva, una decina di persone e altrettante oche (no, non è un giudizio sulle femmine presenti, sono proprio oche) convivono pacificamente dividendosi pezzetti di pita. Una sola barca in rada, una piccola vela in posizione un po’ scomoda, non entra il mare ma un po’ di risacca c’è.  La spiaggetta vicino al porto, quella in cui dormivamo in tenda e su un letto di sassi, è più bella di quanto ricordassi, forse perché ora dormiamo più comodi di allora. 
Nel campo di olivi retrostanti, dove c’era qualche campeggiatore, ora ci sono gli scavi di alcune rovine archeologiche, magari l’ha scoperto qualcuno mettendo un picchetto per la tenda. Giovanni ritrova vicino al paese la chiesetta che aveva immortalato 26 anni fa come sfondo di un mulo e il suo padrone, oggi ha un campanile nuovo e del mulo non vi è più traccia (quanto vive un mulo? Chissà). 
In banchina c’è Yannis, “the man with the yellow cap”, i portuali di questi posti un po’ arrangiati indossano sempre qualcosa di molto visibile per essere individuati subito anche da lontano. Yannis è una sorta di raìs del porto, se vuoi l’acqua la devi chiedere a lui e se non ti fidi della sua risposta “no, oggi niente acqua, l’autobotte non arriva” e provi a bypassarlo chiedendo ad altri, ecco che ti rimandano a lui. Oggi poi Yannis è molto impegnato, non gli piace che ci si ormeggi all’inglese sul molo esterno e se può cerca di scoraggiare l’avvicinamento. 
Oggi che il porto è quasi vuoto capiamo perché: alle bitte fissa 5 o 6 rotoli di lenza con un verme innescato e poi se ne va in giro a svolgere le sue incombenze, chiamare l’omino dell’acqua, prendere un caffè frappé, farsi pagare i suoi 5 euro per l’assistenza all’ormeggio, prendere un altro caffè frappé….. finchè, non si sa come, capisce che qualcosa ha abboccato. Ed eccolo che tira su in mezz’ora un bel paio di orate. Oggi yellow cap è particolarmente felice ma l'acqua non arriva lo stesso.
Andiamo a cena da Manolis per il semplice fatto che è arrivato alla nostra barca per chiedercelo, portandoci un bel depliant (bello si fa per dire) con il suo menù. D’altra parte, il sistema funziona, Manolis è l’unico ristorante che è pieno stasera, i pochi presenti greci e turisti sono tutti qui. E si mangia bene, davvero. 
Il miglior pollo dopo Gavdos, dice Giovanni. Lipsi è meta d’elezione per gli italiani, da sempre. Per l’isola, forse soprattutto visto che siamo a settembre, si respira un’aria non da vacanza ma da vita diversa. Tutto è molto rilassato, i pochi stranieri che vedo danno l’impressione di essere qui da molto tempo. Mi interrogo su quanti di quelli che incontriamo abbiano poi comprato casa qui, come quei 3 amici alla pensione di Nikita che si proponevano di farlo nel 1985. E di case o terreni in vendita ce ne sono tanti, soprattutto terreni. Impossibile non fantasticare su quanto sarebbe bello trasferirsi qui in pianta stabile. Sono stata conquistata da Gavdos, ho adorato Halki, ho trovato incantevole Tilos, ma Lipsi per me è sempre Lipsi, qui mi sento davvero a casa. 
Stasera nel piccolo spiazzo arena sul porto c’è uno spettacolino con due che suonano degli strani mandolini. Il papas nella sua toga nera è in prima fila. L’ouzeria lì vicino ha i polpi appesi a seccare come si usava una volta. E tutto ha un’atmosfera magica, sospesa. Insomma, se non dovessimo tornare, sapete dove venire a cercarci.

lunedì 5 settembre 2011

Leros e i capitani irresponsabili.


