martedì 11 giugno 2013

Stand by Crotone. 2 giorni tra bella gente e malagestione.

ispezione antenna VHF
Le previsioni meteo. Una sorta di confessore per i naviganti, solo che il meteo detta le sue penitenze senza che tu abbia bisogno di ammettere alcun peccato. Il grande dilemma è consultarle o non consultarle? L'ideale sarebbe dare una occhiata e mettere in discussione la loro affidabilità, un po' come si fa con l'oroscopo. Ma nel momento in cui ti colleghi a internet e guardi, sei spacciato. Come ignorare, in una traversata lunga, quella credibile fascia rossa con frecce rastremate che da Otranto si muove giù veloce sulla tua strada? Allora inizi a incrociare le tue 24 ore di rotta con le previsioni ora per ora, in cerca della via migliore per sfuggirle. Niente da fare, entro poco ti convinci che vale la pena aspettare un giorno in più. Poi guarda caso il giorno che stai fermo e tranquillo in porto, fuori è calma piatta. La perturbazione sceglie di aspettarti. Domani vedremo. Stavolta si fa come si dovrebbe fare: si parte. Il vento viene da dietro, questa è già una bella cosa.
La darsena, proprio in città
Crotone è un altro esempio di Calabria bella e malgestita. Mi commuove il fatto che questo non mina assolutamente lo spirito solidale dei cittadini, la loro voglia di fare, di parlare, di condividere, di essere utili. È un miracolo italiano, quello che nelle grandi metropoli non abbiamo più il privilegio di vivere.
A Crotone, c'è un enorme spazio acqueo dedicato al porto commerciale che è completamente vuoto. Un paio di cargo e qualche imbarcazione della Guardia di finanza. Null'altro. 
Porto Commerciale di Crotone
In uno spazio perfettamente protetto da tutti i mari, posto al centro di un tratto di costa - quello da Reggio Calabria a S. Maria di Leuca - caratterizzato da assenza assoluta di ripari per il navigante, in uno pezzo di mare dove troverebbero spazio 800 posti barca, non c'è altro che un paio di cargo e le motovedette della Guardia di finanza.  Certo, ci sono i progetti di trasformazione in porto commerciale, ce ne sono stati tanti di progetti, sono lì da anni. Ma uno "non è che si può ormeggiare a un progetto, no?" mi dice un pensionato seduto sul molo.
A sud di questo spazio inutile, una darsena dedicata al diporto.
Lo Yachting Kroton Club è un'associazione senza fini di lucro. Nel 2009 ha investito 150.000 euro per mettere in acqua dei pontili a regola con le norme vigenti. Sono pontili che reggono onde di 3 metri, le cime dei corpi morti vengono cambiate ogni anno, così come ogni anno a fine stagione lo Yacht Club è costretto a togliere i pontili per l'inverno. un centinaio di posti barca, di cui una sessantina destinati al transito.
P'acá y p'allá  allo Yachting Kroton Club
Quest'anno però per il transito ne hanno 3 in tutto. Perché? Semplice: il pontile principale è vuoto ma non è utilizzabile. Un semplice problema burocratico ha fatto mettere i sigilli alla guardia di finanza. Una concessione non pagata? No, semplicemente una raccomandata arrivata in ritardo. Un timbro mancante di un funzionario in malattia, un pezzo di carta. 
Questo il problema del 2013, l'anno scorso invece lo Yacht Club ha potuto iniziare a lavorare solo a fine giugno perché si aspettava l'approvazione della soprintendenza dei beni culturali. Adesso, qualcuno mi spieghi per quale motivo i beni culturali devono mettere veti sui pontili di un porto turistico. E intanto, i Bronzi di Riace da decenni giacciono, e per decenni giaceranno, in sala operatoria.
Noi arriviamo e occupiamo uno dei tre posti residui dello Yacht Club. L'ormeggiatore Pasquale ha sostituito il mitico Natale che è andato in pensione. (La consequenzialità dei nomi mi affascina, quando Pasquale andrà in pensione sarà la volta di una donna di nome Pentecoste?)
Mentre aiuta noi, Pasquale corre lungo il pontile deserto a far segno alle barche che si avvicinano che no-non-si-possono-ormeggiare lì.-Da una barca inglese, un capitano in un italiano stentato chiede perplesso "come mai in Italia siete sempre così particolari?". Molto gentile, gli inglesi sono molto gentili.
Adesso, fuori si è alzato il libeccio che soffia a oltre 30 nodi, per fortuna siamo fuori stagione e da altri concessionari c'è posto, ma avete idea di cosa significhi entrare finalmente in porto, con quelle condizioni fuori in un tratto di mare sbattuto dal vento e dalle onde, con il prossimo porto a 50 miglia ed essere mandati via nonostante un perfetto pontile interamente vuoto?
In Italia la sicurezza conta meno della burocrazia. Non ne parliamo del servizio.
Stamattina il giornale locale, Il Crotonese, riportava in testata su 6 colonne: "Risolto il problema della nettezza urbana, la differenziata funziona." ... Credo che la foto qui a lato sia sufficiente a commentare quel titolo. 
Dopo queste premesse, cosa ti aspetti dai cittadini di Crotone? Che questo stato di cose funga da alibi per pigrizia, ignavia e apatia. Te lo aspetti perché nelle grandi città funziona così. È la crisi, è il governo ladro, dobbiamo campare. No, anche qui come a Reggio Calabria, la gente sorride. Si interessa a te, è incredibilmente onesta. Il negoziante che ti dice che il lavoro da fare alla tua canna da pesca è roba da cinque minuti, non ti dice torni più tardi ci vuole un po', per giustificare un prezzo.
E soprattutto Massimiliano, mago dell'elettronautica, da noi chiamato per capire cosa non funziona col VHF. Viene due volte, torna in laboratorio, cerca e non trova il pezzo da cambiare, rivede i circuiti, potenzia, torna in barca, fa le prove, va a prendere uno strumento, ritorna, ti rimette a posto il VHF. Perde un paio d'ore con noi in una giornata che ha un'agenda che l'AD dell'Enel se la sogna. "Quanto ti dobbiamo?" - "Ma no, nulla, dai, è stato un piacere".
Il Castello, i vicoli della città vecchia, il museo archeologico meritano sicuramente una permanenza.
Il diadema di Hera Lacinia
Nel museo, il pezzo forte è il tesoro di Hera (Giunone) Lacinia in cui spicca un bel diadema d'oro in una notevole collezione di pezzi significativi della Magna Grecia. Ben esposti e descritti decentemente. Il biglietto del museo ha stampato sopra a caratteri cubitali INGRESSO GRATUITO, la signorina alla cassa chiede invece 2 euro. Spero tanto se li tenga lei, probabilmente precaria. La gratuità comunque sarebbe fuori luogo vista l'ottima gestione del luogo.
Il mercatino di Crotone è un trionfo di fiori di zucca, pomodori e gelsi. Pochi banchetti, uno solo per il pesce, tanto colore.
Torniamo a bordo e si è ormeggiato dietro di noi un bell'Oyster 46 di uno scozzese che si chiama Cook, Captain Cook. Si scusa, un colpo di vento al momento dell'arrivo e ci ha toccato la poppa come testimonia un bel segno blu sul sedere di Paquita. Ci offre la sua pasta abrasiva (al sentire "pasta abrasiva" ho un sussulto ricordando i miei oblò…) e in un attimo il segno va via. Un bicchiere di vino insieme e scopriamo una coppia e i loro 3 amici divertente e simpatica. Dall'inghilterra, hanno varcato Gibilterra nel 2009 e da allora viaggiano verso Est. Quest'anno la Croazia, l'anno prossimo forse la Grecia. Lo scambio di esperienze per mare ha il sapore di un dialogo mai interrotto con qualcuno che anche se non conoscevi, conosci da sempre. Shirley e Allen sono entrati così a far parte della "famiglia" di P'acá y p'allá.

venerdì 7 giugno 2013

E al fin si parte.

