domenica 20 luglio 2014

Kasos, l'ultima frontiera dell'antiturismo.

Non so se Kasos non ha bisogno del turismo perché ne ha sempre fatto a meno o se ha sempre fatto a meno del turismo perché non ne ha bisogno. 
Fatto sta che qui, più di qualunque altro punto dell'Egeo toccato, più ancora dell'avamporto libico di Gavdos o della remota Psara o della dimenticata Ay Stratis, si respira un'aria totalmente immune da questa leva economica.
Per raggiungere Kasos, rimettiamo prua a Est in un falso ritorno a casa. 
La breve traversata da Karpathos è completamente diversa da quella che facemmo in senso inverso 3 anni fa, nel nostro primo viaggio, quando eravamo solo di passaggio nella rotta da Creta a Rodi. Allora fummo ingenuamente sorpresi dalla violenza del catabatico sottovento a Kasos che con 50 nodi ci impedì qualsiasi possibilità di avvicinamento alla costa e di disarmo delle vele. 
L'alba su Karpathos da Ormos Skaloma
Spintonati con i fazzoletti di vele che avevamo, scorremmo questa costa in uno stato d'animo che vagava dal terrore puro (il mio) allo stupore entusiasta (quello di Giovanni). Ricordo che, mentre compilavo mentalmente l'annuncio per la vendita della barca e avevo strane visioni di camosci sulle vette montane e illusioni olfattive della lasagna della mamma a Natale, Giovanni strillava per superare la furia del vento "Però guarda, è stupendo!"
Io ero confinata in quel "però" e non registrai che fulgide istantanee di un blu cobalto mischiato al rosso della roccia e al bianco, tanto bianco della spuma del mare.
Verso Kasos.
Ora invece, siamo molto meno ingenui e decisamente più fortunati. Karpathos ci ha abituato - e ci riabituerà al ritorno da Kasos - alla sua fabbrica del vento, le raffiche vissute ieri sono solo frutto della montagna, segno che  non è Meltemi ma un vento tutto suo. Lo dimostra anche il fatto che la notte che passiamo sulla punta sud, zona dove tre anni fa l'effetto venturi aveva preso il testimone dal catabatico senza lasciarci il tempo di respirare,  sia tranquilla. Ci affacciamo timidamente,  guardiamo a Est e richiudiamo lo stopper della drizza. Una traversata a motore con vento nullo e ondina formata, perché il mare ha i suoi tempi e, soprattutto in assenza di vento, vive di forza di inerzia. Sottocosta a Kasos, l'onda cala, il vento è troppo debole per superare la montagna e aggira l'ostacolo prendendo una dominante Ovest. È il momento migliore per fare il periplo dell'isola, il porticciolo a nord può attendere. 
Ormos Skaloma a Est di Ak Troutsoulas
Ci immergiamo per un paio di giorni in una solitudine incomparabile. Qui, come e più di Karpathos, le barche non arrivano. La nomea infernale di questa coppia di isole, anello di congiunzione tra Creta e il medio oriente, dove la terra energica combatte con un vento che arriva rafforzato dal mare aperto, tiene lontano i naviganti che hanno i giorni contati. Gli altri, quelli come noi che navigano a lungo, scelgono periodi più adatti e più consigliati dai portolani per venire qui. Possono farlo perché la loro barca li aspetta in Egeo, possono metterla come prima tappa primaverile o come ultima tappa autunnale. 
Lo scoglio di Vouno, sulla costa sud
Per noi non c'è scampo: un migliaio di miglia almeno scorrono sotto la nostra chiglia prima di poter arrivare qui. E con le miglia, le settimane e i mesi. Allo stesso tempo però, il tempo che abbiamo a disposizione ci permette di restare qui, magari a vele ammainate, in attesa anche lunga delle condizioni ideali per affrontare questo mare. 
C'è chi dice che il vero marinaio è quello che sta in mezzo al mare, con tante miglia di nulla avanti e dietro e nessuna terra all'orizzonte. La vera patente di marinaio, dicono, sia la traversata oceanica. Sarà. Il nostro essere marinai ha invece bisogno delle terre emerse. Il mare è solo il nostro migliore alleato per andarle a trovare. Il mare completa la terra che completa il mare. 
Le scogliere verticali a Ormos Skaloma
La roccia di quest'isola è da togliere il fiato: la costa sud di Kasos è ripide scogliere che si tuffano in mare con ampie e continue franate che aprono piccoli anfratti di sabbia e roccia. Restiamo affascinati dalla conformazione di questa roccia, in alcuni punti stratificata con disegni orizzontali, in altri verticale sul mare come lamiera di ferro. A terra il nulla più assoluto, solo una cicatrice di strada sterrata che compare per piccoli tratti. Nel punto più bello fissiamo la nostra "casa vacanze", chiamiamo così' quei posti dove torniamo più volte nello stesso viaggio.
Veduta dal monastero di Ay Mamas
Si chiama Ormos Skaloma, un lungo tratto di costa esposta, protetta a ovest dal piccolo promontorio di Ak. Troutsoulas. I 200 metri d'acqua verso la riva hanno un fondale di massi, frutto della montagna franato a mare. Più a largo tanta abbondante sabbia su 10 metri di profondità. Un ancoraggio perfetto, sicuro anche se il Meltemi si alza e se le raffiche scendono giù dalla montagna come arpie furiose. Il sole tramonta presto dietro il monte Kapsalos (583 metri) proprio in verticale sopra di noi. Oltre a noi non c'è nulla di vivo. Solo i falchetti che a sera riempiono l'aria di suoni ancestrali. La luna piena si specchia sul monte verticale e lo illumina a giorno. Sono quelle occasioni di vita che rasentano la perfezione e ti interroghi su cosa ti abbia portato a cercarle e a trovarle. Il vento di notte rinforza un poco ma arriva soprattutto sotto forma di suono, la montagna lo ingloba, lo ferma, vince. E vincendo ci protegge.
Costa sud di Kasos
Il mare qui è pieno di vita, faccio un incontro molto ravvicinato con una murena a pochi metri dalla riva, in quella striscia di acqua in cui io di solito mi sento al sicuro dal mio squalo assassino che vive con me - nella mia fantasia, forse, ma non è detto - da quando ero piccina. Rientro in acqua con la maschera e me la trovo lì, con la bocca aperta e lo sguardo cattivo, a pochi centimetri dal mio braccio, pronta ad azzannarlo nella sua morsa mortale. In realtà non punta me ma un pesciolino e, come mi dice Giovanni dopo i pochi secondi in cui percorro una distanza di 4 vasche, la bocca la tengono sempre aperta, serve loro a respirare. Non è cattiva, dice, l'hanno disegnata così. 
I suoi incontri con la vita del mare danno frutti migliori e capovolgono i ruoli: per cena mettiamo in teglia un cefalo e un sarago. 
Ag. Georghios sulla costa nord
Molto al largo, vediamo passare una nave, forse diretta a Creta, forse proveniente da Suez. Toh, il mare è navigabile. Son giorni che non vediamo nulla a parte noi stessi galleggiare.
Ma siamo anche un po' distratti e dimentichi di essere in un luogo dove l'instabilità del vento è cosa certa. Mentre ce ne stiamo in quadrato a scrivere e a far passare le ore del giorno in cui il sole è più alto, i nostri cuscini volano via con un paio di raffiche. Trovarli è impossibile ma ci proviamo: io valuto quanto possano aver galleggiato prima che la piuma d'oca si impregnasse d'acqua e li facesse affondare. Il tessuto per quanto avrà ostacolato l'acqua? E le raffiche, per quanto li avranno fatti rotolare leggeri sulla superficie? 
Veduta dall'alto di Ormos Skaloma
Nel frattempo Giovanni scandaglia il fondale in un improbabile tentativo di trovarli, considerata la vastità del campo di ricerca. Ci rassegniamo, diciamo loro addio, immaginiamo soste in cui potremmo trovarne di nuovi. Ridiamo quasi di noi stessi alla fine, guardando l'immensità che abbiamo intorno, scandagliando le probabilità che avevamo al cui confonto la vincita del Superenalotto parrebbe una bazzecola.
Invece li ritroveremo poi, 5 giorni dopo, a seguito della nostra sosta in porto quando torneremo qui, richiamati da qualcosa che non è facile descrivere ma che sicuramente non era il pianto dei cuscini. Seduto in pozzetto, Giovanni contempla col binocolo la scogliera e la spiaggia alla ricerca dei falchetti ed urla "I cuscini!!!". Erano lì, affiancati, poggiati sulla spiaggia a due metri uno dall'altro, perfettamente asciutti e intonsi, con solo un lieve accenno di salsedine. Il vento li ha portati proprio qui, non sappiamo che giro abbiano fatto, forse erano lì da sempre e non ce ne siamo accorti, forse hanno navigato un po'. Fatto sta che ora sono di nuovo con noi. Bello ritrovare qualcosa che il vento ti ha portato via.
La piccola darsena peschereccia di Bouka a Limin Fry
Ma torniamo al momento della perdita. Dopo due giorni di nulla e di tutto, nell'immensità di una natura selvaggia che ci ricorda la costa meridionale di Creta, continuiamo il periplo e andiamo al porticciolo di Fry, sul versante nord per incontrare la gente di quest'isola.
Limin Fry ha sostituito il porto antico di Emborios, 1 miglio più a Est, che è affetto da maggiore risacca. 
Fry, il porto e la diga frangiflutti
Ci troviamo sul versante dell'isola esposto al Meltemi e da nord arriva una versione di questo vento particolare, rinvigorita da 150 miglia di mare aperto. Praticamente, Kasos è come se si trovasse alla base dello scivolo del Meltemi.    Un lunghissimo molo di sovraflutto protegge l'avamporto e la piccola darsena di Fry, una darsena originariamente costruita per ospitare le barche da diporto ma considerato lo scarso traffico della zona è interamente - e giustamente - occupata da barche da pesca, il traghettino per Karpathos e piccoli motoscafi dei locali. Ci resta solo il molo esterno della darsena su cui è già ormeggiato all'inglese un Hallberg Rassy di un gruppo di italiani che ci aiutano in quello che è uno dei nostri peggiori approcci in banchina. Appena prendi confidenza col mare, qualcosa ti ricorda che non devi mai abbassare la guardia. 
al porto di Fry, sullo sfondo Karpathos
La lunga diga protegge bene ma c'è un discreto movimento di mare all'interno che ci tiene schiacciati sul molo e, con la marea, mette a dura prova le calze già usurate dei nostri 14 parabordi. Solo davanti ai brandelli delle calze, il giorno dopo, decidiamo di mettere un'ancoretta per tenerci un po' discosti dalla banchina e la manovra rivela di ottima efficicacia. Per sanare il senso di colpa della nostra pigrizia, offro ai compagni di banchina di approfittare del bagno di Giovanni per fissare un'ancora anche per loro. "Sicura che non sia un peso?" mi chiede il capitano dell'HR. "Figuriamoci, che vuoi che sia?" gli rispondo, sapendo che personalmente non devo fare alcuno sforzo: non c'è niente di più facile e gratificante dell'essere generosa con il lavoro degli altri. 15 minuti dopo ci arriva a bordo una bottiglia di vino bianco e comincio a pensare di farne un bel business di questa "mia" generosità. 
barca da pesca e campanile a Limin Fry
Gli italiani ci conoscono da internet, hanno letto il nostro blog e seguito i nostri suggerimenti per percorrere la loro rotta che è stata quella del nostro primo viaggio. Finalmente conosciamo qualcuno che ha navigato a sud di Creta e il fatto di essere stati il loro apripista non può che rendermi felice.
Sono di passaggio veloce, imbarchi e sbarchi di equipaggio li costringono a tappe serrate. Vanno via e restiamo soli, con il nostro albero che svetta al centro del paesino, in un contesto tanto poco turistico da apparire surreale.

