martedì 10 settembre 2013

Naxos. D'oro e di(vino)

Portara - Il tempio di Apollo. Sullo sfondo l'isola di Paros.
Vengo accusata, sempre più spesso e da più persone, di amare troppo la Grecia, di averne una visione idilliaca, poco oggettiva e esageratamente faziosa. Di vedere solo il bello senza accorgermi del brutto. Di trasferire, attraverso questo blog, un'immagine romanzata e incantata di questo mare e di questa gente. Vero, o almeno probabile. Devo ancora capire come mai, nell'era moderna, tutto ciò sia considerato peccato e come il famoso bicchiere mezzo pieno abbia assunto una connotazione sinistra lasciando il podio al - per me, insopportabile - bicchiere mezzo vuoto. È l'era in cui il pessimismo è segno di intelligenza, l'ottimismo di esagerata ingenuità. La critica è osannata, la soddisfazione condannata; l'infelicità sublimata, la contentezza disprezzata. 
Al lavoro alla chiesa di Stavros Karamotis
La crisi economica e il degrado politico e civile della società sono usati come avallo per un atteggiamento che definirei autolesionista. Io preferisco pensarla (solo su questo) alla maniera di George Bernanos: l'ottimista è un imbecille felice, il pessimista un imbecille infelice. Ma soprattutto alla mia: è molto meglio amare il luogo in cui sei e le persone che incontri che detestarli.
Detto questo, però, oggi sono felice di rendere un piccolo omaggio ai miei detrattori.
Naxos non mi ha entusiasmato. Intendiamoci, è una bellissima isola piena di significato storico e mitologico, ricca di sabbia abbondante del colore dell'oro, così rara nelle isole greche. 
Terra fertile e produttiva, costellata di vigne e oliveti. Popolo di agricoltori più che di pescatori, cosa che penso derivi dalla forma ovaloide di quest'isola, priva di golfi profondi e ripari sicuri. E' un'isola montuosa con la vetta più alta che si chiama Monte di Zeus, il primo tra gli dei. E Naxos, la più grande delle Cicladi. Eppure c'è qualcosa in lei che mi tiene distante. 
A cominciare dal "Marina", una definizione altisonante per un porto che non ha nulla di meglio dei porti demaniali. L'ormeggiatore, unico addetto di questo cosiddetto marina, ti accoglie al molo con sufficienza. L'atteggiamento, notato con noi e successivamente in maniera ancora più grave nei confronti di altri, è ben oltre i limiti dell'indifferenza. 
la Chora di Naxos
Ti fa gettare l'ancora per sicurezza anche se ci sono i corpi morti. Fin qui potrebbe aver ragione, i corpi morti sono corti e per un 45 piedi sono al minimo. Oggi non getterei l'àncora ma allora era meglio fidarsi di quest'uomo.  Lui è al telefono, l'altra mano in tasca. Lui è perennemente al telefono, per due giorni non l'ho mai visto senza il telefono all'orecchio, sembra radiocomandato, è un'unica interminabile telefonata mai interrotta. Prende la cima di ormeggio con una mano sola, ci mette decisamente troppo tempo per passarla nella bitta e ridarti il capo, incurante del vento a 30 nodi che ci impiega molto meno di lui a traversarti. 
La spiaggia dei surfisti Lagoona beach. 
A noi va bene, altri che arrivano dopo di noi, con vento più forte e esperienza minore, si ritrovano a rifare l'ormeggio 3 volte con il serio rischio di far danni alla barca. Lui è imperturbabile, gli lega la cima alla bitta ma non tenta di aiutarli a serrarla. Con la sola mano destra, ovviamente, la sinistra è impegnata col telefono. Meno male che non fuma, altrimenti sarebbe stato peggio. Al terzo tentativo di manovra, mentre l'equipaggio è in preda al panico, comunica loro che non può passare la giornata ad assisterli. Assisterli, strano modo di definire la sua specifica attività. 
Sul parabrezza della sua auto, qualcuno ha scritto con il dito "Nikos, the best Harbour Master in the world". Deve essere stato quello all'altro capo del filo. O un diportista con buon senso dell'umorismo. 
Ci fermiamo un paio di giorni a Naxos, visto che fuori il Meltemi ha improvvisato uno show di fine estate. Prendiamo una macchina e giriamo alla ricerca di inquadrature (Giovanni) e di qualcosa da amare (io).
L'immagine cartolina di Naxos è proprio lì a Hora, su una collinetta a due passi dal porto. È Portara, l'immenso portale (e tutto ciò che rimane) del tempio di Apollo. Doveva essere un grande Tempio e un'opera importante ma qualcosa successe, perché non venne mai terminato e nel corso degli anni la maggior parte dei blocchi di marmo furono rimossi e utilizzati per la costruzione del Kastro veneziano del 13° secolo che oggi è il cuore della città.
L'effetto scenografico è grandioso: questo grande portale alto sul mare che si staglia contro il cielo azzurro. Quando arrivi in barca, lo vedi da lontano. 