Il 2 giugno anche P'acá y p'allá partecipa alla parata per la Festa della Repubblica. Solo che il suo incedere non è su via dei Fori imperiali ma sul mar Tirreno. Nessun militare lungo il percorso (meno male), solo civili. Nessuna folla in festa, giusto qualche delfino a omaggiare con discrezione l'evento.
E a poppa sventola bandiera francese. Insomma, una parata lievemente blasfema ma non per questo meno gioiosa.
Troviamo, fin da subito, un compagno di viaggio. Dopo una notte tranquilla a motore, da Fiumicino entriamo in contatto con Luciano, solitario navigatore col suo Bavaria 350 d'epoca, "Piazza Grande", partito anche lui con quasi un mese di ritardo e diretto a Istanbul. 
La nostra è una navigazione di conserva un po' difficile: la barca di Luciano non sta dietro ai sogni del suo capitano, quasi a frenarlo nel suo incedere ambizioso. Più piccola, meno invelata e meno motorizzata di P'acá y p'allá, abbiamo buoni 2 nodi di differenza di velocità di crociera. Partiamo dopo, arriviamo un po' prima, ma per buona parte del viaggio siamo a vista. 
Ricordo il primo incontro con Luciano per un caffè questo inverno, voleva dritte sulla rotta egea, io come al solito tentavo di deviarlo su Creta sud, lui irremovibile sull'arrivare a Istanbul, tutto il resto è secondario. Ok, il tempo a disposizione, el destino finàl prestabilito…. cara Creta sud, non s'ha da fare, anche quest'anno non vedrai barche a vela probabilmente, dovrai aspettare il nostro ritorno. 
20 ore di navigazione e siamo a Ponza, nella rada del frontone. Con noi altre 3 barche e un paio di cargo.Luciano si ferma a Palmarola. 
Il giorno dopo, Ponza- Ischia di sole 45 miglia è decisamente più impegnativa delle 140 miglia del primo giorno: Bolina, bolina, bolina. Onda corta, vento teso. A un certo punto pensiamo di salutare Luciano e mettere la prua su Salina ma il bordo è scomodo fino  alla rotta su Palermo. Ci dispiace poi lasciare il nostro amico, perdiamo 20 minuti nell'indecisione e torniamo indietro. Lui che evidentemente non è affetto dai nostri cambi continui di idee, ci chiama preoccupato "Che state facendo?" - "Nulla, abbiamo scherzato, ci vediamo a Ischia". 
La tappa successiva è lunga, rotta su Salina, dopo un passaggio a Procida per fare nafta. Vento quasi nullo, molto motore, un po' di gennaker.
Mare, mare, mare e un puntino dietro che ci segue fedele, lo teniamo a vista, il contatto radio è nullo. Il nostro VHF riceve bene quando le barche sono alla distanza giusta per giocare a pallavolo o per lanciarsi un fischio alla pecorara sapendo che arriverà a destinazione. Alle maggiori distanze recepisce e riconosce la voce ma il contenuto del messaggio è comprensibile quanto una poesia in ostrogoto (per chi ovviamente non è ostrogoto). Non lo usiamo mai il VHF, si sarà offeso e avrà incrociato l'antenna. Ammainato il gennaker ci mettiamo a velocità ridotta, 5 nodi, per restare a vista ma, quando comincia il mio turno dell'1 di notte, vedo che il puntino Luciano è lontanissimo. Lo chiamo via radio e il VHF ride di me. Riduco ancora la velocità e grazie a Piazza Grande faremo la smotorata più economica della nostra storia col motore a 1.300 giri.
La notte è buia ma stellata, a farmi compagnia un paio di navi e il radar che suona. Lo taciti e l'allarme suona di nuovo. "Lo so, l'ho vista sta nave, la tengo d'occhio, ok?". Niente, i radar sono un po' così, tarati sul repetita iuvant. Riduco il raggio di controllo, tanto sto qua fuori. Io e decine di falene giganti. L'acqua risplende di plancton luminescente. C'è sempre qualcosa di magico nelle notti in navigazione. Inquietante e magico. 
Finalmente a Lipari, ceniamo su P'acà y p'allà insieme a Luciano: è arrivato il momento della prima amatriciana fatta con guanciale e pancetta regalati da Filippo! Notevole, cerchiamo di farla durare perché quella con il bacon greco non è la stessa cosa, si sa. Luciano mentre si faceva 24 ore di navigazione solitaria litigandosi i turni di guardia con se stesso,  è riuscito pure a pescare e sfilettare un tonno di oltre 5 chili. Così abbiamo anche il secondo. Non io, certo.  Perché, per doveroso omaggio al mio personale squalo bianco che mi segue da anni, non mangio quasi mai pesce. 
La navigazione da Lipari verso lo Stretto è via via più tesa.
Mentre il cielo si rannuvola, si alza un bello scirocco teso che, all'altezza della Secca di Raso Colmo, diventa un 32 nodi. Una mano dopo l'altra riduciamo le vele. Nel frattempo piove. Non fuori, ma sottocoperta. L'osteriggio graziato dal mio trattamento con spugnetta abrasiva, da buon ingrato, si rivela "diversamente chiuso", vale a dire abbastanza aperto. Quel che basta per innaffiare un po' il quadrato che di acqua di mare non aveva proprio voglia. Ho capito, quest'anno ho un conflitto con gli oblò. Non che sia la prima volta, ci sono preparata.
Correnti a favore e in un lampo siamo a Reggio Calabria. Ogni anno riusciamo a ritardare sempre di più l'accesso ai porti italiani. Me ne compiaccio, la rotta migliore sarà quando si riuscirà a evitarli del tutto. Tra i vicini di banchina, 2 giovanissimi francesi con una barchetta di 8 metri: sono stati un anno in Grecia e ora tornano a casa. Veloci lungo l'Italia, li ha fermati nella loro tappa di 4 giorni da Othoni solo la corrente contraria nello stretto. Andavano indietro, hanno dovuto fermarsi. Ma costa troppo, domani si riparte. Due tedeschi ci regalano il consueto attimo di adrenalina: mollano gli ormeggi nel momento sbagliato, si traversano, vanno sul corpo morto del vicino e per uscirne…. marcia avanti. È un classico, cime nell'elica e c'è da lavorare per tutti. 
La darsena di Reggio è una vergogna, non per gli addetti, o meglio per l'addetto, che si ingegna, si toglie la divisa, indossa la muta e risolve il problema. 