Ay Triadha, fuori dal villaggio di Poli.
La sensazione che hai a Fry, e a Kasos, in genere è che la popolazione sia totalmente indifferente alla tua presenza. Sono gentili ma non curiosi, ti salutano e ti aiutano se ti serve qualcosa ma devi chiederglielo. Le tre taverne e i pochi bar sul porto sono discretamente pieni di gente locale, la mancanza di turisti non lascia vuoti, tutto ha la dimensione del luogo. Ti senti come trasparente, eppure sai, lo percepisci che la tua presenza è un evento raro. Bastano 3 giorni e ti accorgi che non è così. Ti hanno notato quasi tutti e hanno notato che la tua non è una sosta tecnica. 
Riunione in chiesa.
Bastano 3 giorni e ti considerano parte della loro comunità. Gheorgios ci ferma fuori dalla chiesetta di Aghia Triadha nel villaggio di Poli e ci invita a sederci all'ombra con lui e un anziano signore. Quest'ultimo, sentito che siamo italiani, inizia a parlarci tradotto da Gheorgios di quanto era bella la vita a Kasos quando c'erano gli italiani. "Ora non è più così, ora è tutto più triste". Si sente un forte odore di decadenza nell'isola, unito a una fierezza e un'indipendenza dal resto del mondo che non ha eguali. Si respira nell'aria e si legge negli occhi della gente, la storia difficile di quest'isola che ha vissuto un vero e proprio Olocausto durante la guerra di indipendenza quando un esercito ottomano guidato dal governatore d'Egitto Pasha assediò l'isola  e massacrò 7.000 persone. 
Il cimitero a terrazze di Ag. Marina
Gli uomini vennero uccisi, le donne e i bambini deportati al mercato degli schiavi di Alessandria. I pochi che riuscirono a sopravvivere abbandonarono questa terra e vi fecero ritorno solo moltissimi anni dopo. Ovvio quindi che l'occupazione italiana, coincisa con la rinascita dell'isola, sia ricordata come un momento di splendore. 
Panaghia, uno dei villaggi sulle colline della costa nord
Gli abitanti oggi sono raccolti in una mezza dozzina di villaggi, per lo più sulla costa nord. All'interno, una strada in parte accidentata si inerpica sulle montagne e scende sull'altro versante. La percorriamo con un'auto a nolo e vediamo la Kasos di terra, spettacolare e selvaggia, aspra e bellissima, senza alcuna concessione ai dettami moderni. In tutto il giorno incontriamo si  e no un furgone, un paio di altre macchine e altrettanti scooter. 
Ellinokamara Cave
La scarsa vocazione turistica si recepisce anche dalla segnaletica stradale: i pochi cartelli sono solo in greco, i siti archeologici non sono segnalati e per trovarli dobbiamo chiedere in giro. Eppure ci sono siti bellissimi e particolari, come la grotta di Ellinokamara che la leggenda vuole fosse quella dei Ciclopi di Ulisse, o le Exi Ekklisies (sei chiese contigue con le cupole rosse), o ancora il monastero di Ay Mamas a strapiombo sul mare. Tutti siti chiusi, in fase di lavori o di restauri. 
Exi Ekklisies, a Panaghia
E' come se Kasos fosse dormiente, in attesa che il mondo si decida a guardarla con benevolenza. Loro a noi ci guardano così dopo pochi giorni e uno dei rimpianti più grandi di questo viaggio è quello di non aver aderito all'invito ripetuto da più persone di unirci a loro per la festa del 17 luglio nel villaggio di Aghia Marina. "Siete nostri ospiti, si festeggia tutto il giorno, si balla, si canta, si mangiano tante cose buone" ci dicono Georghios, la fornaia e la gentile addetta del piccolo museo. "Tutto gratis" specificano, quasi pensassero che solo un poveretto viene in visita a Kasos.
Il monastero di Ay Mamas, in ristrutturazione
Ma noi abbiamo fretta di andare, abbiamo quell'urgenza di riprendere il mare che è ormai una malattia conosciuta e che quando si presenta rende impossibile rimandare di due giorni il lasciare gli ormeggi. 