Portara in notturna
Al tramonto, come a Capo Sounion, una fila di turisti sale al tempio a immortalare questo spettacolo di storia che incontra la natura e che, grazie a questo, non è mai uguale a se stesso. Ed è di per sé opera d'arte quella fila di omini di tutte le nazionalità, tutti armati di macchina fotografica - oggi immagine sublimata nel paradossale dall'iPad - tutti nella stessa posizione che converge in un unico punto: l'angolo di ripresa migliore.
E il tramonto, vanesio, non delude mai.
Il Kouros di Apollonas
Il Kouros di Apollonas, detto anche Colosso di Dioniso, è una statua di 10 metri d'altezza costruita direttamente nella roccia. E lì lasciata, incompiuta, per gli errori occorsi durante la lavorazione. E' sdraiata sulla schiena, appena accennata. Non si tratta, come di consueto per i kouroi, di un giovine ma di un uomo anziano con barba. Per questo motivo fu ricondotto a Dioniso, dio del vino e dell'estasi. Location, posizione e illuminazione naturale, in effetti, penalizzano decisamente il reperto. 
Costa occidentale di Naxos
Dopo di noi, arriva una famiglia di turisti del Nord Italia, forse veneti (lo so, lo so….. ma non è colpa mia se sono sempre del nord….). Il padre guarda e dice "Tutta questa camminata per vedere praticamente nulla, lo poteva fare Marcolino col Das quella cosa lì" e poi "Be' due foto facciamole, almeno possiamo dire che ci siamo stati". 
Fa riflettere questa affermazione. Mi chiedo se sia dovuta al fatto che debbano dimostrare a qualcuno (un finanziatore dei loro viaggi, un assicuratore, un commissario di polizia o che so) di essere stati in quel luogo oppure se il tipo faccia riferimento alla scarsa memoria familiare che cancella tutto ciò che non è rigorosamente documentato. Bel problema, comunque. Il Kouros mi diventa immediatamente più simpatico.
Il mare ad Apollonas
Ma mi piace decisamente di più il piccolo paesino di Apollonas affacciato sulla costa nord di un giorno di mare arrabbiato. Una fila di case, due taverne e due caffè. E un'ottima torta all'arancia. Il mare in burrasca è bellissimo, visto da terra. E quando sai che la tua barca è ben ormeggiata al sicuro.
C'è qualcosa di sadico in noi che viviamo sul mare. L'apoteosi del mare in burrasca visto da terra è osservare una barca attraversarlo. E' una perversa emozione fatta di curiosità, partecipazione, sofferenza e goduria che ci si vergogna quasi a confessare. Ma sappiamo che invade ciascuno di noi alla stessa maniera. Purtroppo non c'è una barca sul mare. Purtroppo e per fortuna. 
Alla taverna di Yannis a Halki
Il giro di Naxos prosegue con la visita ad Halki, un antico villaggio al centro dell'isola. Descritta dalla guida come un'esperienza imperdibile, la trovo invece abbastanza perdibile. Ma forse sono io, semplicemente con Naxos non è scattata quella scintilla che nasce sempre. Magari è solidarietà nei confronti di Arianna, donna d'amore, intelligenza e coraggio che tutto sacrificò per il vile Teseo e fu poi da lui qui piantata in asso (in Nasso, appunto).
Halki è piacevole, comunque. Ma nulla di più. Pranziamo molto bene nella bella piazzetta centrale alla taverna di Yannis, sotto gli alberi che fanno ombra. Ricorda da lontano una delle piazzette di Folegandros ma l'atmosfera è meno vera, meno speciale.
La Panagìa Drosiani, vicino Moni
Ultima tappa, sulla via del ritorno, la Panagìa Drosiani una delle chiese più antiche e più importanti di tutta la Grecia. A vederla, non si direbbe. Insomma, troppi superlativi a Naxos, sarà che a me piacciono i diminutivi, sarà sempre che nel meno c'è il più ma Naxos non mi entra nel cuore.
Il giorno dopo, mentre aspetto al bar che la bakery sforni il pane fresco, fantastico sul proseguimento della rotta. Non mi succede mai: gli ultimi momenti prima di lasciare un'isola sono dedicati a lei e a quella piccola lancinante fitta che sento nel lasciarli, stavolta invece guardo avanti. Iraklia, Ios, Sikinos, Folégandros, Milos. Tutte isole già viste, tutta una strada di certezze da andare a ritrovare.
Ma torno in barca e Naxos mi fa l'ultimo dispetto. 
Giovanni sentenzia "Si cambia rotta. Abbiamo bisogno di Manolis…."
Abbiamo-bisogno-di-Manolis: 4 parole che seminano il terrore in me e Paquita…..

domenica 8 settembre 2013

Donoussa. Convocati dall'isola del Diavolo.

Dal faro, la costa nord di Donoussa
Più vado per mare, più lo capisco: nulla è casuale.