Ma pagare 65 euro per un porto del genere, privo anche del gommone di assistenza e di qualsiasi motivazione per costarne più di 20, porta, come al solito, alla triste considerazione che se la nautica in Italia fallisce un buon motivo ci sta ed è tutto nella sua gestione. Anche i tedeschi filano via veloce, anche loro hanno aneddoti imbarazzanti da raccontare sulle marine italiane.  Certo, c'era l'alternativa a Reggio. Messina, Marina del Nettuno: 110 euro per passare una notte sballonzolati dalla risacca dei traghetti. "Che facciamo, Capitano, l'aspettiamo?" mi chiedono. "Ma sì, ci aspetti pure. E se ci vede arrivare ci saluti con un 'Buonasera, imbecilli' che ce lo meritiamo tutto"
Comunque, anche stavolta, Reggio val bene la sosta. È una città che ha un'anima, uno dei lungomari più belli d'Italia, orlato da giardini con piante incredibili di Ficus Magnolides dell'India e palme delle Canarie. Una cittadina vivace, allegra. A mare degli strani personaggi compiono evoluzioni che potete apprezzare nel filmato a fine post. Sorgono dalle acque con effetto gheiser, grazie a un tubo collegato alla loro moto ad acqua. Sembra una pubblicità per l'idrocolonterapia.
Certa gente il mare lo interpreta in maniera davvero singolare. 
Reggio è bella, a modo suo. E le persone, meravigliose. Quando in un giorno incontri tante anime amiche non puoi pensare che sia una congiuntura astrale, devi per forza accorgerti che fa parte di un'indole positiva che caratterizza un'intera cittadinanza. 
Edmondo rappresenta la quarta generazione di fotografi nella famiglia Mavilla. Con suo padre Silvio gestisce l'attività sul viale principale di Reggio. Sono specializzati in matrimoni e vediamo le più belle foto del genere. È anche fotoreporter e ha vinto dei premi per i suoi servizi in Bosnia. Suo padre Silvio a 65 anni si è reinventato e fa opere di fotopitture utilizzando i filtri di Photoshop. Ci accolgono come fossimo vecchi amici. Ci scopriamo compagni di vela, fratelli di Grand Soleil. 
Noto subito che a Reggio città manca quel particolare effetto asmatico che caratterizza la parlata della provincia, quell'acca aspirata fino al debito di ossigeno scompare. 
Non è solo l'incontro con Edmondo, ma son tutte le persone che incontriamo a darci calore che basta a colmare le ultime notti fredde in navigazione. Sono curiosi, ti chiedono chi sei, cosa fai, dove vai. E cercano punti in comune con te. Hanno uno spirito amico, vogliono esserti utili. Guardi un cartello e loro capiscono dove vuoi andare e ti mostrano la via senza che tu glielo abbia chiesto. Se chiedi indicazioni in un negozio, invece, la commessa esce e viene con te fino all'angolo per farti vedere la strada. Andiamo a un negozio di fotocopie per stampare il pdf di un manuale dell'Harken. "Sarebbero 50 centesimi a pagina ma siccome son tante pagine facciamo 20" dice il ragazzo. "Alla faccia!" diciamo noi perché il costo è davvero alto. Chiedo mentalmente scusa a Nietzsche perché la stampa di questo manuale costerà più del suo "La filosofia nell'epoca tragica dei Greci" che ho appena acquistato.
Durante la stampa del manuale però, mentre conversiamo di Reggio, di Roma, del mare e della vita, il ragazzo di sua sponte, abbassa il prezzo a 10 centesimi a pagina. Al momento di pagare, ci ripensa e dice "Facciamo 5 centesimi, ho deciso". Mi rimangio le scuse a Nietzsche, ci si può stare.
Reggio Calabria ha una delle opere più significative e importanti del mondo: i bronzi di Riace. Opere che, come dice Gabriella, meriterebbero la costituzione di un museo ad hoc e potrebbero garantire l'indotto di una intera città. Ma il museo è chiuso, i Bronzi sono visibili nel laboratorio di restauro ospitato al palazzo della Regione. 
Un cartello sulla vetrata che divide il laboratorio dagli uffici,  colpisce subito la mia attenzione. "È ASSOLUTAMENTE VIETATO AI SIGNORI VISITATORI INTRODURSI NEGLI UFFICI DEL CONSIGLIO REGIONALE SPECIALMENTE IN ABBIGLIAMENTO POCO CONSONO".
Visti i recenti scandali della Regione Calabria con una dozzina di indagati per peculato e spese per festini con lap dance a carico dei contribuenti, mi permetto di suggerire una modifica radicale del cartello. Qualcosa del tipo "CARO VISITATORE, FAI COME SE FOSSI A CASA TUA. GIROVAGA PURE, BRUTTO, PUZZOLENTE O IGNUDO CHE TU SIA. O ANCHE TUTTE E TRE LE COSE INSIEME. PER QUANTO TU POSSA IMPEGNARTI NON RIUSCIRAI A RECARE OFFESA MAGGIORE DI QUANTO SIAMO STATI IN GRADO DI FARE NOI".
 Troppo lungo? Ok, si può sintetizzare:  
"CARO VISITATORE, FAI COME SE FOSSI A CASA TUA. NOI LO ABBIAMO GIA FATTO"
La sproporzione tra la grandezza dell'opera e la sua gestione è imbarazzante. I bronzi, giacciono sdraiati su barelle, dietro un vetro. Nell'atrio, nessuna informazione sul ritrovamento, se non uno schermo che proietta un filmato. In mostra anche alcuni Pinakes senza descrizione, e poi alcune descrizioni senza Pinakes. Chissà che fine hanno fatto? L'angolo libreria ha magneti per frigoriferi, cartoline, penne, segnalibri raffiguranti i bronzi di Riace ma neanche un libro che ne descriva la storia. Guardiamo i bronzi feriti, il filosofo e il giovane, umiliati da un trattamento indegno e ci viene voglia di caricarli a bordo e riportarli a casa, nella patria di Fidia a cui appartengono. 
Particolarmente buffo per me è scrivere a bordo sentendo in sottofondo, forte e chiaro, gli annunci sonori della stazione ferroviaria. "Blim-blom. È in arrivo sul binario 3 il regionale 743 proveniente da Salerno. Allontanarsi dalla linea gialla. Blim-blom". Suoni di un passato che ritornano in una vita che è ben diversa. Paquita inorridisce a sentirli, io meno. Il passato quando è passato fa meno impressione.
Il saluto a Reggio è con Saverio, tassista in pensione, ora riciclato in servizi taxi per la nautica. Ci saluta alla partenza, per nulla offeso dal fatto che non abbiamo utilizzato i suoi servizi, ci lancia a bordo un sacchetto con due brioches e ci augura buon viaggio. Gli regaliamo 5 euro e allora lo vediamo correre sul molo mentre siamo già al faro, per lanciarci in pozzetto  con un canestro perfetto dei panini al latte. 