E' la costa sud che ci chiama di nuovo a sé, i falchetti, il silenzio irreale della notte alla fine dello scivolo del meltemi, proprio sotto l'ultimo pezzo di lamiera che ti protegge dalla sua caduta. O forse sono i cuscini. O forse è stato solo un modo di dire a noi stessi che qui ci dobbiamo tornare.

martedì 15 luglio 2014

Karpathos, la fabbrica del vento.

Come sfioriamo la punta di Saria - isoletta a nord di Karpathos, separata da questa solo da un canale stretto 140 metri - sentiamo di avercela fatta. 
La navigazione da Astipalea è stato un bel bordo in poppa piena che abbiamo retto bene grazie alla nostra nuova andatura a farfalla con fiocco tangonato. 
Ora la corsa è finita, siamo arrivati dove più volevamo essere. 
Per chi non ha meta, arrivare è importante. Sembra una contraddizione e forse lo è, ma c'è differenza tra una meta segnata sulla carta e quella che senti nel cuore.
Insieme a noi arriva il vento, con un ex aequo che sarebbe inquietante se non sapessimo di trovarci in un luogo dove le  previsioni contano poco e le statistiche ancora meno.
Il primo urlo oltre i 40 nodi
Le domande che più spesso mi vengono rivolte in questo mio annuale esilio navigante, sono tutte relative a lui, al Meltemi.
"È arrivato?" mi chiedono da lontano. Ma lui, il bastardo, non si sa mai quando arriva. Non si sa mai se è lui o un suo cugino apprendista, se sta giocando un po' o se pianta le tende per non levarsi più di torno. Non ha abitudini precise,  né orari preferenziali e ogni volta che credi di aver trovato una chiave di lettura ecco che lui cambia le carte in tavola e sgretola le tue certezze. Una sola cosa finora non è stata contraddetta: quando il tempo in Italia è brutto con temporali e bassa pressione, il Meltemi se ne sta sereno a leggere un libro, è amabile e quieto. 
La costa rocciosa dell'isoletta di Saria
Per il resto, rinuncio a qualsiasi interpretazione. L'ho visto levarsi all'improvviso guadagnando 30 nodi in 10 minuti, l'ho visto calmarsi d'incanto dopo 3 giorni di burrasca ininterrotta. 
In ogni caso, il punto dell'Egeo dove è meno importante sapere se il Meltemi è arrivato, è questo lembo di mare che ha una denominazione specifica, Il Karpatho Pelagos e che abbraccia quest'isola e la vicina Kassos in una stretta alleanza per difendersi da Creta a Ovest e dal medio oriente a Est. Sopra e intorno, il mare aperto. 
Qui non è il vento che comanda ma la terra che gioca con esso, talvolta complice, altre volte nemica e che in alcuni punti dell'isola riesce a raddoppiare e a moltiplicare gli effetti che si registrano in mare aperto. L'alta montagna di Karpathos è come una spina dorsale gibbuta che si snoda lungo gran parte dell'isola. Da queste parti, se il vento non c'è, c'è lo stesso. È la montagna che lo produce, lo impasta, lo schiaccia giù. Una montagna rumorosa, tonante, che incombe su di te, piccolo umano galleggiante, e ti fa sentire ancora più piccolo. 
Ancoraggio ad Alimounda, fiordo a NE di Saria
Saria è un'isola deserta, fatta eccezione per una grande popolazione di api ben organizzate in colonie di alveari. L'unico essere umano che incontriamo qui è un apicoltore che arriva da Diafani con la sua piccola lancia e si occupa di queste colonie. Un mulo presidia a terra la base, pronto ad essere assoldato per spostare le arnie di zona in zona arrampicandosi sulle rocce dell'isola. Qui si fa miele di timo e la roccia arida è puntellata di queste macchie verdi con fiori viola acceso. Appena giunti a Saria, capiamo che vale la pena chiudere per un po' le vele e vivere questo mare, centimetro per centimetro. Subito dietro la punta nord, si aprono in sequenza due piccole calette ben protette, una più bella dell'altra. Perché scegliere? ci fermiamo in entrambe. 
Muli, insieme a capre e api,
gli unici abitanti di Saria
Quel che colpisce subito e cosa a cui ci abituiamo fin troppo presto è la limpidezza dell'acqua. I fondali sono abbastanza profondi ma ce ne accorgiamo solo fidandoci dell'ecoscandaglio, perché la visibilità su 20  metri è nitida come normalmente su 7. Nella baia di Alimounda, un piccolo fiordo, le raffiche di vento ti spostano da tutte le parti, cerchiamo un punto con sufficiente spazio per girare a 360° e siamo a posto, gratificati da una visuale panoramica in continua evoluzione. Passiamo la notte nel silenzio interrotto solo dal rumore del vento e dai versi degli uccelli. Ogni tanto un raglio del mulo. Ci sarebbe anche modo di fissare un paio di cime a terra, "parcheggiandosi" ordinatamente in uno spazio chiuso come un box auto ma le raffiche continue e un certo senso di claustrofobia ci dissuadono dal tentare l'impresa.
A Palatia, costa est di Saria, dove sorgono le rovine di Nysiros
Nella cala successiva, Palatia, mettiamo invece una cima a terra, operazione che, richiedendo velocità, mi fa superare il problema dell'entrata in acqua a una temperatura inferiore ai 20°. Quando sei concentrata sul portare la cima a terra il prima possibile, salire sullo scoglio e fissarla a un anello di ferro in alto messo da qualche benedetto pescatore, non ti accorgi nemmeno che è fredda, semplicemente non senti nulla.
Saria, oggi deserta, potrebbe aver ospitato in epoca neolitica una delle 4 antiche città di Karpathos, Nysiros. Il condizionale quando si parla del neolitico è quasi sempre obbligatorio, mentre rovine di fortificazioni  e di tombe medioevali sono visibili ancora oggi sulle rocce della baia di Palatia.
Faraglioni a Palatia
Scorriamo la costa est di Karpathos in un dialogo continuo e meravigliato col vento. Mentre le cartine meteo disegnano condizioni di media intensità, la montagna se ne frega e ci scatena addosso raffiche a 40 nodi. Raffiche talmente continue da sembrare un unicum. L'anemometro segna sui 40 ma sono sicura che tra il suo alloggiamento a 18 metri sul livello del mare e la superficie dove siamo noi ci sono bei numeri di differenza e purtroppo, come possiamo leggere sulle creste bianche, non sono a nostro favore.
Il piccolo borgo di Diafani, visto dal mare.
