venerdì 8 luglio 2011

Kythira - Kapsali. Tra ormeggi e nuotate con la tartaruga.

Dopo aver percorso la costa orientale di Kythira, raggiungiamo il porto di Kapsali sulla costa Sud, ben riparata dal vento dominante. Ci arriviamo davanti  sospinti da un bel grecale forte, (la versione est del meltemi) a tutta vela e con velocità ragguardevoli. Visto che è pomeriggio presto, decidiamo di proseguire per buttare un occhio sul versante ovest che sappiamo essere povero di ridossi e di ancoraggi ma oggi dovrebbe avere un mare calmissimo. 
Il vento aumenta notevolmente, aiutato dalla conformazione della costa e le raffiche diventano rabbiose. Facciamo a tempo ad ammainare le vele e proseguiamo con motore al minimo. Ne fa le spese però il nostro mitico tender, al guinzaglio sulla poppa che viene scaraventato da una raffica in aria e da lì contro il fuoribordo che è fissato a poppa della barca. Il poverino, dopo questa centrifuga si abbatte in acqua, e con uno sbuffo inizia ad afflosciarsi. “È solo un piccolo taglio”, cerchiamo di consolarlo, issandolo a bordo e promettendogli una riparazione curata non appena arrivati in porto. Ma lui sembra rimproverarci per la nostra distrazione e tutti i torti non ce li ha…. 
Giriamo velocemente la prua verso Kapsali e arriviamo al porto trovando un molo interamente vuoto fatta eccezione per un Oceanis 400 ormeggiato all’inglese. Sul molo un ufficio doganale chiuso e una grande scritta WELLCOME – KALOS AGATHE sembra dirci “noi qui si lavora poco, cavatevela da soli e non rompete i coglioni”.  Con una certa maestria, Giovanni accosta e io salto a terra con una cima da passare nella bitta, poi di nuovo a bordo per fissarla a prua, poi corro a poppa a prendere la seconda cima, passarla nella bitta e ridarla a Giovanni. Entrambi nel frattempo corriamo lungo il bordo per controllare i parabordi. Finito di ormeggiare, arriva l’omino del porto in motorino - “Dov’eri benedetto figliolo quando c’era bisogno di una mano?” – il quale ci invita in ufficio a regolare il nostro ingresso. Anche qui, dobbiamo notare che i locali prendono a cuore ogni tuo problema e cercano in tutti i modi di risolverlo. Anche qui sembrano agitarsi e darsi molto da fare per te, il che è come sempre commovente. Il tipo in questione cerca per noi l’autobotte per il rifornimento e ci procura il servizio entro mezz’ora.  L’iter per accreditarci in porto è lo stesso di sempre, foglio da compilare con i nostri dati, nessuno chiede di controllare i documenti di identità, quello che vogliono sempre sapere è “last port” and “next port”. 
Sul last nessun problema, la memoria regge abbastanza anche se ogni volta dobbiamo pensarci, un po’ come quando il ginecologo chiede la data dell’ultima mestruazione, non so voi, ma io mai che mi sia ricordata di scriverla, così ogni volta sto lì due ore a cercare di ricostruire insieme al medico per poi dedurre insieme una data da scrivere sulla cartella che difficilmente è quella giusta. Sul “next port” ora abbiamo imparato che bisogna barare, il nostro sincero “we actually don’t know” getta nello sconforto le autorità portuali, quasi come gli stessimo dicendo che non sappiamo quanti giorni ci restano da vivere. Entrano nel panico e insistono nel domandartelo, per loro è impossibile che tu non abbia le idee chiare e un programma altrettanto preciso riguardo il tuo futuro. Ora abbiamo imparato e diciamo un porto ragionevolmente vicino e una data (vogliono sapere anche quella) ragionevolmente prossima. Poi, non importa se ci vai realmente, né quando ci vai, per mare si sa ogni imprevisto è credibile. La preoccupazione del nostro amico portuale è che appena cali il vento tutte le barche si riormeggino di poppa gettando l’ancora, sembra abbia ordini di lasciare sempre liberi 10 metri finali di molo e passa la giornata a correre dal suo ufficio sul retro del paese al molo per riorganizzare le barche in modo da tenersi quei 10 metri. 
Ora, il ragionamento è giustissimo, viste le normali condizioni di burrasca, avere una parte di banchina destinata alla sola emergenza è corretto e sano. Quel che mi chiedo è se non sarebbe più semplice segnalare direttamente quei 10 metri di molo con una bella scritta “Emergency only”, così il povero portuale si risparmia queste corse ansiose e ansiogene al pontile. Facciamo amicizia con i nostri vicini di molo, due ateniesi cui Giovanni regala un filetto di tonno con grande soddisfazione loro e anche mia. 
In serata vediamo arrivare una barchetta a vela (27 piedi) con padre, madre e figlio a bordo dall’aria abbastanza provata: si sono trovati sul lato ovest dell’isola poco dopo di noi con raffiche a 35 nodi e hanno strappato il fiocco e rotto il paterazzo, in più con il solo motore non riuscivano ad andare avanti. 
Lui, farmacista di Pylos che ha studiato a Bologna e parla benissimo italiano, ci confessa di essere stato sul punto di chiamare i soccorsi. Altro amico sul molo, il marinaio di un motoscafo Ferretti, che ci illustra tutti i porti e i rifugi della costa meridionale di Creta. Non ha l’aria del marinaio da motoscafi e infatti ci racconta che per 30 anni ha lavorato sulle barche a vela, facendo lo skipper per i charter, lavorava da febbraio a novembre senza sosta, sulla rotta Atene Rodi e ritorno e a inizio stagione portando le barche nuove da Marsiglia. Ora che è più anziano, si diverte meno ma esce in mare non più di 30 giorni l’anno e per il resto del tempo lavora dal lunedì al venerdì in porto per la manutenzione della barca. Mentre parla con noi, gli leggiamo negli occhi la nostalgia del mare, quello vero. 
Durante la notte arriva il trimarano XXTreme, tipo quello con cui Giovanni Soldini fece il giro del mondo. A bordo 2 ragazzi russi, sono partiti in 4 ma due si sono infortunati, uno in Spagna e uno in Italia e adesso viaggiano in equipaggio iper-ridotto aspettando che almeno uno dei due riesca a raggiungerli. Il capitano ha l’aria un po’ abbattuta e spersa e soprattutto sembra molto stanco, una barca così è davvero difficile da portare, sempre in tensione, 20 nodi di crociera, a motore non puoi far nulla e non naviga con vento di bolina.
Non li invidio proprio… Per di più sono parecchio ingombranti saranno circa 20 metri di lunghezza per altrettanti di larghezza e il portuale gli dice che possono fermarsi solo qualche ora poi dovranno andar via. 
La mattina presto, rientrano i pescatori che si dividono il molo con noi barche in transito e iniziano a pulire le loro reti. All’inizio sembrano rudi, rispondono bruscamente al saluto ma se ti fermi più di 24 ore arrivano a sorriderti.
Kapsali è un piccolo gioiello incastonato nel sud dell’isola. 2 km di strada più su c’è il castello con una delle Choras più belle della Grecia, costruita a somiglianza di quelle cicladiche più che di quelle ioniche di cui pur senza grande coerenza di vicinanza, Kythira fa parte. Nella grande piazza in alto, ibiscus e bouganville regalano ombra.