Ancora una volta, per l'ennesima volta, fa capolino una certezza: l'Italia è fatta di gente bella che ha selezionato i peggiori per farsi amministrare.

martedì 28 maggio 2013

4 giorni da sola in barca. Anche conosciuti come "il terrore di P'acá y p'allá"

Il meteo resta ostile, indifferente ai nostri programmi. "La Grecia quest'anno ci respinge" dice Giovanni. Ma lui non sa che non è così, la Grecia è casa e non può respingerci. No, sono i veleni locali che ci ostacolano, accumulati in inutili mesi in patria. Roba malsana che ti si appiccica addosso in una vita che non è più tua e che pretende di giudicarti. Perché gli italiani giudicano. Mai come ora, che ho staccato la spina con questo Paese, mi accorgo dell'attitudine tutta italiana a esprimere sempre spietate valutazioni. Con quella odiosa sicurezza di sé, di sapere prima, di aver previsto tutto. Ok, non ho mai sopportato il vizio dell'anti-italianità e ora me ne macchio io per prima. Ma io per prima, ero così. Abbiamo fretta di giudicare, per far vedere che sappiamo, abbiamo bisogno di bocciare per sentirci promossi a pieni voti. E abbiamo perso la curiosità delle differenze, trincerandoci dietro i luoghi comuni e le rassicuranti banali somiglianze.
Alla spasmodica ricerca di un'accettazione sociale che si muove su parametri ben definiti. Io per prima, forse, ero così. Io per prima lo sarei ancora oggi se il sistema non mi avesse espulso e violentemente collocato altrove. Spero che questo ammorbidisca le mie affermazioni, almeno in parte. 
Mi viene da ridere, ora. Che guaio raccontare senza saper raccontare. Il mio sproloquio qui sopra non c'entra nulla con quello di cui volevo parlarvi oggi. Mi fermo e penso "E ora come lo collego?". Uno scrittore saprebbe farlo. Io posso solo sperare che un punto e a capo risolva dignitosamente la situazione.
Punto e a capo.
Il meteo resta ostile. Che si fa? Siamo ormai nomadi, senza posto barca, più lontani del solito dalla meta finale. Stare in porto a Macinaggio ci costa 51 euro al giorno, meno che in molti posti italiani ma sempre di più di quanto possiamo permetterci. Ci sarebbe il nostro posto a scrocco a Cala Galera ma ci secca di chiedere se c'è ancora. Il generoso cugino ha aspettato che partissimo per mettere la barca a mare, ma ora o l'ha già messa o la sta per varare. Non se ne parla, non s'ha da fare. Due le possibilità: rientrare verso il litorale italico e fare tappe brevi nelle finestre di meteo migliori, oppure fare la stessa cosa scendendo Corsica e Sardegna per poi traversare su Trapani, Sicilia Meridionale e via. Questa seconda opzione prevede 100 miglia in più e la traversata del Canale di Sardegna (140 miglia) in condizioni di forte instabilità.
Scegliamo la prima. Torniamo al porto dove siamo nati. La navigazione da Macinaggio è splendida. Il 30 nodi si stempera poco fuori dal porto e si assesta veloce sui 10-12 nodi. Paquita con la pancia pulita, letteralmente vola ad una velocità media di 8,5 nodi. Un unico bordo di bolina larga, con piccolo gancio per scapolare Pianosa, e in 11 ore siamo al Porto di Porto Santo Stefano. Dove fino a pochi mesi fa, eravamo regolari locatari di posto barca. Pagavamo per 12 mesi e ne sfruttavamo a dir tanto 5 nei mesi invernali. Chissà magari ci fanno lo sconto. Neanche per idea, listino alla mano sono 42 euro al giorno. Si può fare, dai. E così ripassiamo dal via anche se nessuno sembra volerci dare le 20.000 lire previste dal Monopoli. Se l'equipaggio fosse rimasto al completo saremmo rimasti in rada, all'Argentario ti sposti facilmente con il cambio dei venti ma, visto che il meteo è ostile, valutiamo che sia il caso che il Capitano ottimizzi i tempi morti, aiutando il suo socio in un servizio fotografico a Sanremo. 
 Paquita in mano mia, vuol dire posto barca con ormeggi ben rinforzati. Giovanni è preoccupato, non capisco perché. Per quanto siano previste libecciate, non saranno peggiori di quelle passate quest'inverno quando P'acá y p'allá restava sola in porto mentre noi perdevamo tempo a sentirci romani. "Si ma stavolta ci sei a bordo tu",  dice lui. Esagerato, sarò distratta, è vero ma che guai vuoi che possa fare?
Mi entusiasmo. 4 giorni da sola con la mia barca. Quante cose abbiamo da dirci, quanta complicità da creare. E quante cose da fare. Voglio lavorare con le mani, pulire, riparare, modificare. Preparo mentalmente una lista (le liste scritte mi inquietano, sono antipatiche e impongono una disciplina).
L'infida spugnetta (ora nel cassonetto)
Compito n. 1.
Durante il lavaggio della carena, complice il ventone di Macinaggio, i quattro osteriggi della barca si sono puntinati di materiale sporco/resinoso. Il compito è eliminare questo effetto puntinato che ricorda la faccia di Jérôme a fine lavoro. Con il mio consueto ottimismo e una dose di energia entusiasta, mi reco sul ponte, armata di spugnetta morbida e shampetto leggero. Nulla… Sporco resinoso batte spugnetta morbida 10 a 0. Ok, ho tante spugne, le passo in rassegna. Provo con la 3m bianca, miracolosa sulle macchie sul gelcoat ma, anche qui, si conclude con un 10 a 0 per il vincitore uscente.
Alla fine trovo, ancora ben cellophanata, la classica spugna verde sottile e abrasiva, quella per cui la mamma dice sempre "Mai usare sulle padelle in teflon". Lo so bene che non va assolutamente usata sul gelcoat o sul plexiglass, lo so benissimo. Però - storicamente- quello che so, di rado ha la meglio su quello che sento sul momento. E quel che sento sul momento, guardando ora l'osteriggio, ora l'infida spugna verde, è che l'osteriggio è decisamente più forte e duro della sua antagonista. Un velocissimo segnale di allarme balena nella mia stanza del buon senso da troppo tempo chiusa a chiave: "cosa diavolo ci fa a bordo una cosa verde???" E questo non lo dico perché, come tutti sappiamo, il verde a bordo porta male. No, lo dico perché estremamente convinta che il verde porti male ovunque. Se non volete che faccia di nascosto scongiuri, quando ci incontriamo, evitate di indossare vistosamente qualcosa di verde.
Visto che sono una ragazza prudente, decido di provare l'infida spugna su un piccolo angolo di osteriggio, tanto per essere sicuri che non graffi. Così faccio, sfrego con forza media, poi aumento e vedo che funziona, il puntinato scompare. Sciacquo e il plexiglass è liscio e pulito senza ombra di graffi. Felice di aver sfatato il mito della spugnetta abrasiva, mi dedico con grande energia a sfregare 3 osteriggi su 4. Il 4° si salva per la mia imperitura tendenza a lasciare sempre i lavori incompiuti. Resterà lì a far da paragone con gli altri per permettermi di valutare bene il danno. Felice e soddisfatta, finisco di sciacquare il ponte e mi regalo una bella birra gelata.