Torniamo in Grecia andando diretti su Leros, la dolce Leros, che nei nostri viaggi precedenti abbiamo sempre ingiustamente snobbato. Il vento, come sempre ultimamente, ci soffia in faccia e decidiamo di evitare la costa ovest e la sosta nel marina di Lakki dove è ormeggiata My Song e dove volevamo passare per conoscere Antonio che da tanti anni vive e naviga a Leros. Next time, ci è venuta un po’ fretta di salire sul trampolino di Fourni per poi buttarci nelle Cicladi. Settembre è arrivato, in realtà quest’anno è arrivato il 31 agosto. 
Perché ogni anno settembre arriva quando gli pare ma quando arriva te ne accorgi, il cielo cambia colore, diventa più azzurro, la mattina ti svegli e fa decisamente freddo, la visibilità è aumentata, i contorni delle terre sul mare sono nitidi, netti. Noi gli abbiamo confuso un po’ le idee a settembre andando in Turchia ma ora che siamo di nuovo in Grecia, settembre si sente eccome. Ci fermiamo a Pandeli, sulla costa orientale di Leros, una bella ansa ben protetta dal meltemi sormontata da alcuni mulini a vento e da un castello che, mi impegno subito con me stessa, faremo a meno di andare a visitare. 
In questa mia convinzione, dettata lo confesso da pura pigrizia, mi è complice P'acá y p'allá ancorata in rada a cui non va proprio per niente di essere lasciata da sola visto il vento che sferza la baia e i fondali che discendono abbastanza rapidamente a 40 metri. La lasciamo solo per un’oretta per fare un giretto sul borgo a mare, andare a vedere barche di pescatori, ristoranti con i tavolini in riva all’acqua e salire qualche metro per guardare la baia un po’ dall’alto. Ma restiamo a portata di vigilanza, si intende, e al tramonto torniamo a bordo. Poco prima di scendere a terra col tender, abbiamo seguito le manovre di una barca a vela venuta ad ancorarsi dietro di noi; per restare a giusta distanza di sicurezza, ha dato ancora su un fondo un po’ più alto, circa 6 metri noi, 15 metri lei, dando il nostro stesso calumo, ovvero 30 metri di catena. Un po’ poco, visto il fondale su cui stava. 
Come di consueto, procediamo alla vivisezione della barca e del suo equipaggio (un po’ come credo facciano in spiaggia quelli sotto gli ombrelloni): non un charter, una barca vecchiotta, classica ma non bella, neanche bruttissima però, insomma una barca da chi ama il mare, magari non la velocità ma da uno che in barca ci sa stare; a bordo “3 vecchietti” dice Giovanni, a me sembra che abbiano solo pochi anni più di lui ma evito di farglielo notare, un uomo e due donne. Scendono a terra anche loro e io subito penso che sia un po’ un’imprudenza, non hanno neanche controllato con la maschera la tenuta dell’ancora. Quando torniamo in barca, loro sono ancora a terra, avranno deciso di cenare a Pandeli.  Dopo cena, ci ritiriamo in sala cinema (la cabina di poppa di sinistra) per vedere l’ultima proiezione della rassegna Hitchcock, “La finestra sul Cortile”. A fine film, esco in coperta e scopro che la barca dei vecchietti si è allontanata parecchio. 
Niente luci di navigazione, niente luce in testa d’albero, palesemente nessuno a bordo. Sono le 23.00 e questi rincoglioniti (in questi casi vecchietti o non vecchietti il passo a rincoglioniti è breve) non sono ancora rientrati. Ci metto un po’ a convincere Giovanni che la loro ancora sta arando, probabilmente non acchiappa più il fondale. A questo punto parte una disquisizione sul da farsi: io sono dell’idea di andare con il tender, salire sulla loro barca e mollargli a mano catena in modo da arrestarne la deriva. Giovanni, più ligio alle regole marinare, dice che non si sale a bordo della barca di un altro senza permesso, a meno che non vi sia un pericolo imminente.