Lungo la spiaggia giù a Kapsali, si susseguono bar e taverne, molti con l’internet free access.  È un porto non porto, un luogo comune a barche e bagnanti di acqua limpida e pulita. La regina della baia è una tartaruga Caretta Caretta, che staziona qui, adottata dai pescatori cui si avvicina nella fase di pulizia delle reti. Ci viene incontro mentre nuotiamo e ci si mette a fianco, voltando ogni tanto la testa a guardarci. Giovanni agguanta il carapace con l’idea di farsi dare un passaggio ma lei se lo scrolla di dosso e riguadagna il suo metro di distanza, quasi a dirgli “ragazzì, stai al tuo posto che qui ognuno cammina con le sue gambe eh?”.  

mercoledì 6 luglio 2011

Kythira - Diakofti. Una notte sotto la protezione del relitto.

La leggenda narra che Afrodite, nata dagli attributi di Urano gettati in acqua dall’antenato divino di Lorena Bobbit, Crono, venne alla luce nelle acque di Kythira. Sembra però che la dea della bellezza ritenesse questa isola troppo poco per lei e le preferisse decisamente la più grande e mondana Cipro. Doveva essere scema, la ragazza. Ma comunque come lei devono averla pensata migliaia di generazioni a venire, visto che Kythira è oggi un’isola selvaggia, bellissima, incontaminata dall’uomo. 
Percorriamo il lato nord est, al riparo dal vento di maestrale, superiamo Agia Pelagia che sembra un paese fantasma dopo che hanno tolto i traghetti per il continente e arriviamo a Diakofti dove l’isolotto di Makronisi crea un antiporto molto riparato. Un basso ponte collega l’isolotto alla terraferma ma puoi passarci sotto con il tender in un punto che gentilmente viene indicato con una freccia sulla campata del ponte. Porto e antiporto hanno incredibili acque turchesi. Data la direzione del vento scegliamo l’antiporto che ha davanti una lunga spiaggia di sabbia bianca che finisce in una serie di grotte di roccia calcarea. Il vento soffia forte e il mare, anche qui che è protetto, è bianco di schiuma. 
Sullo scoglio di Fidonisi, proprio davanti a noi, il relitto arrugginito del Nordland di cui emerge prepotente l’intera prua, il resto della nave, piuttosto integra è sommerso dalle acque.
In tutta la giornata vediamo passare solo una barca a vela, a Diakofti verso sera arriva un traghettino (vuoto) annunciato dalla sua sirena. A terra, qualche costruzione a due piani proprio dietro la spiaggia mi spinge come al solito ad una domanda: “Ci vivrei qui?” e di conseguenza ad immaginarmi, scegliere una di quelle case (quella d’angolo, al piano di sopra, con terrazza coperta, direi), valutare quanto potrà costare l’affitto annuo (penso non più di 4.000 euro) e capire che persona sarei se avessi davanti agli occhi tutto il giorno questa grande piscina turchese rafficata dal vento, il relitto del Nordland e a segnare i giorni solo la sirena serale del traghetto. Anche dal mare si sente il profumo di timo di cui quest’isola è ricca, penso che forse potremmo coltivare api tanto per ingannare il tempo tra una sirena del traghetto e l’altra. L’altra idea che mi è venuta, di cercare il tesoro del Nordland, dubito però trasportasse preziosi… Insomma, anche qui a Diakofti, costa orientale di Kythera, a sud del Peloponneso, il modo migliore per regalarsi la vita che vuoi continua a sembrare quello di vincere al Lotto. Qui basta una vincita più piccola, però.