Osteriggio dopo pulizia con spugnetta verde
Oh oh….. Gli osteriggi asciugano sotto il sole impietoso e rivelano ciò che da bagnati celavano. Un precisissimo e uniforme reticolo di graffi infinitesimali. (Avevo fatto un lavoro minuzioso, quindi neanche un centimetro di plexiglass si è salvato da questo effetto abrasivo). Li bagno di nuovo e tornano perfetti. Poi asciugano e il disastro si appalesa di nuovo. Medito sulla possibilità di innaffiare in modalità costante il ponte ma capisco subito che non è la soluzione. Scendo sottocoperta per trovare conforto, magari da dentro non si nota. Le cose sono due: o io ho istantaneamente perso 8 diottrie da entrambi gli occhi oppure il danno è davvero grave. È un effetto fumo di londra inquietante. Per un momento spero che il tempo sia cambiato, che una nebbia improvvisa da "Cime Tempestose" abbia raggiunto il porto e ci abbia avvolti in modo temporaneo. Corro fuori, non c'è Heathcliff. Niente da fare, il sole splende su Paquita, i colori ci sono tutti. Il 4 osteriggio miracolato permette un confronto senza possibilità di appello: ho fatto un bel guaio…
Giovanni, nella sua beata ignoranza, telefona "Sei riuscita a eliminare lo sporco dagli osteriggi?". Ah sì, quello sicuramente è andato via, confermo laconicamente. Ci sarà tempo per confessare.
"Non perdiamoci d'animo" mi dico, perdendomi d'animo. Ci sarà una soluzione, no?
Internet, forum nautici, anche forum di motociclisti. Pasta abrasiva, si chiama la soluzione. Ce l'ho! Provo con batuffolo di cotone a fregare con forza etti di Iosso, pasta abrasiva fine. Poi lucido con panno di lana. Poi sciacquo con acqua e sapone. Risultato: miglioramento del 5%, nessun ulteriore danno. Scendo sottocoperta e faccio foto di confronto che conferma il miglioramento innalzandolo al 7%, non di più. Fuori c'è sempre Londra e il fantasma di Belfagor.
Ok, prendo la macchina, vado a Cala Galera a chiedere consigli. Mi preparo il discorsetto della serie "Francesca, non c'è bisogno che ti sputtani da sola raccontando che hai fatto. Limitati a dire che vuoi togliere dei graffi dal plexiglass, non  dichiarare il colpevole". Arrivo e incontro Filippo, mi dimentico il discorsetto e confesso tutto.
Filippo è praticamente il mio gemello. Stessa barca, sorella di P'acá y p'allá, nato il mio stesso giorno, abbiamo scoperto che i nostri padri hanno lavorato per 40 anni nello stesso ufficio. Non basta, anche Filippo è un ex manager d'azienda che ha detto "Basta" e si è felicemente estromesso dal sistema. Unica differenza: lui tenta di darsi da fare reinventandosi un lavoro, vuoi perché ha due figlie in età scolare, vuoi perché forse ha una camera del buon senso ancora non ermeticamente chiusa. 
Solidale, come solo chi ha la tua stessa barca può essere, prende a cuore il problema e mi accompagna dagli esperti in un giro di ricognizione. Dice di non intendersene di manutenzione ma sicuramente qualcosa più di me (forse parecchio) ne sa. Il verdetto degli esperti è unanime: l'unica è la pasta abrasiva con molto olio di gomito e provata a più riprese. Può migliorare oppure no, dipende dal danno. In ultima analisi c'è la sostituzione delle lastre di Plexiglass che, visti i prezzi, immagino la Grand Soleil trafili all'oro zecchino.
Un po' scoraggiati (ormai Filippo è partecipe del problema) acquistiamo pasta abrasiva a grana grossa. Prima di uscire, Filippo mi suggerisce di prendere anche un foglio di carta vetrata 2000 da usare rigorosamente bagnata con acqua. "Non l'ho mai fatto e non me ne intendo" mi ripete "ma, abrasiva è abrasiva. Magari prova su un angolo piccolo e…. aspetta di vedere il risultato da asciutto prima di procedere".
Pasta abrasiva
Torno a bordo e affronto il mostro con rinnovato ottimismo. Metto via la carta vetrata (ci manca solo che mi metta a scartavetrare poi tanto vale che vada sui monti a cercare le caprette che fanno ciao).
Metto bene lo scotch sulle guarnizioni, batuffolo di cotone e pasta abrasiva e tutta la forza che ho. Panno di lana con la forza che rimane. Poi sciacquo e non canto vittoria, ho imparato a aspettare. Dalle barche vicine, marinai nullafacenti mi guardano perplessi. Il miglioramento arriva al 20% ma si capisce che oltre quello non va. La sera scende e il fumo di Londra è ancora più netto. Il confronto col 4° (bastardo) osteriggio, ridacchiante e semplicemente sporco, resta impietoso.
Mando una foto a Filippo che molto generosamente mi dice che sono sulla buona strada, secondo lui. Ma non è così, lo so, è chiaro che in questo modo non vado lontano.
Dopo pasta abrasiva a grana grossa
Guardo la carta vetrata per un po'. Che danno potrei ancora fare? Provo su un pezzettino piccolo dell'osteriggio più piccolo. Sciacquo e mi dico "qualunque sia il risultato, luciderò domani". Oh oh, ora l'oblò non è più uniformemente rigato e appannato, è quasi uniformemente rigato e appannato, perché una piccola parte è decisamente più appannata. Da sottocoperta, oltre quel punto abrasato con carta 2000 non c'è più Londra, c'è l'oblio, il nulla, la nebbia fitta.
Come Rossella, mi dico "Domani è un altro giorno", chiedo scusa a Paquita, mi mortifico con un'orribile avanzo di spaghetto freddo e una birra semi calda e mi chiedo quale ingrediente manchi al mio cervello. Prima di trovare le risposte che evidentemente non posso trovare, vado a dormire.
Suspense: dopo carta vetrata 2000
Ma oggi è un'altro giorno. Mi sveglio con la sensazione che risolverò il problema. Bando agli indugi, prendo la lucidatrice, perché quando il gioco si fa duro servono le armi pesanti. Rimetto lo scotch di carta sulle guarnizioni dell'oblò torturato, pasta abrasiva fine e via a lucidare.
Miracolo. Funziona.
Il cielo è nero ma sembra che qualcosa, stia dicendo alla pioggia "aspetta un po', dai lasciamo finire sta disgraziata". Prima del caffè del buongiorno, ho risolto più che brillantemente la situazione. Non ho forzato troppo, né con la carta vetrata (forse va bene pure a grana più grossa, chissà…), né con la lucidatrice ma il risultato è un buon 95%. 
Lavoro finito!
Scendo sottocoperta: Londra è tornata a Londra, i colori ci sono tutti, le mie diottrie son tornate indietro. Faccio il gesto dell'ombrello al 4° osteriggio che, per quanto mi riguarda, può tenersi il puntinato resinoso, col cavolo che ci rimetto le mani.
"Chi non fa, non sbaglia" mi hanno detto i più generosi ieri sul forum di Slow Sail.
Che soddisfazione, molto meglio che fare reclàme!