La velocità a cui la barca si allontana e gli scogli che incombono dietro la sua silhouette sono quel che io definirei senza ombra di dubbio un “pericolo imminente”, ma lui sa calcolare meglio i tempi che ci vogliono per entrare in azione. Inoltre, sostiene, inutile andare lì con il tender, da sopra non possiamo fare nulla, non ci saranno le chiavi e mai e poi mai interverrebbe su una barca altrui. Per ora, sembra che il peso della catena e dell’ancora ormai appesa la facciano scarrocciare molto lentamente, se si alza il vento e quell’idiota del capitano non è ancora tornato, dovremo levare la nostra ancora, la raggiungeremo, fisseremo una cima e la traineremo più a riva fino a che l’ancora agguanti di nuovo il fondo. Nel frattempo vigiliamo.
In rada accanto a noi da un catamarano suona la tromba e partono dei richiami a voce alla barca alla deriva. Ecco, il nostro vicino se ne è accorto e si limita a cercare di attirare l’attenzione di chi è a bordo, ma a bordo non c’è nessuno, quindi per quanto si sia fatto quel che in marina si deve fare, non è servito a nulla. Dal catamarano si spengono le luci, il comandante con la coscienza a posto sarà andato a letto. Noi non ci muoviamo dal pozzetto, pronti a entrare in azione. Nel frattempo, in perfetta coerenza con il film appena visto, novelli James Stewart e Grace Kelly, sbirciamo con il binocolo la barca nell’oscurità e facciamo supposizioni sull’equipaggio. (Peccato non ci sia una signora Thorwald da andare a dissotterrare...) Una incuria di questo tipo è caratteristica dei charter non degli armatori, in più sembra una barca curata, seguita, amata. 
I vecchietti, poi, chi saranno? Sono combattuta tra il detestarli e il compatirli per il momento in cui arriveranno e si renderanno conto del rischio che hanno corso. Ma che diavolo gli viene in mente di lasciare la barca così ancorata per 6 ore? Quanto mai dovranno mangiare? Non saranno mica andati a piedi al paese di Agia Marina? Tutte domande che ci tengono compagnia mentre aspettiamo come genitori ansiosi il ritorno dello scellerato equipaggio.  Per fortuna la notte è bella, l’aria fresca ma secca, il cielo stellato, il castello illuminato, non è quindi un’attesa faticosa. Poi, finalmente, eccoli: rientrano a notte fonda con il loro tenderino e….. incredibile, non sembrano neanche notare che la loro barca è scarrocciata di almeno 300 metri, che l’ancora, se anche ha riagguantato terra, è su un fondale più profondo, che stanno sballottati in mezzo alle correnti. Niente, salgono a bordo, accendono la luce in testa d’albero e vanno sottocoperta a dormire. 
Giovanni si mette a ridere, ben felice di non essere intervenuto. Io vorrei semplicemente lanciargli i razzi addosso. La mattina dopo, però, notiamo che si sono riavvicinati durante la notte e hanno riancorato vicino a noi: evidentemente l’ancora ha mollato di nuovo e per fortuna questa volta se ne sono accorti.
Leviamo l’ancora e dirigiamo a nord per fermarci nel tranquillo ancoraggio di Arcangelos, isoletta che con Leros forma un grande lago azzurro. Delle tante baie solo una è praticabile, le altre sono costellate da fish farm. In giornata arrivano altre barche a vela ma il posto resta incantato. A terra, una famiglia greca fa base su un motoscafetto che pare stanzialmente ancorato e aspetta che cali il sole e il caldo per riprendere i lavori della costruzione di quella che sembra una futura taverna. 5 persone, cinque secchi, raccolgono le pietre sulla montagna e costruiscono muretti a secco.  In effetti una taverna a Arcangelos ci starà proprio bene.