Pensiamo sempre che sia il vento a guidare la nostra rotta e in parte è vero. Ma chi è che dà le istruzioni al vento? Per carità, il Meltemi è capace di fare tutto da solo, di sua iniziativa e per il solo gusto di sorprenderti, a volte, o di gratificarti, altre volte. Ma lui lo fa sulle brevi distanze, è dispettoso ma non strategico. Non ha una visione di insieme, si limita a esternare il suo umore nell'arco della giornata. Poi, il giorno seguente si dimentica quel che ha detto il giorno prima. No, c'è qualcos'altro che ci guida, il Meltemi - come noi forse - è  solo una pedina di questo mondo di acqua e terra. E di dei.
L'isolotto di Skoulonisi a Kalotaritissa. Sullo sfondo, Amorgòs
La strada era segnata. Da Leros via Levitha ad Amorgòs, poi Ios, Folegandros, Milos. La stessa rotta che ho consigliato a Luciano, già sperimentata come la via più confortevole per traversare l'Egeo da Est a Ovest con meta a sud del Peloponneso.
Partiamo da Archangelos, a nord di Leros, con un bel vento teso, sui 22 nodi  da NordEst (una nota: la velocità del vento che cito è sempre quella reale, constato che molti, invece, si basano di più sul vento apparente).
Donoussa, la costa Nord Est
Ci teniamo alti sulla rotta per prevenire la rotazione del vento e aver spazio per poggiare poi. Decidiamo subito di saltare Levitha e Kinaros e prevedere l'atterraggio direttamente ad Amorgòs su Nikouria, nel golfo protetto dall'omonima isola, 5 miglia a Est del porto di Katàpola. Il mare tra Kinaros ed Amorgòs è infatti il più scomodo e disordinato che abbia mai incontrato in Egeo.  In quel tratto di mare si formano facilmente grandi onde che sembrano venire da tutte le parti. Se il vento è forte, è una bella cavalcata; se molla è molto peggio. 
Ma invece di intensificare e ruotare verso ovest, il vento cala e resta di NordEst, la rotta su Nikouria diventa una sgradevole poppa piena, con il mare mosso della recente burrasca. 
P'acá y p'allá a Donoussa, baia di Kalotaritissa
"E se invece….?"
I nostri viaggi sono costellati di "E se invece…?". Sono il nostro modo di fingere che per mare siamo noi a decidere. 
È un gioco, non ci pensiamo nemmeno a competere, ci diverte solo intavolare questa diatriba con il Meltemi. Lui ride e dice "Volevate prevedere il mio comportamento, eh? sciocchi figli dei modelli matematici di previsione meteo……". E noi "Assolutamente no, sei tu che hai sbagliato a intuire la nostra destinazione". La discussione va avanti per un po' e la mia strafottenza è, di solito, direttamente proporzionale alla distanza dall'ancoraggio. Quindi, in questo caso, gli faccio un bel sorriso conciliante e mi fermo lì. 
Il faro sulla punta NordEst
Il bordo buono è, guarda caso, su Donoussa. Lo dicevo io, c'è dell'altro. Lo sapevo. 
Quando lasciammo Donoussa in pieno agosto, mi sentivo in colpa. Sentivo l'isola dietro le mie spalle che mi chiamava "Dove vai? non si fa così. Non si arriva, ci si siede a tavola e poi si va via senza neanche aver fatto un po' di conversazione". È lei, È Donoussa, ci chiama a sé. 
Guardo a sud e chiedo scusa ad Amorgòs, il magnete stavolta non è stato abbastanza potente. 
Il vento cala quasi del tutto, a 5 miglia dall'isola di Donoussa intensifica un poco ma sottovoce. 
È come quel sordo silenzio che invadeva il corridoio della scuola quando venivo mandata dal Preside. 
"Oggi ti spiego i danni che fa il pregiudizio" mi dice Donoussa mentre metto piede nella baia di Kalotaritissa  a NordEst dell'isola. "È vero, sono uno scoglio in mezzo al mare. Peggio, in mezzo a questo mare. Non so perché ma mi hanno messo qui, proprio al centro di quel canale vuoto tra le Cicladi e il Dodecaneso. A Nord, nella direzione da cui viene questo benedetto vento, c'è solo mare fino a Limnos e di mare ce n'è tanto, lo puoi vedere da sola. E questo è un fatto. Poi, è vero, il Meltemi si diverte qui intorno a fare un po' di centrifuga, va capito il ragazzo. 
sulla via per il faro a Donoussa
È come quando tu da bambina giocavi a scivolare giù dal corrimano della scala, poi arrivavi alla fine e facevi un bel botto per terra. Colpa della gravità, dell'abbrivo, della forza d'inerzia. È più o meno la stessa cosa: lui arriva qui senza trovare ostacoli e quando mi incontra, visto che è stato educato bene, punta i piedi per fare un po' d'attrito e fermarsi a salutare. Sono un posto difficile, ma non impossibile. E invece, tutti voi navigatori di lungo periodo mi lasciate ora a dritta, ora a sinistra e non mi includete mai nelle vostre rotte." 