Siamo a vele ammainate, abbiamo stretto i matafioni intorno al lazy bag per ridurre lo sbattere della tela e le vie di entrata del vento. Il fiocco rollato ha 3 giri di scotta intorno, poco elegante, dicono, ma in guerra con gli elementi l'eleganza non c'entra nulla.  Il solo albero e l'altezza dello scafo ci fanno sbandare sull'acqua. In questi momenti, una disattenzione ti uccide: operazioni semplici e quotidiane come calare l'ancora in rada possono diventare temerarie e pericolose se fai un piccolo errore. 
Prova a dimenticarti di fissare lo sportello del gavone dell'ancora  e saprai cosa intendo. Ma non te lo dimentichi, non dimentichi nulla in questi casi, i sensi sono all'erta, le voci si alzano per superare il rumore del vento, i gesti diventano più veloci, l'esperienza aiuta ma non sai mai se sarà sufficiente. E meno male perché guai a pensare che sia sufficiente. 
Barca da gita giornaliera in arrivo a Diafani
Tutto è improvvisamente a mille, come drogato, accelerato all'inverosimile. I colori intorno a noi sono unici: il blu del mare è un'altro blu, con qualcosa di viola. La superficie è bianca di schiuma, un bianco incandescente. La linea dell'orizzonte è polverizzata in vapor acqueo. Ma il mare è calmo, spianato, ogni possibile onda di risacca è in quel momento annientata e sconfitta. 
Ancorare non è facilissimo sulla costa NordEst di Karpathos: sottocosta, dove il fondale è più basso, ci sono scogli e sassi, un'inferno per l'ancora, la catena e chi vive a bordo. Per dar fondo sulla sabbia devi stare più al largo, sui 10 metri di fondale ma a quel punto sei a posto, come il tuo ferro tocca terra si pianta, scende sotto di un metro, diventa corpo morto. E comincia un ballo di brandeggio orchestrato dalle raffiche della montagna. 
Conifere modellate dal vento sulla strada sopra la spiaggia di Apella
Sposto la mia attenzione dal vento alla terra. Questa terra, fabbrica di vento, fucina continua di movimento nella sua immobilità. 
Scegliendo per una volta un ancoraggio precario e disturbato dai sassi, ci fermiamo subito fuori dal porto di Diafani. 
Scendiamo a terra e troviamo una località solo di poco diversa da quella di 24 anni fa. Diafani era allora il passaggio obbligato per salire alla cittadella di Olymbos da cui dista solo 7 chilometri. Le barche portavano i turisti qui e da qui i pullman salivano fino a Olymbos. Per quanto il turismo possa essere cresciuto, la creazione della strada asfaltata da Pigadia a Olymbos ha contrastato la crescita di Diafani che vive oggi un bell'equilibrio. Le poche barche che arrivano al porto ripartono alle 5 e Diafani resta un angolo di quiete spazzato dal vento. 
La costa ovest di Karpathos, battuta dal vento
L'ombra scende presto sulla costa Est di Karpathos ed è anche essa, come il vento, artificiale e figlia di una montagna che tocca picchi di 1.200 metri. Seduta a un bar, guardo l'orizzonte e penso che a 20 miglia da qui, c'è sicuramente quella strana calma di vento che ci ha accompagnato finora e che oggi sembra un affare lontano nel tempo. Dopo solo due giorni di vento forte, ti sembra che faccia parte della tua vita da sempre. Non lo ammetteremmo mai ad alta voce, ma un po' ci mancava.
Il porto principale di Karpathos, Pigadhia
Continuando a scendere troviamo quello che ci aspettavamo: Nel golfo di Pigadhia, porto principale dell'isola, il vento diminuisce di buoni 20 nodi. E ricominci a sentire rumori diversi, i versi degli animali, il po-po-po delle barche dei pescatori. Ci ormeggiamo nella darsena che chiamano "Marina", ben protetta  e dotata di colonnine di acqua e corrente che però ad eccezione di una non funzionano. Sarebbe un marina dedicato alle leisure boat, ma siccome di leisure boat non ne passano molte, è occupato in parte dai pescatori e da piccoli motoscafi locali. Ci sistemiamo lì in mezzo ed è una bellissima sosta, in questo mondo così diverso dal solito, dove il nostro albero, il solo svetta nel golfo.
L'arrivo del traghetto a Pigadhia, visto dal cimitero.
La cittadina di Pigadhia è cresciuta parecchio da 24 anni a questa parte, un buon 2/3 dell'abitato allora non c'era e non sono, ovviamente i due terzi migliori. Il turismo da terra non manca. L'aeroporto con voli charter da tutta Europa è un atout importante che fa di Karpathos una buona meta per chi cerca i posti più remoti a portata di mano. 
Ancoraggio a Fokias bay, poco prima dei 50 nodi.
La terza parte di Karpathos, la parte sud della costa Est, ripropone l'assalto dei venti. Qui la montagna è lontana, la zona è pianeggiante e il fenomeno catabatico lascia il podio all'effetto venturi. Sempre lei la colpevole, la montagna, ostacolo che si erge al normale fluire del'aria, ma qui muove le fila da dietro, si nasconde dietro l'alibi della sua distanza, è più difficile coglierla in flagranza di reato.
Siamo nell'Inferno e nel Paradiso, forse proprio Paradiso perché Inferno.
Relitto a Capo Lingi, sulla punta sud.
Credo, tutto sommato, che gli dei abbiano premiato il nostro passaggio a Karpathos, regalandoci l'incertezza e l'imprevedibilità dei venti che, se da una parte hanno l'effetto thrilling quando questi alzano la voce, dall'altra ci cullano e ci illudono quando si placano per giorni.
Ogni statistica e certezza viene abbattuta: nello stesso posto, bonaccia e 50 nodi a distanza di pochi giorni. Una notte placida, in rada a pochi metri dallo scheletro di un relitto di nave e un pomeriggio di adrenalinica attività con l'anemometro che sembrava un tachimetro di una macchina da corsa. Il meltemi da 0 a 100kmh in 10 secondi.
Alba con relitto a Capo Lingi
A coronare questa Karpathos sopra le righe, un incontro molto ravvicinato con un boeing in atterraggio: stavamo doppiando la punta sud di Karpathos, quando improvvisamente sopra al vento, sentiamo un suono più deciso, più forte, più sordo ancora. A quel che ci è sembrata una distanza infinitesimale, abbiamo visto comparire come dal nulla e dietro le nostre crocette la sagoma di questo enorme squalo volante che puntava una pista di atterraggio a una cinquantina di metri dalla nostra prua. 
La costa est, sotto raffica.
Il tempo di domandarsi se per caso ci fosse un'ordinanza che vietava la navigazione sottocosta in quest'area e il pericolo era già scampato.