Elafonissi, il tonno e la notte insonne


Lasciare Porto Kajio e la sua tranquillità così lontana dal rumore delle estati è alquanto difficile. Per Giovanni l’elaborazione del lutto è più lieve complice la tanto attesa cattura con successivo scotennamento del primo tonno che sarà “taken and eaten” e non “taken and released”: il raffio acquistato a Kalamata, una sorta di uncino con manico lungo, si rivela un preziosissimo alleato, il povero tonno che, quando ha visto la nostra poppa ha pensato “ah nessun problema, questi sono quelli che non ce la fanno a tirarmi su” (le voci corrono per mare più che nei corridoi degli uffici…), è stato colpito a tradimento da una raffiata che lo ha tirato sulla plancetta di poppa. 
Subito dopo una coltellata in testa da Giovanni, cui i pirati di Porto Kajio devono aver ispirato una nuova spietatezza, per dirla delicatamente, ha messo fine alle sue sofferenze. Fin qui mi sono comportata da brava assistente, ho messo in folle la barca, recuperato e passato raffio e coltello, fatto indossare guanti al pescatore, applaudito l’impresa nonostante una malcelata solidarietà con il povero animale che non sappiamo nemmeno se lascia orfani o se avesse un’assicurazione sulla vita. Dal momento del trapasso però, mi rifiuto di assistere al vilipendio di cadavere e mi ritiro a prua della barca, pensando ad altro. Ritrovo il tonno ridotto a due filetti di un paio di chili l’uno posizionati igienicamente in un contenitore da frigo. Amen.
Le barche che passano di qua, pochissime, si dividono: alcune doppiano Capo Malea, ancor più cattivo di Capo Matapan, per risalire il Peloponneso sul lato est o andare alle Cicladi, altre, tra cui noi, oggi unici esemplari, prendono la rotta del Sud scegliendo di dirigere verso Kythera e Creta. Punto di incontro per entrambe è lo stop a Elafonissi, isoletta separata dal Peloponneso da uno stretto canale con poco fondale. 
Elafonissi, il cui nome significa “isola dei cervi” ma sembra non se ne sia mai visto uno, il ché non è poi così strano vista la latitudine, ha un grande golfo a sud diviso in due spiagge contrapposte con un istmo tra loro. È questa una delle altre immagini simbolo della Grecia, quella che campeggia sulle pagine pubblicitarie e sui depliant turistici. Per chi naviga, Ormos Sarakiniko è, più che altro, un rifugio sicuro dai venti dominanti. Due spiagge di sabbia chiara e un mare turchese, bello sicuramente, certo un po’ esagerata la somiglianza con le isole polinesiane descritta in “Magico Egeo”. 
A me piace molto questo scenario, mi ricorda Erbaju in Corsica. Solo che, una volta calato il vento dopo il tramonto, resta una bella e altrettanto scomoda onda da ovest che terrà svegli noi e il nostro unico compagno di nottata, una barca più piccola con bandiera tedesca. Mai avere in barca stive mezze vuote o armadi non stipati alla perfezione. Nelle notti in cui si rolla, sentirai grandi trambusti che ti sembrano crolli nelle attrezzature e che sono invece solo bottiglie d’acqua che rotolano o pentole che si spostano, o bottigliette di shampoo che ballano il valzer con i bagnoschiuma dentro gli armadietti. Ti alzi per puntellare il tutto e quando torni a letto, ecco che le tazzine da caffè decidono di mettersi a chiacchierare tra loro. 
E sono notti che non vedi l’ora che finiscano.