Porca miseria, Donoussa si è arrabbiata. "Ma non è vero" le dico "Ho incontrato molti su barche charter che avevano proprio te come meta…" 
P'acá y p'allá all'ancora a Makàres
"E questa è l'onta più grave" a questo punto, alza di un tono la voce "L'isola-del-diavolo, mi chiamate, e così non sono più una meta ma un record per gli sconsiderati, quelli che vanno, vengono, ti trattano come una boa, fanno rumore e se ne vanno senza neanche salutare. Non sono io, non è la mia anima, questa, sono solo vittima di un pregiudizio. Adesso cala quell'àncora e riflettici su".
Ha ragione. Persino il Meltemi ha capito che non è il caso di ostacolarla in questa sua rivendicazione di isola da scoprire. Si acquieta a brezza lieve e resta a guardare. 
Scendiamo a terra, a rendere tardivo omaggio a questa terra orgogliosa che offrì riparo ad Arianna e in cui Enea scelse di passare. 
Il gallo di Donoussa
Un viottolo poco segnato, di roccia e macchia bassa, gira il promontorio e conduce fino al faro. A metà del cammino, vediamo arrivare un'altra barca. Chi fa le foto continua a camminare, chi raccoglie i sassi torna indietro a vigilare sull'ancoraggio dei nuovi arrivati. È un bellissimo vecchio swan  48 battente bandiera australiana. Dall'alto li vedo entrare, ammainare le vele e procedere a velocità ridotta. Sento che Donoussa sta facendo una predica anche a loro. Ma avrà poco effetto. Si capisce che non si fermeranno molto. Non ti lamentare Donoussa, hai due gran belle barche stasera!
L'isolotto di Paraskevi visto da Makàres. Sullo sfondo
A terra c'è un piccolo caseggiato, una chiesa, due barche da pesca e una taverna con quel che c'è. A giudicare dalle facce dei 4 italiani, unici ospiti seduti a tavola, quel che c'è deve essere buono. Mangiano presto, sono le 6, d'altra parte l'ultimo autobus è alle 6,30 e non c'è altro modo di arrivare a Stavros il porticciolo (e unico centro) dall'altra parte dell'isola.
Risaliamo un po' la stradina dell'abitato e incontriamo un gallo, un paio di chiocce e una dozzina di pulcini. Un mulo e due caproni completano l'insieme. 
C'è quiete e quell'effetto strano di tempo che scorre lento. Donoussa mi osserva severa, le prometto che torneremo ancora.
L'ancoraggio di Makàres
Per non correre il rischio di altri incidenti diplomatici, il giorno dopo facciamo tappa alle isole di Makàres,  esattamente a metà strada tra Naxos e Donoussa. Makàres, Paraskevi e Strongili, inserite nel progetto ecologico di Natura 2000 come luogo di sosta degli uccelli migratori . 

Guide e portolani le ignorano. Sono tre schegge di roccia bianca che incontra l'acqua di mare, nient'altro. Less is more, dicono gli inglesi, nel meno c'è il più. Sono il regalo di Donoussa per noi questi 3 scogli con un ancoraggio perfetto. Ha legato il vento dentro una sacca e ci ha permesso di passare una giornata qui, dove di solito non è che onde e spruzzi, raffiche e fischi sinistri. Un gran bel regalo e ci sentiamo anche noi un po' makàres (οι μακάριος = i beati).

giovedì 5 settembre 2013

Leros. L'isola a cui chiedere perdono.

I mulini di Pandeli
La dolce Leros. Sempre trascurata nei nostri viaggi. Punto di sosta veloce nella risalita del Dodecaneso, nulla di più. 
Antonio son 3 anni che ci aspetta e quest'anno andiamo soprattutto per incontrare lui. E per vedere il marina di Lakki che sembra essere la soluzione migliore  in termini qualità/prezzo per chi tiene la barca in Egeo, o almeno da questa parte dell'Egeo.
Ma prima di tutto, Leros è Arcanghelos. La tranquilla e protetta baia di Arcanghelos quest'anno diventa una sorta di "Via" del Monopoli per noi. Qui ci siamo fermati due giorni prima di andare a Lipsi, qui torniamo prima di andare a Lakki e qui faremo di nuovo sosta dopo Lakki e prima di mettere la prua verso Ovest. Quel momento in cui la rotta piega inesorabilmente verso il ritorno, davanti a noi, seppure parecchio lontana, la strada del ritorno a casa. Questo è uno dei tanti porti naturali greci, una sorta di mare interno tra Leros e la vicinissima isola di Archangelos. Un dedalo di acqua e terra, qualche fish farm, un cantiere per il rimessaggio delle barche e l'isola con la grande baia di acqua turchese dove noi quasi piantiamo radici.
Archangelos in notturna
Siamo felici di vedere che ha aperto la taverna. Negli ultimi 2 anni, abbiamo assistito alla sua costruzione, abbiamo visto i proprietari portare su pietra su pietra per costruire l'edificio, li abbiamo visti preparare i campi intorno, mettere calce tra pietra e pietra. Dall'alba al tramonto senza sosta. E poi andar giù al moletto e passare la notte sulla loro piccola barca in attesa di un nuovo giorno e di nuove pietre per costruire il loro sogno. 2 anni fa, non c'era quasi nulla, lo scorso anno era quasi finita, ora è attiva. Finalmente il sogno si è realizzato. Si vede che cercano di essere indipendenti dalla terraferma. Loro, unica presenza umana su quest'isoletta di qualche km2, stanno coltivando un orto tutto intorno alla taverna per poter avere tutto lì, a portata di mano, incredibilmente fresco. Per il pesce, che dire, è il loro mestiere. Si esce con la barca e si pesca.