Siamo felici di essere tornati a Karpathos, chimera dei nostri viaggi in mare, finora solo sfiorata e stavolta vissuta in pieno. Riusciamo a staccarci da qui, solo pensando di farvi ritorno quando, tra un paio di mesi, la prua tornerà verso ovest.

giovedì 10 luglio 2014

Olymbos. La caduta degli dei.

Una certa ritrosia sospettosa ci teneva lontano da Olymbos. "Sarebbe bello ritornarci",  dicevamo tra noi sapendo che, con un 40 nodi standard di Karpathos, lasciare la barca in rada o in porto per una giornata intera sarebbe stato da incoscienti o comunque non da noi. 
In mare si fanno tante rinunce di terra. Restano sempre dietro di noi, sacrifici di scoperte o di riscoperte perché prima di tutto c'è lei: la barca, il suo benessere, la sua sicurezza.
Questa volta però, dietro al sacrificio, c'era anche un certo sapore di sollievo: il piccolo villaggio di Olymbos, nascosto nel cuore della montagna di Karpathos, non poteva aver beneficiato dell'immutabilità ellenica, qualcosa, necessariamente, doveva essere cambiato.
Olymbos nel 1990
Arrivammo a Olymbos 24 anni fa, facendo 50 chilometri di strada su una moto enduro, 25 dei quali su terra rocciosa e accidentata. Ad ogni tornante, rischiavamo di cadere giù schiacciati da una raffica a 50 nodi. Man mano che salivamo in cima, venivamo avvolti da una nebbia fitta e da nuvole grigie che avvolgevano il monte. 
La conquista di questo piccolo villaggio aveva, per noi, il sapore della fatica e dell'impresa e fu tutto interamente ripagato. Giungemmo a Olymbos nel bel mezzo della festa di ferragosto. 
Olymbos nel 1990
Camminando per i vicoli diretti al centro, sentivamo musica e litanie di voci in preghiera, la piccola piazza si aprì a noi in un turbinio di colori: erano i vestiti e i colori del giorno di festa. 
Il pope cantava messa e i fedeli pregavano. Le donne portavano sulle loro vesti nere, guarnite di colori vivaci, tutti i gioielli che avevano. Noi, come due formiche intruse, con i nostri calzoncini e magliette consumati, eravamo una nota stridente in un piatto pregiato. Ci accolsero con sorrisi cauti e con blanda curiosità: i turisti, ne avevano già visti senz'altro, ma pochi ogni anno. Qualche avventuroso che si inerpicava quassù a vedere com'era la vita in un tempo che non avevano vissuto. Com'era la vita in un luogo dove il tempo si era orgogliosamente fermato. Era il 1990, non gli anni 60. 
La Grecia viveva già di turismo da quarant'anni e ci stava lentamente crescendo insieme, in una complicità lenta e rispettosa di cui ancora oggi, quasi dovunque, vediamo i frutti. 
Olymbos nel 1990
Olymbos no. Separata dal resto dell'isola e dal resto del mondo da un vento assassino e dalla mancanza di strade, Olymbos restava lì, con la sua gente, isolata nell'isola, arrampicata su una montagna, guardata a vista dal meltemi.
Stacco. Oggi. Mentre il meltemi soffia a oltre 40 nodi e ci tiene impegnati in un tango argentino sulla splendida costa nord est dell'isola, le previsioni anticipano una stanchezza degli elementi. Il fido sito meteo Poseidon, il più attendibile in Egeo, sentenzia che dalle 3 di notte arriverà una tregua e finché dura la previsione, durerà una calma di vento che sembra fatta apposta per noi. Solo per noi, visto che qui non si avventura nessuno.
Ecco, quindi, che il miraggio minaccioso di Olymbos diventa realtà. Lasciata la barca nella sicura darsena di Karpathos, prendiamo una macchina e andiamo ad Olymbos.
La strada asfaltata che porta oggi a Olymbos
"Non serve un fuoristrada" ci dice Francesca dell'autonoleggio Gatoulis, figlia di un milanese rifugiato a Karpathos durante la II Guerra Mondiale e salvato da una famiglia locale dalle torture dei nazisti, "la strada per Olymbos è tutta asfaltata".
Voglia di annullare tutto e fuggire via. 
Ma il magnete è più forte, andiamo a vedere. Mettiamo in atto piccoli accorgimenti per attutire di molto lo shock e giriamo per l'isola programmando di arrivare a Olymbos solo nel pomeriggio, quando i pullman turistici dovrebbero essere andati via. 
Il bazaar nei vicoli di Olymbos
Continuiamo a ripeterci l'un l'altro "sarà molto cambiata" mentre l'asfalto corre sotto le ruote e tentiamo di ricordare la curva della strada sterrata di allora dove rischiammo di più.
Scendiamo dalla macchina e troviamo la ferale conferma.
Il turismo è arrivato e, come in tutti i posti che gli hanno resistito 50 anni, il suo arrivo è stato più spietato, più violento, più distruttivo. Nei vicoli di Olymbos è sorto un ordinato e colorato bazar. 
Le vecchie in abiti tradizionali (20 anni fa erano solo abiti della festa, oggi sono "abiti tradizionali") sono state piazzate su uno scalino lì fuori a far finta di ricamare. Moderne civette di un prodotto che è già morto prima ancora di nascere. "Nonna sta' qui, e appena vedi un turista vendigli qualcosa, dai che c'è l'ADSL da mettere". E loro lì, piegate a questa nuova vita che vuol dire benessere ma che vuol dire la fine e queste neanche se ne accorgono. 
Il copione è sempre lo stesso, fatto di quattro battute "Italiani?-ciao,italiani, come stai?- Vieni dentro, guarda tutto - Sconti speciali per italiani", dove già alla terza battuta leggi sincera la delusione muta di un "Ma non compri niente? neanche un magnete da frigo?" che resta negli occhi e non affiora alle labbra perché son pur sempre greche, grazie al cielo, non turche… 
L'orrore del menù fotografato
No, non compro niente, vi darei fuoco vi darei, altro che comprare. Resisto a stento a un attacco di morettiana memoria e alla voglia di prenderla per la camicetta ricamata e urlarle "ma che diavolo state facendo? Siete pazzi?"
Ma non faccio a tempo, l'orrore prosegue, la nonna successiva, sull'uscio della sua taverna, indica il cartellone con le foto dei piatti, coperto da quell'unta plastica protettiva e già mi chiama "vieni, caffè espresso, spaghetti, roof garden". (Roof Garden?????? Oddio, ma come parli???)
Vorrei ucciderle, una dopo l'altra.
Poi penso a queste povere vecchie, assoldate alle più becere leggi del marketing negli ultimi anni della loro vita. Costrette ad ammiccare al turista come fossero zoccole di 20 anni.
Guardo gli stracci appesi ai loro bazar improvvisati, così uguali a ciò che trovi sul lungomare di Ostia con solo qualche ipocrita citazione locale ma probabilmente realizzata a Taiwan. 
"È colpa della strada" dico io. "È colpa nostra" dice Giovanni, facendo riferimento a se stesso e ai suoi colleghi fotografi che hanno pubblicato servizi sulle riviste di viaggio, portando questi piccoli gioielli di mondo nelle case di ognuno e nei voraci occhi dei nuovi "viaggiatori tutto incluso".
L'asfalto e la comunicazione, sì, sono queste le cose che fanno perdere l'identità ai luoghi, che distruggono i popoli, che annientano tutto, che rendono tutto uguale. 
Se becco una vecchia che si fa un selfie, giuro, la sbrano.
Arriviamo ai mulini che già erano vecchi e malandati, ma almeno 3 o 4 erano funzionanti. 
Il mulino in funzione nel 1990
Ricordo la vecchia che scaricava il grano da un mulo, mentre le pale di legno tarlate con la tela consunta vorticavano e facevano lavorare la macina all'interno del cubicolo di pietra. Mi sorrise senza denti e mi offrì dalle sue mani sporche una pita col miele locale. 
All'epoca pesavo 40 chili e non era affatto raro che mi offrissero da mangiare. E noi, sempre affamati perché un pasto in meno era un giorno di viaggio o un biglietto di traghetto in più, accettavamo volentieri e il sapore di quella pita, lo sento in bocca ancora oggi.
Resti delle pale eoliche
Oggi. Oggi che i mulini sono in macerie, ridotti a magazzino o a discarica. Quel che resta delle pale di legno è qualche misero pezzo a terra. Accanto, un vecchio tubo catodico e un'antenna tv. 
Uno solo di questi mulini è restaurato, talmente bene da far venire voglia di cercare l'etichetta di Uno Più. Il proprietario ne ha fatto un negozio di vendita di miele, deve aver avuto qualche parente in un villaggio più evoluto che gli ha spiegato tecniche più attuali di marketing del turismo.
L'interno di un mulino, oggi
Accanto al mulino in rovina della vecchia signora della pita, scorgo un cartello "Natura 2000". Ecco, sono arrivati e lo hanno definito un luogo protetto. Questa è la vera colpa, questo è sempre l'inizio della fine. Quando qualcosa viene definito come patrimonio dell'Umanità, ecco che l'Umanità lo divora.
Tornando sui nostri passi, entriamo nell'unico locale dal quale non esce qualcuno a chiamarci: è una semplice pasticceria, niente foto a colori, niente insegne plurilingue. C'è una ragazza sui 30 anni che ci spiega da dove viene il miele e non insiste per vendercelo. Lo compriamo e ci fermiamo per un caffè nel terrazzino di questo piccolo angolino intatto di Olymbos. Sul balcone stretto con la balaustra di legno, vediamo un piccolo scorcio del villaggio da cui non si percepisce il cambiamento. Riduciamo l'angolo di visuale e, come spesso accade, la vista migliora.