lunedì 4 luglio 2011

A Porto Kajio l’Egeo ci viene incontro


Partiamo da Kalamata con calma di vento e dopo poche miglia si scatena il meltemi. Ma il meltemi non era un fenomeno dell’Egeo? Il punto è che l’Egeo, ansioso di incontrarci ha deciso di venirci incontro e ha invaso lo Ionio meridionale. Facciamo una bella e impegnativa veleggiata con mare formato, dapprima navigando al traverso e, a ridosso del famigerato Capo Matapan, di lasco, poi quasi in poppa. Prendiamo una mano di terzaroli, poi riduciamo il fiocco. 
Doppiato Capo Matapan, il mare si calma ma le raffiche scendono rabbiose dalla montagna rendendo difficile qualsiasi manovra. Il genoa ridotto si è incattivito sul rollafiocco e non riusciamo ad arrotolarlo. In tutto questo viaggiamo a oltre 9 nodi, toccando la punta massima di 10,7.
Poi, 1 miglio dopo il capo, ecco che arriviamo in …. Irlanda. Sì, Porto Kajio sembra un angolo di Grecia rubato all’Irlanda. Un meraviglioso fiordo tra le montagne verdissime. 
Una spiaggia con 3 taverne e un piccolissimo borghetto di pescatori. Sulla montagna, monasteri e torri abbandonati, alcuni ristrutturati benissimo e perfettamente integrati nella terra. Sembra un luogo di fantasmi. Gli antenati di Porto Kajio erano famigerati pirati. Arroccati sulle montagne, adocchiavano le navi passare e di notte accendevano dei fuochi per ingannare i comandanti sulla reale posizione del Capo Matapan. Questi tapini andavano a scogli e venivano aggrediti dai pirati di Porto Kajio che dilapidavano tutto e non lasciavano superstiti.
A vederli, gli eredi, non sembrano così di stirpe spietata. La proprietaria di una delle taverne ci viene incontro e ci indica dove è meglio che ancoriamo il tender, ci lega la cimetta e non ci chiede nemmeno di recarci da lei a cena. 
Quando dopo una passeggiata, però scegliamo di andare da lei, troviamo che ci ha già apparecchiato il tavolo migliore, l’unico perché saremo gli unici a cena. Queste sì che sono PR. Come mi piacerebbe che tanti miei colleghi imparassero che procacciamento di business non significa tartassare il potenziale cliente di continui e ripetuti tentativi di malcelata corruzione. Troppo facile in quel modo, no, la signora ha lasciato che la sua cortesia facesse effetto, senza chiedere, senza insistere, senza fare alcun richiamo. Ed eravamo gli unici 2 clienti della serata in un mercato con 3 concorrenti. Bella lezione per la new business people italiana. 
Imperdibile a Porto Kajio la breve passeggiata lungo il viottolo a mezza costa che porta ad una piccola chiesetta. Da lì si vede il mare fuori dal Golfo con le raffiche a pelo d’acqua che fanno dei disegni bellissimi. Incrocio una signora anziana accompagnata da un giovanotto che al mio sorridente kalispera risponde avvicinandosi, prendendomi il viso tra le mani e dicendo qualcosa che suonava come “Quanto sì bella, figlietta mia” ma che in realtà poteva essere qualsiasi cosa. Nel dubbio meglio pensare positivo.
Il golfo sembra essere molto pescoso a giudicare dalla cassetta di pesci che la nostra signora Oscar per il new business ci propone per cena: un trionfo di cernie di tutte le dimensioni. 
Questo di Porto Kajio è un ancoraggio fantastico. Di notte le costruzioni che paiono disabitate e i monasteri si illuminano e la montagna è costellata di puntini luminosi. Il mare è calmissimo, le raffiche scendono dalle montagne e disegnano la superficie dell’acqua. Sopra di noi, “il cielo di irlanda, lo sai, corre veloce”.

domenica 3 luglio 2011

Kalamata. Il bucato e il solleticante incontro con i dr. Fish


Kalamata, in fondo al Golfo di Messinia, è famosa per le olive omonime che ci fanno ripetere in continuazione “Come so’ ste olive? So greche” da buona ossessiva citazione da film di Verdone anni 80. Kalamata andrebbe saltata, per chi come noi, ha l’ambizioso programma di girare le isole greche e di arrivare a Creta il prima possibile (anche se il termine prima possibile sta, giorno dopo giorno, assumendo un significato molto diverso dall’ASAP lavorativo, per quanto non troppo dissimile dal concetto di “prima possibile” applicato nel mondo ferroviario). Eh sì, dovremmo tagliare il golfo di Messinia e di Lakonika, sfiorando le dita del Peloponneso dove i venti soffiano forti e spingono giù velocemente verso Kythira. 
Ma noi abbiamo appuntamento con la ventola del motore e Kalamata è l’ultimo porto dove abbiamo possibilità di trovarla. Facciamo 15 chilometri a piedi per cercarla, spingendoci fino ad una consolare con autotreni che impazzano a chiederci che diavolo stiamo facendo lì. Alla fine ripartiremo con ben 3 ventole del motore, l’attuale riparata che sappiamo non durerà, una nuova troppo grande per il nostro tubo, che Giovanni si ostina a chiamare “tube” in improbabili dissertazioni con i Kalamatesi perplessi, e una Atwood 3000, finalmente quella giusta, di cui Panaiotis, shipchandler locale, è visibilmente felice di liberarsi. Me lo vedo che torna a casa dalla moglie e le dice “Katerina, non ci crederai mai… oggi ho venduto l’Atwood 3000, erano 10 anni che stava sullo scaffale!!!”. 