La taverna di Archangelos e la barca d'appoggio
Il loro target siamo noi: le poche barche in rada per una notte. Il 50% diventa cliente. La prima sera in cui ci fermiamo lì, si contano 8 barche e ritroviamo i compagni di baia alla taverna insieme a noi. L'ultima sera, la stagione sembra già finita, ci siamo solo noi, fa fresco per prendere il tender e scendere a terra. La taverna ha solo una lucina accesa, come un gentile richiamo. Sappiamo che se decideremo di andare, troveremo l'accoglienza calorosa e entusiasta di chi ha appena cominciato un'attività e vuol fare del suo meglio.
Restiamo in barca ma quella lucina accesa e i pochi movimenti sulla terrazza ci tengono compagnia.
Il cantiere di Evros Marina a Lakki
Il marina di Lakki, nel grande golfo chiuso a Ovest dell'isola, è quello dove per anni hanno tenuto la barca i nostri amici Aldo e Gioia ed è effettivamente un ottima location per la sosta invernale. Un bel marina, con tutti i servizi, persone gentili, uno shipchandler ben fornito. A pochi passi da lì la cittadina di Lakki dal sapore esageratamente italiano di quel periodo che a nessuno fa piacere ricordare, nemmeno a quelli come noi che non erano neanche nati. Lakki, con il nome poco fantasioso di Portolago, fu infatti fondata dagli italiani di Mussolini nel periodo dell'occupazione e la baia trasformata in una  base navale. I grandi edifici, allineati lungo gli ampi viali del lungomare, sono stati per lungo tempo adibiti ad ospedali psichiatrici e questo conferisce al luogo un aspetto lievemente sinistro. Lakki è oggi diversa da tutto ciò cui siamo abituati, è un punto di passaggio, non di sosta. I turisti che scelgono quest'isola arrivano qui con il traghetto e poi raggiungono le più caratteristiche località di Pandeli o Agia Marina sulla costa est.
Travel lift a Evros Marina
A Lakki ci incontriamo finalmente con Antonio che sta tirando in secca la sua bellissima "Lunatica". Antonio da tanti anni vive qui per 10 mesi l'anno. Ha una casa sulla strada per il Castello con una terrazza incorniciata da belle pulene. Ci invita a pranzo e con lui ci sono Luigi, Nicla e Gianni. Mi accorgo che è la prima volta che entro in una casa da quando sono partita. Ed è il modo migliore di essere accolti. Senza preparazione, si mangia quel che è in frigo. Mentre preparo con Nicla un'insalata e una macedonia penso a quanto sia vero che non serve essere a casa propria per sentirsi a casa. Penso che se hai amici, la casa è ovunque. 
Sulla strada per il museo della guerra.
Un giorno bello, pieno di sole, della tranquillità dello stare seduti insieme a persone conosciute in quel momento che è come conoscere da anni. Parlare di mare, di vela con chi sul mare e a vela ci va da quasi 50 anni. Conversare con chi la nostra scelta l'ha fatta da molto più tempo di noi è un po' come guardare avanti e sapere che è quella giusta. Viene voglia magari di fermarsi, un giorno. Trovare un'isola e farne la propria casa. Non sarà facile sceglierla, per niente, ma so che a un certo punto il mare ti accompagna naturalmente in quella giusta. Comunque è ancora presto , abbiamo ancora troppo da vedere anche se siamo stati quasi in ogni angolo di questo Egeo.
Dal Castello Bizantino di Leros
Approfittiamo della sosta a Leros per girarla un po' da terra in motorino. Andiamo a Pandeli, dove ci fermammo all'àncora negli anni scorsi, a Agia Marina e poi su al Castello, in teoria chiuso ma con il cancello aperto. E' un castello bizantino dell'XI secolo posizionato in maniera strategica a 200 metri sul livello del mare. La vista su dai bastioni è spettacolare. Poco più in basso una fila ordinata di mulini a vento  oggi ristrutturati a abitazione. Facile immaginare sia uno di questi il luogo dove un giorno venire a vivere.
Vasca di alaggio a Partheni (Agmar Marina)
Andiamo a Partheni sul lato nord dell'isola, proprio davanti a Archangelos, per vedere da vicino il cantiere per la sosta a terra di Agmar, la soluzione più conveniente dell'Egeo che prevede incluso nel costo di stazionamento due alaggi e due vari all'anno. Non ci convince però, l'entrata nella vasca d'alaggio con il vento dominante è decisamente pericolosa, tanto che hanno messo una boa per il tonneggio che dovrebbe migliorare le cose. No, dovessimo lasciare la barca qui un giorno, preferiremmo il Marina in cui siamo a Lakki, senza dubbio. Ma che ci pensiamo a fare, tanto Paquita qui da sola, chi ce la lascia? 