Ho ancora 2 giorni da sola a bordo di Paquita, che dite? Meglio che mi limiti a scrivere?

sabato 25 maggio 2013

Macinaggio. tra cantiere, notti in albergo e burrasche che sembrano non finire.

Messieur Berry, proprietario della Corsica Voile,  è il classico burbero. Sorride poco e parla anche meno. Ma si dà da fare e pure parecchio. Comanda, con autorevolezza e malcelato affetto, una piccola schiera di persone specializzate. 
La signora Annie è il volto gentile di Berry, il contatto con il cliente. Raffinata e affabile, madàme Annie sta nel suo ufficio/ship chandler e sembra una rappresentante di ambasciata. Gentile e accogliente quasi che, invece che in un cantiere, ti stesse ricevendo in un castello. 
Jérôme si occupa della nostra barca, dal lavaggio, alle piccole stuccature, alla carteggiatura, all'antivegetativa. Per metà tempo lavora al cantiere, l'altra metà è skipper di un catamarano da 48 piedi, il Bella Vita, su cui abita. Ci consiglia e lo seguiamo, perché ha la faccia di chi dice sempre la verità. Continuiamo quindi con la Micron Extra dell'International, scegliamo il nero che è più efficace del bianco e anche del blu navy, lasciamo l'elica a nudo. 
Stiamo lì a guardare e nessuno si infastidisce, sanno cosa fare e non ti chiedono nulla più del necessario. Si capisce che non apprezzano il lavoro di chi li ha preceduti ma non dicono nulla, né si vantano di saper fare meglio. 
Il secondo giorno, Jérôme, che parla un perfetto italiano, ci guarda contrito, con la sua faccia a puntini neri di Micron Extra. Si scusa di non aver pensato subito di offrirci la sua macchina e lo fa in quel momento, così come ce lo ripete oggi che la nostra barca ha finito i lavori ed è ancora qui in porto solo per aspettare che passi la libecciata. Rifiutiamo, si vede che la macchina gli serve, corre da una parte all'altra del porto come chi sa che le ore buone sono poche e bisogna farle fruttare. 
Eugenìe, invece, vorremmo non averla conosciuta…. Nulla di personale ma, se non fosse arrivata quella raffica improvvisa quando eravamo nella vasca d'alaggio, non avremmo fatto fare quel brutto graffio sulla fiancata sinistra di P'acá y p'allá e non avremmo avuto bisogno di conoscerla. 
Alle raffiche laterali in retromarcia, Paquita reagisce male: si imbizzarrisce, scappa di prua e sempre in una direzione non consona. Basterebbe un colpo di elica di prua, certo…. se si avesse l'elica di prua. Ci ho provato a fermare l'impatto con il parabordo e in parte è servito, ho tentato pure quella pericolosa manovra che si insegna anche ai piccoli a non fare mai: "mai mettere i tuoi arti tra la barca e la banchina!"
Ma chi ci pensa alle regole quando Paquita è in pericolo?Anche questo, in parte, è servito a limitare il danno ma non del tutto.  Comunque io ho ancora tutti e 4 gli arti e neanche un graffio.
Nel dolore dell'incidente, Eugénie è una bellissima scoperta. Una ragazza di circa 25 anni, bionda con i dreadlocks. Una reinterpretazione in chiave rasta della Venere botticelliana. Giovanni, a questa definizione, ride. Non mi riferisco alla sua avvenenza ma a una certa delicatezza dei tratti in contrasto con il suo look. Quando si muove per il cantiere ricorda un'attrezzista da set; quando è all'opera, una restauratrice di affreschi. Scopriremo in lei un'artista del gelcoat.  
Il compito è arduo perché non abbiamo con noi il gelcoat specifico e indovinare il bianco ghiaccio del Grand Soleil è un'impresa impossibile in 36 ore. Ma Eugénie non demorde: studia, isola la ferita con lo scotch, fa le prove, stucca, alliscia, lucida. Non è soddisfatta e continua a lavorare. 
Il vento sta arrivando, si prevedono 50 nodi e la barca va varata subito. Eugenìe continua per mezza giornata sdraiata sul molo dietro la vasca d'alaggio. Una posizione scomoda per usare la lucidatrice ma lei lucida, lucida, continua imperterrita a lucidare, perché il difficile, come ci spiega, è ottenere lo stesso grado di lucidatura del resto. 
Ho guardato solo la sua faccia concentrata, non osando sbirciare il risultato e poi, sorpresa, nonostante il colore ovviamente non sia preciso, il lavoro è davvero ben fatto. 
Sulla gru di alaggio c'è il capitano del porto con il suo assistente, coadiuvato a terra da Mr Berry in persona alla guida del carrello. Quanto lavorano…. passeggiando qui e là mi ritrovo a salutarli sul molo mentre aiutano qualcuno all'ormeggio per ritrovarli, pochi minuti dopo, sulla gru di alaggio al cantiere a calare in acqua degli enormi container  che serviranno a dragare il fondale all'ingresso.
In meno di mezza giornata, ci sentiamo di casa. Potremmo dormire in barca ma decidiamo di non intralciarli e di prendere una stanza all'Hotel Marina d'Oro. 
P'acá y p'allá è a vista ma il bagno qui è decisamente più vicino e salire e scendere dal trabattello all'alba per correre a far pipì ai bagni del marina, dall'altra parte del porto, è una esperienza che sono felice di non potervi raccontare. Anche qui, un'atmosfera semplice e calorosa. Forse siamo gli unici clienti. Le camere sono carine e di stile, con un terrazzino stupendo con vista sull'imboccatura del porto e le isole Finocchiarole.
Tra una mano di antivegetativa e l'altra ce ne andiamo con il bus a Bastia, il tempo di rivedere la cittadella e il Porto vecchio dove venimmo con Nodo alla Gola. Bastia è caotica e speciale come sempre. 
C'è un bellissimo sole che, sul momento, non apprezziamo quanto dovremmo. Pensiamo infatti che sia normale il 22 maggio avere quel sole e che ogni giorno sarà sempre più estate.
Sbagliato. Facciamo a tempo a varare la barca e a ormeggiarci che il cielo conta più nuvole che spazi aperti, il vento sale da 25 a 30 nodi, poi a 40, poi a 50, fino alla raffica massima registrata fino ad ora (il "fino ad ora" è d'obbligo) di 57,6 nodi.
Ok è inverno. La temperatura scende velocemente e la sensazione netta è quella di essere a novembre, il nostro solito novembre di adrenalinico rientro, schivando le perturbazioni e risalendo il più velocemente possibile. Solo che qui non c'è niente da risalire e ancor meno c'è la possibilità di schivare il maltempo.
I nostri amici di Capitaneria e Cantiere ci hanno ceduto un posto vuoto, di quelli di proprietà, sul molo interno del porto, sottovento. Prendiamo quindi la libecciata di poppa ed è tutt'altra cosa rispetto a ciò che avviene al molo di transito dove, nonostante il ridotto fetch (lo spazio di mare da dove viene il vento), si crea una bella ondina breve che minaccia le barche di finire in banchina.
Ora che scrivo, sono 48 ore che il cielo cambia colore, dall'azzurro terso con nuvole bianche e nere, al grigio piombo e minaccioso. Piove, esce il sole, piove di nuovo, quasi grandina. Quel che non accenna a finire è il vento che compie delle buffe evoluzioni dai 30 ai 50 nodi, effetto delle raffiche che scendono dai canali dietro Macinaggio. 
Ora il meteo ci incastra in una terra di nessuno. Siamo nomadi pur stando a poche miglia da casa. Domani forse ci sono le condizioni per partire ma dopodomani è già scirocco e dura due giorni. Il tempo di far arrivare quella che viene definita "la nuova importante perturbazione" che attraverserà tutti i mari italiani a partire da metà settimana. 
Per partire, partiamo, verso dove non è ancora così chiaro.
I colori delle cartine meteo da mercoledì mi fanno pensare che il Meltemi abbia deciso di venirci a prendere. Con calma, simpatico bastardo, avremo parecchio tempo da passare insieme. 
Se c'è una lezione che non finirò mai di imparare nella vita è quella di adeguarsi alla situazione. Dovrebbe essere estate ed è ancora inverno? Prepara un bell'arrosto di maiale con purèe di patate ed è un modo di non dargliela vinta. Avresti voluto essere in Grecia a quest'ora? Bene, quando sarai in Grecia sarai contenta del "lonzinu" appena acquistato che sarà molto più saporito delle orribili vaschette di salame "Ifantis".
Se volete, a questo link, il video di P'acá y p'allá a Macinaggio