Solo alla partenza da Kalamata, poche miglia fuori dal porto avremo l’illuminazione che forse il problema della ventola, può dipendere dalle batterie nuove molto efficienti, forse ci vuole una resistenza per assorbire un po’ di energia prima che arrivi alla ventola. E mo’ dove la troviamo una resistenza? Vabbé ci penseremo poi, tanto il vento c’è e il motore sta acceso poco e per ora l’Atwood funziona benissimo. Che fare a Kalamata oltre a cercare una ventola per il motore? E oltre a sedersi a tavola a pranzo e a cena nelle taverne sul porto? Con la consapevolezza che il Marina di Kalamata è forse l’ultimo porto degno di questo nome sulla nostra rotta prima della Turchia, decidiamo di dedicarci a quella che per i lungo-naviganti è una delle attività più ambite: il bucato! Sul bucato i diportisti si emozionano e stringono amicizia. Scambiamo due parole in inglese con una signora, che poi scopriremo essere italiana, sulla qualità dell’asciugatrice, la signora mi chiede se funziona bene e io le rispondo con un “oh, it’s wonderful” tendendole un asciugamano caldo e asciutto, lei è talmente felice che quasi si commuove, manca poco che ci abbracciamo.  
 Il marina ha una laundry a gettone, e che gettone… € 4.50 a lavatrice e 3.50 per l’asciugatrice. Ne facciamo 2 per un totale di 16 euro assolutamente ben spesi. Fare il bucato e stare in un marina innesta come reazione a catena quella di pulire a fondo la barca, Giovanni si dedica alla coperta e io all’interno. Dopo questa esperienza, sono favorevole all’introduzione di una norma di legge che preveda la depilazione totale obbligatoria e definitiva per tutti gli esseri umani. Forse se a casa mi fossi mai dedicata alle pulizie, avrei vissuto questa giornata in maniera meno traumatica. Rivolgo un muto ringraziamento alla mamma e a Joy per tutti i miei capelli che hanno raccolto dagli angoli negli ultimi 40 anni. Comunque ora la barca splende come non mai, ci sentiamo come se fossimo appena partiti. Però, la ricerca della ventola, la lavatrice, le pulizie…. Aho? Mica si può sempre lavorare qui? Che altro fare a Kalamata, ci chiediamo seduti a un bar e sfruttando la rete wi-fi? Ci viene in aiuto Trip Advisor, citando come unica recensione la Velvet Feet Fish Experience, si tratta di un particolare trattamento di riflessologia plantare che prevede un pediluvio in un acquario pieno di piccoli pesciolini privi di denti che si buttano sui tuoi piedi per mangiarsi le cellule morte e rilasciarti una bavetta con il potere emoliente e pare persino curativo. Irrinunciabile. 
Ci regaliamo questa esperienza e una mezz'ora di risate dovute un po’ alla situazione specifica,  ma soprattutto al solletico che una cinquantina di Garra Rufa, questo il nome dei pesciolini, provocano alle nostre estremità. Il Garra Rufa è originario delle acque di un lago turco e il suo particolare pregio fu scoperto grazie ad un bambino, con problemi di pelle, che guarì giocando nelle acque del lago. La cosa mi incuriosisce e approfondisco, esiste anche la possibilità di aprire in franchising un centro Velvet Fish, o se lo si vuole fare in autonomia, a Frascati vendono il kit di avvio attività, composto da 100 Garra Rufa e l’attrezzatura per allestire il primo pediluvio. Quasi quasi ci faccio un pensierino…. Credo che il Velvet Feet Fish Experience sia un prodotto vendibile nella città dello stress, e poi... male che va, si fa una fritturina.

giovedì 30 giugno 2011

Methoni e Sapientza. Non sarebbe un bel nome per un'agenzia di pubblicità?