sabato 3 settembre 2011

Ritorno in Turchia – Yes, please


Diciamoci la verità, non avessimo dovuto farlo per forza non lo avremmo fatto.
Tornare in Turchia, intendo. Da Kos, avremmo navigato un po’ con Gioia e Aldo fino a Leros e poi su lungo il Dodecaneso per aspettare la fine del meltemi a Fourni o a Samos. Ma ci tocca. In teoria, avremmo dovuto lasciare ufficialmente la Turchia quando lasciata Marmaris ci siamo diretti verso Simi, questo in termini burocratici voleva dire fare il check out e consegnare il transit log, una sorta di documento di bordo che devi presentare alle autorità turche. Poi però, se avessimo voluto tornare in Turchia avremmo dovuto rifare la pratica di ingresso che voleva dire altre 100 e passa euro e tempo da perdere. 
Quindi, visto che noi di programmi ne facciamo pochi e ne rispettiamo ancora meno, siamo stati in Grecia clandestinamente limitandoci ad ammainare la bandiera turca e issare quella ellenica. A questo punto la pendenza turca è un problema di cui tener conto. O lo facciamo ora o dobbiamo essere sicuri di farlo a Kusadasi, ma questo ci impone di arrivare a Samos e noi non ne siamo così sicuri. Voi direte, e chissene importa, si potrebbe anche evitare questo check out, tanto ormai i turchi quando ti prendono? Pare sia da evitare, pare che i Turchi arrivino ovunque, chissà forse il detto “Mamma li turchi” nacque da un navigatore che aveva dimenticato di riconsegnare il transit log. 
Ma sì, qui vicino c’è Bodrum, l’antica Alicarnasso, e vale la pena darle un’occhiata. Con un bel venticello al traverso navighiamo veloci verso il Golfo di Bodrum che scopriamo essere più bello di quanto immaginavamo. Proviamo inutilmente a trovare posto nel marina per un paio di giorni, nel frattempo gironzoliamo nelle cale interne del Golfo, insieme, di nuovo a una miriade di barche a vela e di caicchi. L’acqua è più limpida che a Fetiye, il golfo è rafficato dal vento ma ha delle belle anse protette, soprattutto a Kargicic Buku e a ridosso di Orak Adasi, un’isoletta dalle acque cristalline e relativamente tranquilla.
Dopo un paio di tentativi falliti di trovare posto al marina, decidiamo di abbandonare l’idea di visitare Bodrum e dirigerci su Turgutreis, un porto d’entrata poche miglia più a NE che Giorgio e Silvia, gli zii del mio amico Giorgio da anni navigatori di questi mari, mi avevano caldamente consigliato.  E avevano ragione. Turgutreis è un marina moderno e  tranquillo, proprio di fronte all’isola di Kos, dove le pratiche burocratiche sono semplificate dal fatto che tutti gli uffici di competenza sono nello stesso fabbricato. Risparmiamo quindi decidendo di non avvalerci di una Ship Agency e di fare da soli questo semplice iter. 
Anche questa è un’esperienza: i turhi sono una popolazione molto diversa dai greci, meno simpatici, meno disponibili, di poche parole che dicono per lo più abbaiando. Riusciamo a districarci velocemente tra i vari funzionari passando prima dall’Harbour Master, poi dalla Polizia, poi dalla Dogana e per finire di nuovo dall’Harbour Master che è quello che praticamente ci dà la benedizione e l’addio finale. Nella vita ci sono domande a cui non troverai mai una risposta, una di queste per me resterà sempre irrisolta: come mai il funzionario di polizia si spazzola i denti con un pettine per capelli, non sono io che sono strana, impossibile non chiederselo quando lo vedi uscire dal bagno con un tubetto di dentifricio e il pettine. Ma tant’è, tra un timbro e un bofonchio del funzionario di turno, riusciamo a cavarcela in pochi minuti.
Resta tutto il tempo di visitare Turgutreis, una simpatica località di villeggiatura circondata da milioni di tonnellate di cemento organizzato in villaggi turistici spropositati che ricoprono interamente i fianchi delle colline. In altre parole, uno scempio. Però il sabato mattina c’è un bellissimo mercato ortofrutticolo, pieno di colori, sapori, odori. Acquistiamo mandorle fresche, fichi, more e origano. Tutto intorno a noi, risuona il costante appello dei turchi ai turisti: “Yes, pliiiiiiiiiis” che è un po’ come il romano “Diga, dotto’” di quando cercano di venderti qualcosa. 
Lo “yes, pliiiiis” con la i trascinata in avanti ti accomagna lungo la tua passeggiata, venga da un negoziante di spezie, da un commesso di bancarella, da un ristoratore. Diventa una cantilena melodica molto piacevole. A Turgutreis, il muezzin è ridotto a uno spot pubblicitario, la preghiera in filodiffusione non dura più di 30 secondi e ha una frequenza decisamente incostante. Noi non capiamo il turco, forse è davvero solo un messaggio pubblicitario, chissà.
Visto che le pratiche burocratiche sono risolte, decidiamo di andare a visitare Bodrum, che dista solo 20 chilometri, da turisti di terra, ovvero con l’autobus locale. Trovare la stazione dei bus non è stato facilissimo ma una volta arrivati, scopriamo il meraviglioso mondo del trasporto locale, centinaia di piccoli bus con cartelli indicanti i diversi paesi della Turchia (più probabilmente della zona, la Caria). Partono ogni 10 minuti e sono formichine che corrono efficienti sulla strada. Il biglietto si fa a bordo dove un cartello riporta tutte le tariffe per le varie fermate. Penso a un Turco (ma anche a un americano, un francese, un moscovita o che so io) che arriva a Roma e cerca di orientarsi con i nostri autobus numerati e le indicazioni su dove comprare i biglietti.
Bodrum, ne vale la pena, sì, almeno per vedere il castello, un bell’esempio di cura di un monumento e della sua fruibilità da parte del visitatore. Un doppio percorso, quello breve e quello lungo, piccole esposizioni alternate a passeggiate esterne con vista sul porto, insomma un posto bello, piacevole, anche quando fa un caldo torrido. Abbiamo perso un qualche giorno a venire in Turchia, ma non sono stati giorni buttati, ora però, perfettamente e legittimamente autorizzati dalle autorità turche, siamo felici di riprendere la navigazione e di tornare nelle nostre elleniche acque. Unico rimpianto: metter via la bandiera turca, decisamente la più bella del mondo!