lunedì 20 maggio 2013

2013. La strana rotta.

In ritardo folle sulla preparazione della barca - come forse capita a chiunque compia l'avventura del semestre in mare per la terza volta - decidemmo che Macinaggio in Corsica era il punto giusto per fare carena. Ce lo suggerì Massimiliano, in uno di quei pomeriggi da cicale in cui in barca o si ozia o si medita (che poi la seconda opzione è solo un alibi per giustificare l'ozio...), pensando che la stagione è ancora lontana e, in fondo, non c'è poi tanto da fare. Per Max, diretto alle Baleari, la tappa di Macinaggio aveva probabilmente più senso. Per noi che confermiamo la nostra consueta rotta sud-est, invece,  si tratta di una pura deviazione a nord ovest di 80 miglia + 80 miglia che, come ho potuto notare, pretende di fornire una spiegazione a chiunque sia dotato di una qualche infarinatura di geografia. "Macinaggio??? Ma non siete diretti in Egeo?" 
La ragione giustifica solo in parte la nostra scelta: il costo. 
Un preventivo onesto, quello di Macinaggio, trasparente e dettagliato a sufficienza da poterlo ritenere così. In Italia per capire se ti stanno fregando devi basarti sul tuo intuito, sul risultato, sul paragone con altri che ti hanno fregato. 
In Francia, la nautica è un'altra storia. Se hai una barca, sei solo uno-che-ha-una-barca, non un povero idiota da prendere in giro. Nel momento in cui scrivo, non posso ancora valutare la qualità del servizio (siamo ormeggiati al porto in attesa dell'alaggio di domani) ma, a Macinaggio, fare carena costa poco più di 1/3 di quel che ci hanno chiesto a Cala Galera e questo predispone necessariamente meglio. 
A onor del vero, devo specificare che gran parte della differenza di costo è sul prezzo di alaggio e varo della barca: 390 euro a Macinaggio, 1.200 euro a Cala Galera. 
Sì, avete capito bene. Ma, come dicono loro stessi impunemente, quasi ritenendolo un merito, un privilegio, una certificazione DOCG:  "Qui siamo solo noi ad avere la licenza del travel lift". Anche a Macinaggio, ma non ritengono sia motivo di extracosto. Ah, i monopoli mal interpretati....
Dicevo, la ragione giustifica solo in parte. C'è Italia e Italia e al sud avremmo potuto trovare preventivi altrettanto onesti. Poi c'è l'istinto, la pancia e, un po', anche il senso di rivalsa e di denuncia che ti spinge a trovare l'opposto positivo alla minima distanza. 
Mentre pensavo a queste giustificazioni, me ne è venuta in mente una, però, che mi sembra la più saggia di tutte: la ragione della strana rotta è insita nel nome della nostra barca. P'acá y p'allá, cioè "un po' di qua, un po' di là".
D'altra parte, anche stavolta, non abbiamo appuntamenti e meno che in passato, motivi per cui sbrigarci a tornare.
P'acá y p'allá non ha risentito della crisi economica italiana, non quanto i suoi proprietari sicuramente.  Siamo partiti sabato 18 maggio da Cala Galera con due belle vele nuove, cucite per noi da 3FL di Francesco Cruciani e consegnate, con brivido, ai blocchi di partenza. Lo scirocco forte ci favoriva nella rotta, ad eccezione delle prime 5 miglia di periplo dell'Argentario. Inutile dirlo, è stato scirocco forte solo per quelle 5 miglia, per trasformarsi poi in debole scirocco e abbandonarci totalmente in balia di una fastidiosa onda, a 15 miglia dall'Elba. 
Che emozione, tirar su la randa e vedere che è tutto a posto, il miracolo della perfezione è avvenuto, la vela è la sua. E meno male perché le vecchie non le abbiamo portate con noi. Piegate per bene e riposte, avranno la loro ragione di esistere nella stagione invernale, dopo tanto lavoro hanno meritato un part time.
Ma vele nuove vogliono drizze e scotte nuove, ci mancherebbe. Non tutte, ma buona metà. E adesso, abbiamo la scotta della randa che è invecchiata di colpo a guardare la scotta del fiocco, un po' come mi sento io quando mi imbatto in una amica che non vedo da tempo e nel frattempo è passata più volte per le mani del chirurgo plastico. Sarà per l'anno prossimo (la scotta della randa, non il chirurgo...). Abbiamo scelto la qualità, abbiamo dovuto limitare i metri.
È strano arrivare all'Elba, sono 4 anni che non facciamo questa rotta e l'ultima volta eravamo su Nodo Alla Gola, il nostro eroico First 31,7. Ci fermiamo in rada a Porto Azzurro in una quiete bellissima da sabato fuori stagione. Procediamo per piccole tappe e il giorno dopo raggiungiamo Portoferraio movimentata dal solito traffico dei traghetti che trova il suo acme stamattina con la ripresa della settimana lavorativa per gli Elbani o la fine del week end per i milanesi.
La breve traversata per Macinaggio oggi ci ha illuso con una promessa di libeccio all'altezza di Capo Sant'Andrea, molto presto disattesa. Le vele ci guardano con una punta di ironia e ammiccano tra loro, dicendo "bella vita ci aspetta, qui si riposa". Aspettate, aspettate che tra poco si passa a un regime ben diverso…
La carena, dopo 6 mesi di stazionamento in porto, è in condizioni pietose e ci fa perdere almeno un nodo e mezzo di velocità. Teniamo anche bassi i giri del motore per evitare di forzare troppo, visto lo stato dell'elica, registrando così una velocità media inferiore ai 5 nodi. Con Nodo alla Gola (a pancia pulita) andavamo più veloci…
E ora siamo qui, ormeggiati in Porto a Macinaggio dove in un lunedì di metà maggio arriva una barca ogni quarto d'ora e il molo dei transiti è già tutto pieno. Abbiamo già visto il cantiere, piccolo, con 4 barche in secca e l'invaso già pronto per noi. Potremmo dormire in barca sull'invaso, oppure ci concederemo la pensione sul porto, tanto per evitare quelle corse giù dalla scaletta e l'attraversamento del Paese per raggiungere i bagni del marina. Qui è tutto molto diverso dal nostro mondo felice. Molto meno greco e molto più francese, ovviamente. Ma è comunque un luogo amico che ti tende la mano e non ti chiede nulla. Riprendi il mare e respiri. E ti accorgi che il viaggio non è un viaggio ma la tua vita. Riacquisti il tuo ruolo di marinaio e ti senti di nuovo in pace col mondo.

sabato 2 marzo 2013

L'oziosa attesa.