Facciamo pace con Olymbos, tra un caffè e un loukumade.
Mentre torno alla macchina, mi accorgo di aver esagerato e sorrido di me stessa. Penso a come racconterei questo luogo se lo avessi scoperto oggi e non 24 anni fa.
"Una perla ben conservata nel cuore di Karpathos, dove il tempo viaggia più lentamente, dove il meltemi tiene a distanza il turismo di massa e la montagna protegge dal mondo". 
Sì, più o meno lo descriverei così. Perché è solo questo il problema: la differenza tra ciò che era e ciò che è. 
Il mulino restaurato e adibito a negozio
Ed è doloroso anche immaginare ciò che sarà, quando con un colpo di coda si renderanno conto che stanno consumando una fortuna in pochi anni, quando qualcuno gli dirà che vanno restaurati i mulini, che va riportato tutto com'era con le logiche deroghe per la comodità del turista, dio unico e assoluto. 
Allora tutti i mulini saranno "Uno Più", le vecchie saranno riportate a lavorare all'interno e a regalare le pita a qualche ragazzina magra, i bazar avranno delle regole e se i magneti per il frigorifero vengono fatti a taiwan, sarà meglio toglierci le etichette. 
Sarà tutto finto, ma bello. E in fotografia tra il vero e il finto non c'è poi differenza.

sabato 5 luglio 2014

La grande discesa e l'ascesa dei venti.