La chiesetta di Ag. Isidhoros nella baia di Gournes
Ci fermiamo un paio d'ore a Ag. Isidoro sulla costa est per aspettare la foto perfetta che - come sempre e, forse, per fortuna - non arriva mai. Una chiesetta in mezzo al mare cui si arriva attraverso un lungo moletto a pelo d'acqua, il sole al tramonto e una vecchina che cambia l'incenso e rigoverna il luogo sacro. Giovanni aspetta con pazienza che finisca le sue mansioni per riprenderla sulla via di ritorno del moletto con la chiesa alle spalle nei colori dorati del tramonto. Ma la vecchina, che entra e esce dalla porta più volte, evidentemente ha deciso di svernare lì, il sole cala, lei resta in chiesa.

War Museum Tunnel (Polemiko Mouseio) a Lakki
A Lakki andiamo a visitare il museo della guerra. Mi fa una tale impressione che acquisto il dvd del filmato sulla sanguinaria battaglia di Leros del 1943. Il documentario ha un script eccezionale ed è commovente sentirlo in greco, capirlo dai sottotitoli in inglese, tradurlo in simultanea per Giovanni nel silenzio di questo tunnel museo. Sembra di essere lì, in quegli anni, a respirare, insieme a questo popolo oppresso per secoli, il terrore e la devastazione che gli Europei furono in grado di portare. È un museo inquietante e allo stesso tempo affascinante. Il ragazzo della biglietteria ci segue e ci indica tutti i reperti che appartengono alle truppe italiane. Lo fa con gioia, come se ci stesse facendo vedere le fotografie di Francesco Totti in azione sui campi da calcio greci. Io cerco di sviare l'attenzione sui reperti inglesi e tedeschi, voglio dimenticare che c'eravamo anche noi.
La guerra. Mai più, senza se e senza ma. Lo si dice da tanto ma le guerre continuano. Sono questi, i musei dove vanno portati i bambini, non quelli di Scienza e Tecnologia. Quelle sono cose che vedranno, queste quelle che vorremmo nessuno vedesse più. E per non vederle più, bisogna sempre ricordarle.

lunedì 2 settembre 2013

Lipsi. Home sweet home.

La spiaggia di Ksirokambos con la chiesetta di Ag. Nicholaos
Lo confesso: il bisogno di risalire un pezzetto di Dodecaneso, per guadagnare gradi nel traversare l'Egeo, era una scusa bella e buona. L'isola di Lipsi non è solo Grecia per noi, non è solo un'isola di questo fantastico mare, è semplicemente, in qualche modo, casa. 
D'altra parte, ci sentiamo, in questo, supportati dal fatto che anche Ulisse, viaggiatore per antonomasia, fece una discreta fatica a lasciare quest'isola. Ebbene sì, Lipsi, si narra fosse l'isola della famosa Calipso e alcuni maligni sostengono che l'eroe, più che dalle grazie della ninfa, fosse attratto dalla bellezza dell'isola.
Kayab (a sin.) e P'acá y p'allá a Hoklakoura, oggi
La scusa per farci un salto, stavolta, è stata una previsione di venti forti per una settimana. Se traversare non si può, tanto vale sfruttare questo triangolo di mare in cui ogni 3 miglia hai un riparo. Rimandiamo di qualche giorno la nostra sosta al marina di Leros e proseguiamo diretti a Hoklakoura. 
Ecco, Hoklakoura, la rada meno frequentata di Lipsi poco più a est della più protetta e antropizzata Katsatia, è il posto dove io potrei mettere dei pali di legno fissati sul fondo e stabilire P'acá y p'allá se avessi voglia di smettere di navigare. 
Hoklakoura. Com'era nel 1985.
Ho sempre negli occhi la foto che Giovanni fece 28 anni fa, durante il nostro primo viaggio. Tempi da Kodachrome....
Allora c'era solo un campo arido, un cavallo, un muretto in pietra e una spiaggia di ciottoli bianchi e acqua turchese. Oggi, in aggiunta, c'è una fila di giovani tamerici e una mezza dozzina di case, 3 delle quali costruite con ottimo gusto architettonico. Le abbiamo viste nascere e crescere queste case in questi anni. La più bella è quella al centro della baia, bassa sul mare. Anche lei è cresciuta, al piccolo corpo originario è stato aggiunto un altro edificio, con gusto e rispetto dell'ambiente. Bellissima la terrazza con le colonne così simili alle pulene eoliane, un elemento abitativo che troviamo solo qui e a Leros, probabilmente importato dagli italiani. 
La mia casa preferita a Hoklakoura
(con vista su P'acá y p'allá)
In rada troviamo Kayab, un 9 metri a vela che credo sia qui in pianta stabile, lo incontrammo già lo scorso anno e quello precedente. Il proprietario si dà molto da fare con il tender, sbarcando e imbarcando materiale. Credo abiti una di queste case e tenga la barca in rada durante la stagione. Insomma, mi ha anticipato. Altra novità di Hoklakoura è che a due passi dalla spiaggia, c'è una fattoria che vende olio, vino, formaggi di capra e quel che c'è nell'orto. Sono tutti nelle vigne a lavorare, ci spiega una ragazza ungherese che sta facendo un campo lavoro presso la fattoria. C'è un piatto pieno di fichi e ce li prendiamo tutti, andiamo nell'orto insieme a raccogliere i pomodori e anche qui facciamo incetta. E' finita la stagione e anche l'orto sta soffrendo. 2 euro di ottima cambusa dal sapore vero e per i fichi più dolci che abbia mai mangiato.