Pensandoci bene, la differenza tra continente e isole si sente. Quando sei su un’isola hai un’impressione di precarietà, di temporaneità del tutto, sei come fermo a una boa in attesa di ripartire o in attesa che l’isola e il mare ti caccino via. Anche chi ci vive su un’isola è diverso, guarda verso il mare, perché è da lì che arrivano le novità, perché è oltre lì che si sogna di andare. Chi sta sul continente invece, guarda a terra, in un borgo di mare, guarda sopra la collina,  quando guarda il mare è per capire che tempo farà, o per immaginare continenti lontani. Per noi che navighiamo la differenza tra isola e continente è che in un’isola lasci un punto pensando sempre che magari più tardi ci torni, perché ti sposti intorno a lei con il vento e chissà magari fai il periplo. Scorrendo il continente invece, sai che la terra lascia il posto ad altra terra da vedere, hai la sensazione di andare in discesa e tendi a guardare indietro ogni tanto per salutare la costa che ti è passata a fianco. 
Se dovessi scegliere, preferirei essere un’isola, ma è interessante trovare motivi per rivalutare la terraferma. È molto bello il Peloponneso, lo avevamo già visto da terra, ma da mare è, come sempre, un’altra cosa. Selvaggio, selvatico, aspro ma anche ricco di borghi sul mare così facili e accoglienti per chi ci naviga intorno. 
Methoni, sul primo dito del Peloponneso, è un luogo magico. Un piccolo agglomerato intorno a una spiaggia composto per lo più di trattorie che gravitano intorno alla maestosa fortezza veneziana eretta tra il 13° e il 15° secolo e arricchita successivamente di una torre ottagonale turca perfettamente integrata. Quattro passi più su, il paese, poche case e qualche negozio lungo un’unica strada. La fortezza al tramonto di una giornata come quella di oggi è un’esperienza mistica. 
Sono passate le 8 e il sole è basso sull’orizzonte, tra le mura della fortezza, l’obelisco, una piccola chiesetta e sterminati campi di erbe dai fiori azzurri e viola. Dalla torre di Methoni, guardi l’isola di Sapientza, dove siamo stati in giornata, ancorati nella rada di nord-est. Acqua color smeraldo, terra rossa, scogli grigi, raffiche di vento che scendevano dalla montagna e increspavano la superficie del mare. Nessuno per mare. Neanche una barca da pesca, né a vela, nessuno. Eppure è a un miglio da terra, a portata di mano. Saranno tutti a Skhiza, l’altra isola che vediamo di fronte? 
Macché, sembrano isole dimenticate oltre che disabitate. Sappiamo che sono territorio di caccia (Sapientza) e di esercitazioni militari (Shkiza), infatti per tutto il giorno sentiamo, senza vederli il rombo di bombardieri ad elica, sembra la colonna sonora di un film sulla seconda guerra mondiale. Ogni volta che passano, ti aspetti di sentire il fischio delle sirene e il sibilo delle munizioni perché è così che noi della nostra generazione abbiamo conosciuto questa atmosfera, attraverso la letteratura filmica. Ti guardi intorno e ti immagini il contesto in bianco e nero. Poi ti ricordi chi sei, dove sei e ti butti nell’acqua smeraldo. E capisci di essere molto ma molto fortunato.

martedì 28 giugno 2011

Pylos. Un passaggio sulla Grecia continentale


Inizia a Pylos il nostro breve percorso sulla Grecia Continentale. Siamo nel Peloponneso, dove il turismo è locale, la costa bella ma non tropicale, l’acqua ha i colori dello smeraldo e la terra del rosso e dell’ocra. E soprattutto le persone sono gentili.
La gentilezza dei Greci ci colpisce. Sui giornali si legge della grave crisi economica, lo spauracchio dell’uscita dall’UE, gli scioperi che flagellano il Paese. La gente è arrabbiata forse, ma è gentile, non si tratta solo di indole turistica, è più uno stato d’animo, un modo di fare, una curiosità che mostra nei confronti dell’altro. 
Tolto pochi esemplari, abbiamo finora incontrato solo persone corrette e disponibili. Penso alla signora del Cosmote shop di Corfù, nevrotica ma materna, a Tzanetos, ristoratore di Zacinto che ti riempie di cibo per 10 euro a testa e poi ti regala una bottiglia di vino, all’ometto del carburante di Pylos che ci ha dato un passaggio in centro sul suo furgoncino. Nulla di speciale, solo che sembra che siano semplicemente aperti al prossimo, interessati alle storie e non solo a quanto possano guadagnarci, felici e disponibili ad aiutarti, non solo perché non sono arrabbiati con l’altro ma soprattutto perché sono curiosi dell’altro da sé. Insomma, bella gente.
Il porto vecchio di Pylos è l’unico porto al mondo dove c’è più mare all’interno che all’esterno, lo evitiamo.