Una mezza dozzina di isole sono passate sotto i ponti tra l'ultimo post e ora. Avete presente come si fa con i pomodori che restano in frigo e nessuno li mangia? A un certo punto li si butta tutti insieme in padella e ci si fa un bel sugo. Ecco, fare un sugo con le isole non è così facile ma ci si può sempre provare.
Questo tempo intercorso è stata una veloce discesa, un bruciare le tappe e mangiarsi i gradi di latitudine, nella rincorsa di una meta, Karpathos, che avrebbe rappresentato la novità per P'acá y p'allá. Ora che sono qui e che abbiamo finalmente smesso di correre, posso guardarmi indietro e raccontarvi del resto.
La metafora dei pomodori però non funziona più, forse è più adatta quella delle ciliegie, una tira l'altra, o i grani del rosario. Ma sono isole, diamine, chiamiamole isole.
Da Siros, la sirena della bellissima Rinia cantava troppo forte perché l'ignorassimo e siamo tornati lì, per la 4a volta (quante cose stiamo facendo per la 4a o 5a volta, ma è sempre diverso, riscoprire vale come scoprire, forse un po' meno, ma a volte anche di più). Ci siamo ancorati nella nostra baia preferita, quella sulla costa ovest a passare un paio di giorni di rada pura, tra acqua turchese e silenzio assoluto. 
Abbiamo inaugurato la magnifica canoa che da 2 anni viaggiava con noi chiusa ad occupare spazio prezioso in un gavone. Ci può essere oggetto meno utile nel ventoso egeo di una canoa gonfiabile due posti? Non credo. Grazie all'indecisione del meltemi che fa un'irruzione veloce poi dice " Ah no scusa, ho dimenticato una cosa a casa" e torna indietro abbiamo approfittato della lieve brezza a Rinia per gonfiarla e farci un bel giro. Una prima volta per noi e si vedeva, sembrava impossibile remare all'unisono, senza schizzarsi, procedere in una direzione lineare. Per i primi 5 minuti, poi tutto funziona perfettamente. Un po' come il primo giro in bicicletta, all'inizio la ruota davanti si muove scompostamente a destra e a sinistra, il manubrio sembra avere vita sua e poi, miracolo, si prende ritmo e la strada procede sotto di noi. Un po' come il primo giro in bicicletta ma senza rotelle.
Dalla taverna di Pory a Koufonisi,
con vista su P'acá y p'allá
Traffico scarso per mare quest'estate. Inferiore allo scorso anno e al precedente. Un grande panfilo arriva a sera e occupa l'angolo di costa che ha posto solo per uno. L'ancoraggio migliore, protetto da tutti i venti e le risacche,  ma lontano dalla mia piscina preferita che non posso fare a meno di tenere sotto la chiglia. Ricordiamo la Rinia dello scorso anno, in agosto con i nostri amici Alessandra e Giacomo, quando la bellezza di questo posto che già conoscevo la leggevo nei loro occhi, nella loro voglia infinita di mare, nella loro sorpresa, nel loro amore tutto nuovo. Ora Ale e Giacomo aspettano una bimba e magari, chissà, P'acá y p'allá porta fortuna. Rinia è immutabile: le solite tre case di pastori a terra e un universo di turchese a disposizione.
Siamo passati veloci tra Paros e Naxos con un buon vento, vivace ma non troppo. Scorrevamo tra queste due isole pensando che a destra e sinistra avevamo le barche di amici in attesa dei loro armatori ancora in Italia: Il My Song di Gioia e Aldo a Naoussa, Paros; il Waskambu di Salvatore a Naxos. Sembrava di passare in una sfilata, quasi come se i nostri amici fossero già lì.
Siamo approdati poi a Kato Koufonisi, la piccola Ciclade dalla roccia dorata,  poi Pano Koufonisi, in rada da soli davanti al marina che ospitava un'unica barca. Siamo tornati anche a Pori Bay, la baia circolare a Nord Est e alla taverna sulla spiaggia, ricordando la cena con Federico e Maria Paola di poco meno di un anno fa. Un percorso della memoria, insomma, tappe consolidate della strada di casa.
Navigare nel noto ha qualcosa di bello e di doloroso insieme: mi sento tirata da tutte le parti. 
In rada a Pano Koufonisi. Sullo sfondo, l'isola di Keros
Da Rinia guardo Tinos con la voglia di tornarci in condizioni diverse dal meltemi pieno, da Naxos vedo Donoussa e il richiamo è fortissimo. Facciamo fatica a seguire una linea quasi retta e a rinunciare a perderci in un percorso senza meta.
Di nuovo ci abbiamo messo un ancoraggio a Keros, sul lato nord, approfittando di un raro vento da sud. Un mulo a terra strillava e correva, non so se ce l'avesse con noi o con un coniglio. O magari con un vento che lì è decisamente straniero.
entrando nel fiordo di Kinaros
Poi Amorgos per la 5a volta. Ne mancano 2. La canzone dice che Amorgos ha un magnete che ti fa tornare 7 volte sull'isola. Ne mancano 2 ma non prometto di non andare oltre.
Una sosta a quel pezzo di roccia tra Amorgos e Levitha che si chiama Kinaros. Lieve deviazione dalla nostra rotta per il tempo di un bagno in quella profonda ferita sulla costa sud che chiamiamo fiordo. Legati solo per la coda a un gavitello, il tempo di un bagno, un saluto al pastore e via, si riprende a volare.
La magnifica Chora di Astipalea dalla rada di Ormos Livadia
E finalmente Astipalea, la farfalla, l'isola del dodecaneso con vocazione cicladica. E' il primo luglio e il Meltemi entra di ruolo. Ci dà il tempo di un paio di giorni sulla costa sud a scoprire nuovi ancoraggi e poi ci chiude in porto per 3 giorni. E lì viviamo per la seconda volta l'esperienza francese, quella del "Italien, merde!" simpatico appellativo che già ci capitò di ricevere in acque nostrane. Quella volta però lo meritavamo: l'ancora ci aveva spedato mentre eravamo tutti a fare un bagno e la barca su cui eravamo ospiti si era messa a girare all'impazzata in rada come un boccino minaccioso. 
Non successe nulla, salimmo a bordo velocemente e riuscimmo a manovrare senza fare alcun danno. Mentre mettevo via il parabordo di sicurezza e alzavo lo sguardo sui vicini per scusarmi con un sorriso del pericolo corso, incontrai 4 occhi assassini dallo sguardo sprezzante. "Italien, merd!" dissero lentamente in faccia al mio sorriso. Ci restai malissimo. Da allora, ogni bandiera francese, tolta quella di P'acá y p'allá, mi fa inevitabilmente dire sottovoce come un mantra, "Italien, merd!"
in navigazione verso Astipalea
Ma stavolta è diverso. Stavolta mi sembra di essere davanti a un film dove gli attori stanno facendo esercizi di overacting. Ci troviamo a vivere nel porto di Astipalea un teso ma non preoccupante forza 7 come ci trovassimo di fronte a un forza 11. Ma facciamo un passo indietro. Entriamo in porto di mattina presto, il vento è già teso ma ancora perfettamente sostenibile per un ormeggio in sicurezza. Conosciamo bene la piccola darsena e sappiamo che il vento è di prua ma quando rinforza tende a venire da dritta. Caliamo l'ancora un po' sopravvento e sfruttiamo tutto il poco spazio disponibile dando 60 metri di calumo su un fondale di 4 metri. 
Katapola, il porto di Amorgos.