La spiaggia di Ksirokambos e le isolette di Kouloura
Ma ho un altro motivo per essere qui: diversi amici, naviganti in questa zona, hanno trovato Lipsi poco entusiasmante, fredda, senz'anima. Devo comprendere come possa quest'isola e la sua gente lasciare indifferenti visto che a me è entrata nel cuore. 
Può essere cambiato qualcosa in un anno? Con circospezione mi avvicino al Paese. Lascio Paquita al sicuro e Giovanni a pescare e mi incammino a piedi da Hoklakoura. 
Già solo camminare per queste colline silenziose mi rassicura. È sempre lei, sempre Lipsi, più bella dell'altr'anno perché la vedo 10 giorni più tardi. E a Lipsi bastano 10 giorni per ossigenarsi di nuovo. 
La Chora di Lipsi qualche scalino sopra il porto.
Sulla sottile striscia di cemento che porta in Paese, incontro un mulo, qualche capra, una signora vestita di nero e due coppie di turisti italiani. Lipsi parla italiano, furono gli italiani a scoprirla 30 anni fa, molti acquistarono casa e alcuni si sono ritirati a vivere qui. Erano italiani che amavano la quiete, il remoto, lo spartano e la pesca. Più settentrionali che meridionali, ma alternativi a loro modo. 
Sono più o meno dello stesso genere, quelli che incontro oggi. Gli italiani non hanno rovinato Lipsi, non hanno cercato di addomesticarla. Arrivano qui e sembra che vogliano semplicemente somigliare a quest'isola che, si vede, ha un carattere decisamente più forte dell'impatto turistico. 
Ora ,si dice, è stata scoperta dai francesi che vorrebbero reclamare a sé questa conquista. Ma non c'è storia, Lipsi parla italiano. Dopo il greco, ovviamente.
L'ampia e protetta baia di Papandria con l'isoletta di Lera
Lipsi è un'isola da percorrere a piedi. Conosco tutte le strade e gli scenari spettacolari che ad ogni curva ti aprono gli occhi e il cuore. E' l'isola che consigliamo sempre a chi fa vacanze da terra, quella in cui l'handicap di non avere una barca pesa decisamente poco o addirittura non pesa affatto. Tante spiagge, acqua turchese, paesaggi per lo più incontaminati su cui si perdono le case vacanza che son state costruite. A segnare il cammino come pietre miliari, come dovunque in Grecia, centinaia di piccole chiesette bianche con la cupola azzurra. 
Arrivo al porticciolo nell'ora migliore, quella della siesta. 4 barche al pontile e una decina di posti liberi. Mi avvicino e scorgo l'ormeggiatore, mi viene da sorridere pensando alla definizione di Luciano "l'orso bruno". E' vero, la fisionomia è quella. Supero quella che si vede essere una semplice scorza esteriore e gli sorrido. Lui mi saluta, gli sembra che ci siamo già visti. Sì infatti, veniamo sempre. E l'orso bruno sorride anche lui e diventa un panda. Poi torna orso bruno quando strilla a un diportista che no, non può lasciare l'immondizia lì sul molo, c'è una regola, è scritta: l'immondizia si raccoglie alle 9 di mattina e deve essere differenziata. Allora capisco. Lipsi cerca di conservarsi, non è aggressiva, si difende. 
Ouzerie al porto di  Lipsi
Mi fermo al bar Calypso per un caffè e ripenso a Ulisse. Forse è lui che vuol rallentare la corsa di Lipsi alla popolarità. Fa indossare all'isola la faccia da orso bruno e si tiene Calypso tutta per sé. Seduta qui,  ricordo la faccia buona di Nikita che ci aveva ospitati nella sua pensione 28 anni fa. Una faccia burbera ma buona, a suo modo anche Nikita, che oggi dubito sia vivo, era un panda vestito da orso bruno.
Passeggio per le viuzze tranquille e, rassicurata, torno a Hoklakoura. "Possiamo anche andare in porto domani, qui è sempre lo stesso" dico a Giovanni. Ma non subito. Domani, o anche dopo. Essere qui a Hoklakoura mi rallenta, come essere arrivata e non aver più bisogno di andare. 
Pescatore a Hoklakoura
Le tamerici sulla spiaggia fanno una piccola ombra poco generosa sulle teste di 6 bagnanti. Prima del tramonto vanno via uno ad uno, silenziosi, sono di casa anche loro, si vede. Viaggiano leggeri, alcuni con solo un libro e un telo su cui sedersi. Ecco, sembra che a Lipsi nessuno abbia fretta, i pochi che ci sono sembrano viverci, un po' come Kayab e un po' come facciamo anche noi.