Ci ormeggiamo invece all’inglese nel nuovo marina turistico, dove nuovo e turistico sono due termini che qui hanno un’accezione tutta particolare: nuovo nel senso che le utenze in banchina sono dei cavi con fili scoperti che escono dal molo, ovviamente e per fortuna non funzionanti;  quando chiamo per radio,  un signore gentile mi dice di ormeggiarci tranquillamente dove troviamo posto, se c’è posto. Infatti non si vede nessuno, non c’è alcun ufficio a terra… Ah ecco, turistico nel senso che il signore gentile è probabilmente un operatore di call center alle Hawaii. Meglio così, non avremo neanche un conto da pagare, la Grecia è una gioia da questo punto di vista. Ormeggiato dietro di noi, c’è un 18 metri neozelandese con una coppia a bordo. Mi fermo a chiacchierare con la signora e il nostro viaggio di 6 mesi mi appare come una breve vacanza. Loro sono partiti nel 2007 e progettano di tornare a casa tra 3 anni. Ovvero 7 anni per mare, il giro del mondo e anche con discreta calma. E noi qui a contare i giorni e le miglia da fare….
Vabbè non ci voglio pensare, meglio dimenticare i neozelandesi e usare come riferimento gli amici italiani che lottano per strappare una 3 settimane di ferie, come tante volte ho fatto io in passato!
A Pylos, cittadina semplice di non particolare bellezza, ricomincia la nostra ricerca di una ventola del motore. Ebbene sì, sembra che questo oggetto sulla nostra barca non ci voglia stare. In effetti ora che è rotta, acusticamente si sta meglio, c’è meno rumore quando il motore è acceso ma sappiamo che, anche se non è indispensabile, trattandosi dello strumento che permette di far uscire dal compartimento motore l’aria calda, è più sano che sia funzionante.  Costa 20 euro ma non è facile da trovare, alla fine soprassediamo, ci penseremo a Kalamata.
Stavo quasi per dimenticarmi!!! Nuova emozione di pesca oggi. E nuova buona azione ecologica e sensibile al problema dell’estinzione della specie tonno pinna gialla. Again Take and Release, questa volta con un esemplare di oltre 10 chili, stessa dinamica, stesso tuffo del miracolato pesce dalla plancetta di poppa. Stesso mix di soddisfazione e frustrazione di Giovanni. Il polipetto di plastica rossa che usiamo come esca, però, si è messo in sciopero, ha detto che la sua è competenza sprecata con noi e che manderà il suo curriculum vitae in giro per vedere se trova un altro posto.

lunedì 27 giugno 2011

Le Strofadi. Diciamocelo, due scogli in mezzo al mare.


“Però Spinaceto, pensavo peggio” dice Nanni Moretti in Caro Diario. “Però le Strofadi, pensavo meglio” dico io appena arriviamo dopo 25 miglia di navigazione e dopo aver sfiorato la profondità di 4.000 metri. La discussione con Giovanni verte su questo tema: un posto è necessariamente bello solo perché è remoto, selvaggio, lontano da tutto, in mezzo al mare? Secondo lui sì, secondo me no. 

Però possiamo dire che le condizioni specifiche influenzano notevolmente l’aspetto di un posto. Quando arriviamo ad Arpìa, la più a nord delle due Strofadi, la zona è reduce dalla burrasca di nord ovest che ci ha tenuti fermi due giorni a Zante, l’onda lunga si sente anche nel braccio di mare di mezzo miglio tra le due isole, l’acqua è un po’ torbida. Il mattino dopo, andata via l’onda, l’acqua più limpida, il grande monastero di Stamfani (la seconda isola) illuminato dalla luce bassa, le Strofadi riesco ad apprezzarle di più. 
Quel che mi appare chiaro e cosa a cui non ero preparata è che lasciata Zante, abbiamo lasciato alle nostre spalle la tipica geologia delle isole ionie, quei colori non li rivedremo fino al ritorno, troveremo dei turchesi, degli smeraldi nell’acqua ma quell’azzurro è tipico delle Ionie e nient’altro. Come sempre a sapere di perdere qualcosa provo una sensazione sgradevole, ma basta pensare ai colori a venire che capisco che ne vale la pena. L’arrivo alle Strofadi è segnato per Giovanni dall’emozione della pesca a fin di bene. Ovvero, inaugura la tecnica del take and release, che sarebbe prendi il pesce e poi lo liberi in mare. Molto sportivo, nel caso di Giovanni per nulla voluto e spontaneo. Diciamo che non ci dedichiamo particolarmente alla traina, mentre andiamo alla velocità migliore che possiamo, Giovanni lascia in acqua il filo con attaccato un polipetto di gomma rosso che dio solo sa come fa ad ingannare un pesce… Più o meno, quel polipetto è come un cagnolino al guinzaglio, da più di un mese gli facciamo fare un bagno ogni tanto e prima di arrivare lo ritiriamo su. Mai che qualcuno lo abbia importunato. Quand’ecco invece che all’improvviso, a 10 miglia dalle Strofadi e su un fondo di oltre 2000 metri, parte il mulinello della canna. Ci guardiamo stupiti e totalmente impreparati alla pesca d’altura, niente cintura per imbragare la canna, niente guanti, niente raffio per acchiappare il pesce. Giovanni inizia una lunga battaglia con quello che all’inizio gli sembra un ostacolo inanimato, forse un grande sacchetto di plastica, o una rete o chissà. Fa solo resistenza, non si dibatte all’inizio, ma poi eccolo comparire: un bel tonno di almeno 5 chili, Giovanni pensa già a come sfilettarlo, io, che detesto tutti i tonni che non siano in scatoletta e che non ci lascino il sacrosanto dubbio che si tratti di squali, penso solo alla puzza che farà. Una volta in superficie, la lotta diventa impari, a favore del tonno che, di fronte al nostro secchiello decisamente inadatto a ospitarlo e alle mani nude di Giovanni, si fa una gran risata, si libera dell’amo e riconquista la meritata libertà. Mentre Giovanni non sa se essere deluso o soddisfatto dall’esperienza, visto che è pur vero che stasera non si mangia pesce ma il polipo rosso acquistato a Leuca sta dando prova di utilità e il mare segni di vita, io immagino il ritorno a casa del tonno, con la signora tonna che battendo  la pinnetta sull’orologio gli chiede ragione del suo ritardo e lui che replica “zitta, non mi dire niente che oggi son vivo per miracolo eh?”.
Ancorati alle Strofadi, ci raggiunge nel pomeriggio un piccolo peschereccio, il Xristina X, mi chiedo se la X stia per segnalare la decima barca del pescatore o è una sorta di citazione di Malcom X, domande inutili, alle Strofadi non hai molto altro da fare. Quel che noto è che i pescatori qui, sono più rilassati rispetto ai nostri. In Italia li vedi sempre in movimento, butta le reti, torna in porto, ritira le reti, torna in porto. Qui invece dopo aver buttato le reti vanno a ancorarsi in una baia e lì passano parecchio tempo. Nel nostro caso, il Xristina X è rimasto tutta la notte.   
Al monastero di Stamfani vive un monaco. Dicono non sia molto socievole, d’altra parte chiedere ad un eremita di essere compagnone è un po’ come chiedere a un imbonitore di essere sincero. Scendiamo a terra e andiamo a curiosare. Il monaco si è ben organizzato, ha anche costruito una piccola diga per riparare le sue barchette da pesca. Il monastero è chiuso con un paletto ma lì vicino si sentono rumori dai campi, probabilmente il nostro amico sta zappando la terra. Si potrebbe continuare ad esplorare ma l’abbaiare di un cane, evidentemente ancor meno socievole del monaco, fa scappare Giovanni a gambe levate. Lasciamo questa nowhere land impervia e selvaggia senza grandi rimpianti, però bisogna dire che un cielo così stellato erano anni che non lo vedevamo. Abbiamo ritrovato il buio totale, qualcosa a cui nell’era dell’inquinamento luminoso non si è più abituati.