È il periodo delle scuse, questo di campagna elettorale. Delle promesse che non servirà mantenere e delle giustificazioni non richieste che evidenziano colpe non ancora svelate. E volentieri mi ci immergo in questo periodo, a mio modo e nel mio piccolo contesto. Grazie al cielo, al contrario di quello politico, il mio mondo è deresponsabilizzato. Le mie scuse non verranno smontate punto per punto, nessuno citerà le mie pregresse affermazioni semplicemente perché nessuno le ricorderà. Fassino disse "Questo Grillo, fondi un partito e vediamo quanti voti raccoglie…", io semplicemente dissi "settimana prossima scrivo" e questa settimana è sempre la prossima. Non avevo quindi mentito, né tantomeno sbagliato previsioni.
Scrivere e navigare. La barca che scivola sull'acqua, gli orizzonti infiniti, il tempo scandito dal percorso giornaliero del sole, gli incontri e gli incontri mancati. Sono tutti ingredienti che stimolano a scrivere. 
Peccato che in quelle condizioni, le lunghe pause di pensiero, quando le mani si fermano sulla tastiera, segnano il tic tac del consumo della batteria, quella lenta erosione della tua autonomia energetica che è la cosa più importante per mare. E allora, pensi, scriverò quando sono a casa, dimenticando che la tua musa sarà allora troppo lontana. O forse, ecco pronta un'altra scusa, forse semplicemente non ti piace la fine. C'è chi non riesce ad andare a dormire se non ha completato un'opera, chi si sente uno sconfitto se lascia le cose a metà, chi di questo, invece, pur senza volerlo, fa una professione. Eccomi qui: l'imperitura autrice di opere incompiute.
Sì lo so, siamo rimasti a Lefkada. Non noi, ma il racconto di noi. Come un personaggio di romanzo incastrato a un incrocio, indeciso sulla strada da seguire. Forse deluso dall'ipotetica fine di quel romanzo e impaziente di saltare in un'altra storia, che sia solo all'inizio, che sia tesa verso lo svolgersi del mistero nel suo divenire. No, non siamo rimasti lì, sulla costa ovest di Lefkada a bolinare verso Paxos, ci siamo arrivati a Paxos e ci siamo fermati nel piccolo porticciolo di Gaios, fuori stagione, a metabolizzare il nostro annuale "arrivederci Grecia" . 
Abbiamo incontrato Fabrizio degli Amici della Vela ed è stato bello essere accolti da un "Che ci fate qui, non dovreste essere alle Cicladi?" da parte di qualcuno che non hai mai visto. Abbiamo ri-accolto Roberto e il suo Denecia, i suoi strumenti musicali, la sua allegria, la sua malinconia del ritorno dipinta su un viso che somiglia ai nostri. Abbiamo celebrato il nostro navigare confrontando di nuovo le nostre rotte e immaginando quelle future. Abbiamo navigato affiancati fino a Rocella Ionica, dove per la prima volta abbiamo deciso di entrare, sfidando i bassi fondali. Ci siamo ormeggiati alla banchina, decisamente pensata per barche sotto i 10 metri, senza corpi morti ma con i pontili a dritta e a sinistra dove legare le cime. Roberto è arrivato poco dopo di noi con l'invertitore rotto e non è piacevole entrare in porto in queste condizioni. Ma gli amici servono per questo ed è bello trovarli pronti a saltare a bordo e a darti una mano. Il tempo di una serata insieme in un porto deserto d'autunno e abbiamo ripreso la via, noi verso la Toscana, lui verso Napoli con deviazione su Siracusa.
Come al solito il nostro ritorno è una battaglia con le perturbazioni che incombono e ci regala lunghe navigazioni, brevi e costose soste nei porti italiani per riposare, trombe d'aria da schivare e l'accoglienza della guardia di finanza che si avvicina, resta delusa dalla nostra bandiera francese e si allontana di nuovo. Con la faccia un po' così, come quella di uno scippatore che dopo aver buttato a terra la vecchietta, si ferma dietro l'angolo a guardare il bottino e scopre che nel portafoglio ci sono solo 5 euro. Per fortuna i finanzieri non tornano indietro a prenderci a calci.
Il 13 ottobre siamo tornati a casa, al nostro pontile, per l'ultima volta. Non possiamo continuare a pagare 7.000 euro per un posto che utilizziamo 3 o 4 mesi l'anno. Ci siamo nati, ci sentiamo a casa, ma è una casa troppo costosa. Se abbiamo deciso per noi stessi di essere nomadi e provvisori, tocca che anche P'acá y pallá si abitui e faccia i conti con il suo nuovo stato di "Senza fissa dimora". Addio posto barca annuale, dal 1° gennaio la nostra barca rientra a tutti gli effetti nella categoria degli scrocconi, ormeggiata a un rinnovato pontile di Cala Galera, ospite di un'altra barca che d'inverno se ne sta a terra. Fino ad Aprile siamo a posto, poi saliamo a terra pure noi, facciamo il necessario rimessaggio e quando si tocca di nuovo l'acqua sarà per partire. Dove rientreremo a fine stagione? Chi lo sa. Rientreremo? Chi può dirlo? A fare cosa?
Tornare in città, anche stavolta, ha il sapore dell'incognita prolungata. Ma mai come questa volta la ripresa della vita cittadina mi appare un'inutile opposizione al destino. Schivando i pronostici pessimisti di chi a terra ci è rimasto da quando noi l'abbiamo lasciata, mi sono adoperata per dare un senso al ritorno e per cercare di mettere un po' di confortanti righe in nero nel mio estratto conto bancario che è un deserto rosso. I passi sostanzialmente sono 3: 1) Cercare un'opportunità di lavoro 2) Fare un'offerta economica che possa essere accettata dal cliente e lavorare. 3) Ottenere che quell'offerta venga anche saldata previa presentazione fattura.
Quando ti accorgi che il punto 3 fallisce miseramente, capisci anche perché il traguardo 1 e 2 siano stati estremamente semplici da raggiungere.
Perché se c'è una cosa che unisce gli imprenditori italiani è questa: pagare le tasse e pagare i fornitori è roba d'altri tempi, non s'ha da fare. D'altra parte c'è la crisi, c'è un Governo ladro, domani andrà meglio e soprattutto "tanto se non ti pago, tu che puoi fare?"
Da parte tua, la pretesa di essere pagata per il tuo lavoro, rende anche difficile trovare altri clienti. Inizia a girare una pericolosa voce sul tuo conto "…Sì, brava è brava, ma rompe i coglioni sul pagamento…" E son cose che il mercato non perdona. 
Be' in tutto questo 2 buone notizie ci sono: ricordate il mio lamentarmi che nessun editore fosse interessato a me? Qualcuno saggiamente mi disse che forse per vincere il Superenalotto bisognava fare il minimo gesto di giocarlo, chissà magari bastava questo. Una mail inviata al classico indirizzo info@ di una casa editrice nautica ed ecco che il sogno si avvera. "Ci piace il suo lavoro, vorremmo commissionarle un libro, anzi, se ritiene anche due". Forse fra qualche anno riceverò le provvigioni necessarie a pagare la bolletta di questi mesi per il consumo energetico dell'uso del computer, magari mi ci prendo anche un caffè ma… volete mettere che soddisfazione? Tutto da vedere, per ora c'è solo una bellissima pagina bianca e il cursore che lampeggia e aspetta curioso. Comincio a detestarlo, mi sembra Grillo con il suo ghigno aggressivo che guarda Bersani dicendo "Arrenditi, sei circondato".
L'altra buona notizia? È inesorabile, la stagione sta per arrivare. Per noi naviganti di lungo periodo "la stagione" è la pentola d'oro alla fine dell'arcobaleno. Quel momento in cui puoi dimenticare la realtà, rimandare i problemi, guardare il bicchiere mezzo pieno e dire "Quando torno la prossima volta sarà diverso. Finirà questa crisi e tornerà un'epoca di intelligenza". Tanto non sono Fassino e nessuno registrerà quello che dico. E poi sono più brava di lui, resto sul generico. La mia frase consueta è "Domani è un giorno nuovo e il vento soffierà più forte", col senno di poi la si può circostanziare in milioni di modi e, volendo, anche darle un significato di funesto presagio.
A noi non piace molto programmare il nostro viaggio, cerchiamo di abbozzare una rotta di massima, una meta che funga da sirena incantatrice, ci immaginiamo lungo la rotta nell'evolversi della stagione. Ma appena ci accorgiamo di aver approfondito troppo, chiudiamo le carte e tentiamo di dimenticare. La scoperta dell'ignoto vale più del viaggio. Vogliamo stupirci, non trovare conferme.
L'obiettivo di partenza è fissato per maggio: ai primi, metà o fine mese. Non oltre, perché la stagione se ne frega dei nostri indugi, lei parte e se ne va. O prendi il mare con lei o ti troverai sempre a doverla inseguire.
Non siamo stanchi di Egeo, non lo saremo mai, penso. Anche se in questo terzo viaggio esauriremo i luoghi mancanti: verso nord, correndo per risalire veloci prima che il bastardo meltemi entri di ruolo e arrivare in Calcidica prima del primo consiglio dei ministri eolici. Rotta su Istàmbul, probabilmente senza arrivarci, e poi di nuovo a zonzo per l'Egeo toccando le isole che abbiamo saltato.
Quel che non è chiaro e dove torneremo. Per ora ci siamo fermati a Brindisi, pensando di svernare lì, ma sento già P'acá y pallá che si lamenta "Cosa???? Così lontano da voi? non ci penso proprio!". È una barca decisamente bambocciona.
Viziata e bambocciona. Il deserto rosso del conto corrente ci ha portato a tagliare praticamente tutto per noi (senza obiettivamente sentirne il sacrificio) con l'obiettivo di prolungare la riserva di ossigeno costruita in tanti anni di risparmio. Ma a lei non possiamo negare nulla: 2 nuove vele sono attualmente in lavorazione, per correre più veloce, per essere ancora più bella ed elegante nel suo incedere da regina. Sul resto sta a digiuno pure lei. Niente Code Zero (quella bella vela per venti leggeri, tanto i venti leggeri chi li ha mai visti?), niente cambio della cuffia del sail drive, niente incremento di strumentazione. Sei giovane, Paquita, ti puoi permettere un po' di fame…