Lipsi ha 35 km di costa frastagliata quasi interamente visitabile da terra. Spiagge belle, acqua fredda ma limpida, sassi bianchi e sabbia dorata. 
La costa meridionale di Lipsi con le isolette di Makronissi
Ma la parte più bella è per chi è in barca e solo quando il meteo lo permette: sono le 30 e più isolette rocciose che la circondano.  Tra queste, le più belle sono Aspronissi a Est e Makronissi a sud. In quest'ultima, di mattina presto, disturbiamo la nuotata di due foche monache, mai viste da così vicino, mai viste in coppia, né nuotare uscendo così tanto fuori dall'acqua. Involontariamente le spaventiamo e prendono il largo, sentendoci in colpa ce ne andiamo anche noi. 
Barche da pesca nella vecchia darsena
Al molo sottovento si sta bene, anche quando è rafficato come oggi. Accanto a noi 4 francesi che hanno preso in affitto una barca a Kos e hanno avuto un danno dopo l'altro. La solita randa rollata che è andata in pezzi, vorrebbero montare quella che la società di charter gli ha fatto avere in sostituzione. Ma con 30 nodi in poppa gli suggeriamo di evitare la manovra in porto, meglio farlo una volta usciti, col vento in prua e magari quando cala un po'. "Quando cala?" chiedono. Sadicamente gli dico "Venerdì arriva un periodo di calma". Sadicamente. Venerdì è tra quattro giorni e so che il sabato riconsegnano. 
Nel tardo pomeriggio, vediamo avvicinarsi un bellissimo Swan 651 dal nome un po' altisonante. Batte bandiera inglese ma a bordo parlano italiano, se quell'accento lombardo è ancora da considerarsi italiano e non padano.
L'ingiusto confronto tra lo Swan 651 e P'acá y p'allá (signora dentro)
Troppo grande per entrare al molo sottovento, lo Swan manovra per ormeggiarsi sopravvento. Sia io che Giovanni corriamo a prendere le cime ma veniamo snobbati da un equipaggio poco competente ma molto sicuro di sé che rifiuta aiuto senza dirlo, né ringraziare. La cima sopravvento viene fissata in ritardo, la barca si traversa un po', io e Giovanni ci scambiamo uno sguardo soddisfatto e torniamo a bordo della nostra più socievole Paquita. Finite le manovre, i 6 occupanti dello Swan decidono di allietare la serata dell'intera isola, del Dodecaneso e probabilmente di gran parte dell'Egeo centrosettentrionale, trasformando la splendida barca in discoteca sul porto. 
Lipsi in notturna
Dai loro altoparlanti una orribile musica da discoteca (mi perdonerete se non so essere più specifica) si mescola con rantoli e incomprensibili risate del suo equipaggio. La scena è da film dell'orrore. Gli umani, ammesso si tratti di umani, sono seduti in pozzetto ma ballano. Ovvero, muovono le braccia a ritmo (ritmo?) di quella cacofonica orgia di rumori che esce dal loro stereo. Nei loro bicchieri qualcosa di pacchianamente colorato deve avere un effetto esilarante. Ridono, muovono le braccia, fanno strani versi e ridono di nuovo. Il chiasso è assordante. I francesi accanto a noi hanno il nostro stesso sguardo orripilato. Entrambi ci convinciamo ad andare a cenare fuori. Ma per allontanarsi da questo frastuono bisognerebbe almeno arrivare a Patmos.
Al molo del traghetto.
Durante la cena progetto la vendetta in caso l'evento Swan non abbia termine per il mio ritorno al molo. Le idee non erano malvagie, le tengo per me per non essere tacciata di crudeltà, visto che i padani hanno spento tutto e abbandonato la nave. Per star più tranquillo, il comandante ha fissato uno spring sopravvento, ottima iniziativa che permette di assicurare la barca tirando una cima da prua a una bitta più in là del proprio ormeggio. Una bitta più in là. Oppure 2. Magari anche 3 se la situazione lo consente e se si resta a bordo a controllare che questa cima non intralci l'ormeggio di un nuovo arrivato. Invece, il comandante dello Swan decide di posizionare la sua traversa all'ultima bitta del molo, un centinaio di metri più in là. Vale a dire: "questo molo è mio e me lo prendo tutto"
La costa orientale di Lipsi
La cima a pelo d'acqua, in diagonale, non viene neanche segnalata in alcun modo, se di notte qualcuno tenta l'ormeggio rischia di far danni seri. Il comandante dello Swan, ovviamente, è a cena fuori. Con il suo branco di gorilla.
Mi sembra di sentire lo Swan piangere. "Non sono nata per questo modo di fare. Sono una signora dei mari, io". E ha ragione, il bellissimo cigno ferito. Ma anche la barca, come l'abito,  non fa il monaco. Prego il Meltemi di regalare ai signori ormeggiati sopravvento una bella notte di risacca. Esclusivamente per loro, come loro stessi hanno voluto.
Mi sveglio e scopro che il Meltemi, a questo punto della nostra amicizia, non ha voluto deludermi. O è stato Ulisse?