Giovanni compie una manovra perfetta e guadagniamo il nostro posto tra altre 3 barche di francesi. Mettiamo le cime in banchina, poi tiriamo fuori quelle con i molloni per ammortizzare l'ormeggio e incrociamo le prime due sulla poppa. Il francese accanto a noi ci saluta, ci aveva già incontrato ad Amorgos, guarda il nostro incrocio di cime e dice che non serve. Gli dò ragione per farlo felice e anche perché a che serve questo eterno confronto tra chi la sa più lunga? Gli dò ragione ma le lasciamo lo stesso. Mentre chiacchiero amabilmente col francese, Giovanni va in acqua ad aggiungere una seconda ancora afforcata, la nostra mitica Bulldog già sperimentata in questo porto e che trova nel fondale di sabbia la sua massima apoteosi. 
il cimitero alla Chora di Astipalea
A guardarci ora, le nostre manovre sembrano esagerate, ma sappiamo bene che se arriva davvero il forza 7/8 previsto, queste precauzioni saranno la nostra tranquillità. La doppia ancora limiterà il brandeggio della prua e l'incrocio di cime dietro, quello di poppa. Regoliamo le cime per guadagnare un posto barca a dritta, casomai arrivasse qualcun altro.
Il mio amabile colloquio con il vicino in realtà è amabile solo da parte mia. "Bella barca" gli dico (non è vero, non così enfaticamente come lo dico, ma non costa molto, si chiama gentilezza). Lui mi risponde "Prima di comprarla, ne avevo vista una come la vostra ma poi ho scelto questa, molto meglio, più bella, più veloce". Forse la sua si chiama sincerità e infatti mi viene da ridere, poi però penso che i suoi piedi poggiano su un Feeling 416, una barca decisamente meno bello e meno veloce di Paquita, e decido che forse gli regalo solo un altro paio di battute amabili poi me ne vado a fare un giro.
Astipalea, veduta dalla Chora sulle isolette a sud
Giovanni torna dal suo giro di sommozzatore, sale a bordo e mi dice "Avvertilo che lui e il suo vicino hanno le ancore incrociate, tra l'altro hanno dato pochissimo calumo ma questo non glielo dire, lo saprà". Eseguo, lo avverto dell'incrocio e mi sento rispondere "Lo so, sono nostri amici, viaggiamo insieme, non c'è nessun problema, va benissimo così".
Come al mio solito, faccio per insistere, forse mi sono spiegata male, forse non ha capito ma Giovanni, che intuisce sempre prima di me gli animi malevoli, mi ferma con un pragmatico "Lascia perdere….Tanto sono sottovento a noi". Vale a dire, se fanno danni se li fanno tra loro.
Il porticciolo di Astipalea
Passa una giornata molto tranquilla, recuperiamo il nostro rapporto con Astipalea, andiamo alla Chora, giriamo per caffè. La notte è serena, il vento non supera i 25 nodi, l'ormeggio è tra i più sicuri e noi dormiamo 8 ore filate. Al mattino il vicino francese riprende la sua amabile conversazione con me. Io parlo delle isole che abbiamo visto, lui parla delle previsioni meteo. Io gli racconto della Chora e degli ancoraggi splendidi che quest'isola offre, lui ritorna sulle previsioni meteo. Io gli dico "come si è dormito bene stanotte", lui mi dice che è rimasto di guardia in pozzetto…. C'è qualcosa che non va. O io sto sottovalutando qualcosa o stiamo vivendo due situazioni diverse. 
Durante la giornata il nostro french captain, coadiuvato dal suo amico sulla barca accanto vanno in over-performance ansiogena sulla burrasca che arriverà. Controllo 10 volte i siti meteo per vedere cosa mi è sfuggito ma il responso è sempre quello: forza 7/8, normale, normalissima amministrazione in Egeo.
Qualche ora dopo, il francese mi raggiunge al bar del porto e trafelato e eccitato insieme mi dice che la barca sopravvento a noi ha messo una traversa a terra e ha acconsentito a che tutti noi sottovento mettiamo delle traverse tra le nostre barche fino a lui.
"Buona idea" gli dico, anche se la precauzione mi sembra eccessiva. Poi capisco che è eccessiva per noi che abbiamo un'ottima linea di ormeggio raddoppiata, mentre forse è basilare per lui che ha questo sistema d'avanguardia tutto francese di ancore incrociate che "vanno benissimo così". Si vede che i francesi quando stringono amicizia, incrociano le ancore….
Tendiamo una mano al vicino sottovento, quindi e fissiamo la sua traversa alla nostra prua e una traversa tra noi e il vicino di dritta. 
Il francese persevera, nella sua ricerca dell'immobilità terrestre e ci chiede di cazzare tutto a ferro. Con pazienza e il solito sorriso gli spiego che preferiamo lasciarle lasche, non vogliamo esagerate sollecitazioni sulle gallocce e sulle bitte e che queste traverse devono fungere solo da linea di sicurezza, non da ormeggio principale. Insiste almeno tanto quanto Giovanni rifiuta. Nel mezzo, tento di cavarmela dicendogli che le mie bitte non sono solide quanto le sue. 
Questa cosa lo inorgoglisce per dieci minuti, non di più. Poi riparte con la sua richiesta di trasformare la darsena in un parcheggio di roulotte. Provo a mediare con Giovanni: "Forse potremmo cazzarle giusto un po', tanto per metterlo tranquillo" ma lui, spietato "Potremmo ma non ha alcun senso, spiegagli che sono barche, che sotto c'è il mare, che è sano che si muovano un po'".
Do le dimissioni da mediatore, ruolo che non mi è mai riuscito granché bene, e mi faccio i fatti miei. Da lì in poi, un'escalation da film del terrore. 
I francesi ci tengono svegli con il loro camminare sul molo e correre aventi e indietro da poppa a prua. Per non parlare della loro traversa che fissata sulla bitta di prua, fa dei cigolii insopportabili. La burrasca è arrivata, finalmente. Sì finalmente, perché è sempre bello avere un 35 nodi dietro le spalle, testi l'ormeggio, vedi che tutto funziona e puoi andare a dormire. Potresti, se non avessi un francese terrorizzato che impreca contro il fatto che le barche sotto raffica si muovano. Va detto che anche sotto raffica massima, la nostra fiancata è rimasta lontana dalla sua almeno 2 metri.
Alle 3 di notte, in una situazione di totale normalità egea, con un forza 7 tenace ma discreto e un Meltemi che dà prova di understatement, mentre noi serenamente ci godiamo le raffiche e la tenuta dell'ormeggio nostro e di quello dei vicini, il francese salta su dal pozzetto dove si è sistemato per la notte ed esplode in un "Italien, merd!", con un gesto molto poco francese mette fine alle mie amabili offerte di conforto e parte a tessere una nuova linea di ormeggio tra la sua barca e il faro. Lo facesse da solo, potrei anche capirlo, ma non ha una cima lunga e la chiede in prestito a un terzo. 
Il forza 7 a Astipalea
Questo terzo, un vegliardo con cappello da ammiraglio indossato giorno e notte, salta su un gommone e gliela porta al faro, poi va sulla loro barca e gliela fissa a prua, poi li aiuta a tendere una nuova rete tra lui e il suo amico. Poi se ne va, supplicandolo, ora però, "andiamo tutti a dormire eh?"
La mattina dopo, la burrasca è passata ma lui è ancora nel gavone delle cime a racimolare le ultime sagoline pensando forse di aggiungere qualche linea diretta con le cozze in banchina. Il vento è calato, potrebbero arrivare altre barche e troverebbero un reticolo di ragnatela che impedisce loro l'ormeggio. Sto per proporgli di togliere tutte queste vesti ridicole ma mi ricordo che sono un'italien merd e decido di non aggravare l'immagine del mio popolo. 

Lasciando Astipalea medito su questa differente percezione della burrasca vissuta. O io mi son fatta le ossa e sono, incredibilmente, diventata un lupetto di mare o il mare è pieno di matti. Propendo per la seconda ipotesi.