martedì 30 agosto 2011

Kos – In omaggio a Nikita


Il primo viaggio insieme, Giovanni ed io, lo abbiamo fatto nel 1985: Grecia, isole del Dodecaneso. 300.000 lire in tasca e come programma scoprire le isole più incontaminate fino a che non fossero finiti i soldi. In un mese ne abbiamo girate una dozzina. Dormivamo per lo più in tenda sulle spiagge ma a Lipsi ci regalammo 3 giorni in una piccola pensione, “Da Nikita”. Non mangiavamo quasi mai, per lo più quando riuscivamo a scambiare un pesce pescato da Giovanni con un pasto completo in un ristorante, o con qualche uova e pomodori, una volta persino con biscotti e caramelle. Nikita si offrì di cucinarci lui la cernia che avevamo preso (al forno con pomodori, patate e cipolle) in cambio avrebbe tenuto la testa per sé. 
Eravamo conquistati dalla piccola Lipsi, che allora era davvero incontaminata e dopo cena, sulla terrazza della pensione, gli chiedemmo un consiglio su quale isola visitare. Davamo per scontato alcune cose come “piccolo è bello”, “sconosciuto è da scoprire”, “intatto è molto meglio di civilizzato”. 
Ma Nikita, vecchio pescatore isolano, la vedeva diversamente da noi. Guardando l’orizzonte con occhi sognanti ci disse “Kos! “. Noi, che sapevamo che Kos e Rodi erano ben distanti dal nostro obiettivo, chiedemmo perché e lui, sempre con gli occhi pieni di malinconia, “Grandi Alberghi… Palazzi, Night Club…”. Fu allora che, per la prima volta, capii cosa era un gap culturale. Quel che per noi giovani occidentali urbanizzati era da rifuggire, per un isolano anziano confinato dal mare era una meta ambìta.
Il giorno dopo, ancor più saldi nelle nostre convinzioni, prendemmo il postale settimanale per Agathonissi dove fummo ospitati dal Papas dell’isola e ristorati da una sua vicina: non c’era nulla che potesse fungere da ricezione turistica.
A Kos ci tornammo poi 15 anni più tardi, quando prendemmo in affitto una barca a vela con due amici e sempre più lontani dalla voglia di sviluppo turistico ne fuggimmo via senza neanche guardarla, tornando nelle isole più piccole e sperdute.
Quest’anno, complice la voglia di passare una serata con Gioia e Aldo, anche loro di passaggio qui, decidiamo invece di fermarci. Ma soprattutto lo facciamo perché qualsiasi portolano, qualsiasi guida turistica per naviganti consiglia caldamente di fuggirne lontano. E infatti, la costa sud è bella, deserta e affascinante. Ogni tanto qualche villaggio, non proprio da capolavoro di architettura, interrompe la poesia del territorio, ma per lo più è spiaggie bianche, rocce di colori caldi, mare calmissimo, con forti raffiche di vento alle due estremità. 
Anche Kos ha quindi il suo perché, non tanto il lato nord con gli scempi edilizi tanto amati da Nikita ma la sua costa meridionale, abbandonata dagli uomini dove la natura la fa ancora da padrona. Sul lato Est i due porti, il vecchio porto proprio sotto il castello e il nuovo marina dove siamo andati noi. Kos Marina è il porto dove potremmo trasferire la barca dall’anno prossimo. Il costo è tra i più bassi, il marina efficiente, bello e riparato. 
Kos è un’isola strategica, a Est c’è la Turchia per la bassa stagione, a Ovest le Cicladi con Amorgos a sole 40 miglia, a Nord e Sud le bellissime isole del Dodecaneso. Tanto strategica che purtroppo il marina ha una lista d’attesa, quest’inverno scriverò loro per inserirci P'acá y p'allá.
A Kos città ti immergi nel caos vacanziero, locali e musica a palla ovunque, orde di caicchi nel vecchio porto, confusione e traffico di automobili. 
Però è imperdibile, la cittadella persino per noi che siamo romani (figuriamoci per gli americani…), è un continuo spunto culturale, il museo un piccolo gioiello, i siti archeologici trasudano storia e antichità.
Andiamo a trovare Gioia e Aldo che con il loro MySong sono ormeggiati al vecchio porto e visitiamo la loro bellissima barca, classica ma attrezzatissima, bella e accogliente, allo stesso tempo sportiva e veloce.
Se a qualcuno, leggendoci, è venuta voglia di un po’ di Grecia, consiglio vivamente di contattarli (http://www.sailmysong.com), fanno base a Leros e con loro il charter è sicuramente un modo più autentico e genuino di stare per mare.
Ci separiamo di nuovo, loro verso Leros dove lasceranno la barca e torneranno in aereo in Italia, noi verso la Turchia per tentare di uscirne ufficialmente senza farci arrestare. Le immagini di "Fuga di mezzanotte" appaiono minacciose dinnanzi a noi...