sabato 25 giugno 2011

Zacinto. La spiaggia del relitto e lo sbarco dei dannati.


Dedichiamo a Cefalonia un solo bagno sulla costa sud e poi voliamo giù (letteralmente, con un bel ventone al traverso) verso Zacinto, l’isola più meridionale delle Ionie. Abbiamo seminato i charteristi, ne eravamo sicuri,  gravitano tra Corfù e Itaca, più in là non vanno, di solito la vacanza è troppo breve. 
Zacinto è disseminata di grotte a picco sul mare, sulla più famosa, la Blue Cave, a nord est dell’isola, hanno messo un grande cartello con freccia, visibile da oltre 1 miglio con scritto “Have a look inside!”. Dicono non abbia nulla da invidiare alla grotta azzurra di Capri, non possiamo testimoniarlo, non ci siamo entrati, visto che il mare è mosso ed è impossibile ancorarsi su quelle profondità. In più, entrare in una grotta con un cartello sopra che invita ad visitarla non rientra nelle nostre attività preferite. Scorriamo il lato ovest dell’isola, quello esposto al vento dominante, selvaggio e aspro. Bellissimo. Arriviamo prima delle 8 di mattina alla  spiaggia del relitto, praticamente l’immagine simbolo della Grecia, quella che si trova sulle copertine di tutti i depliant e  delle guide turistiche, in tempo in tempo per trovarla deserta e l’immagine è davvero suggestiva. Sembra che quel relitto sia stato portato lì appositamente, tanto ci sta bene su quella spiaggia. Le alte rocce intorno che tengono in ombra la spiaggia, l’acqua azzurra, il rosso ruggine del relitto fanno di questo posto in questo momento uno spettacolo spettrale. Il tempo di scendere a terra, fare un po’ di foto, girarci intorno ed ecco che comincia lo sbarco dei dannati. Liberi dai Charteristi, siamo nell’area dell’escursione giornaliera con pranzo a bordo. 
Decidiamo di goderci lo spettacolo per la prima ora,  con un certo cinismo e apprezzando l’idea di essere liberi di andarcene, ma anche con la voglia di studiare il fenomeno e di capirne un po’ di più. I primi ad arrivare sono evidentemente le escursioni un po’ più chic, piccoli motoscafi con al massimo 6/8 persone a bordo, probabilmente gruppetti portati lì da un servizio taxi dell’albergo. 
Mano mano che i minuti passano, arrivano le barche più grandi e i passeggeri diventano 30, 40, anche 100 per barcone. La barca suona la tromba e arriva fin sulla spiaggia, il freno è semplicemente la carena che tocca il fondo. Una scaletta più o meno rudimentale calata a prua ed ecco i dannati in fila pronti a sbarcare. E con loro, ciambelle, borse frigo, macchine fotografiche asciugamani etc. Gli viene dato più o meno mezz’ora o un’ora di tempo e poi, via, pronti a reimbarcarsi al colpo di tromba che si continua il giro dell’isola. 
Giovanni, impietoso, fotografa lo scempio umano, soffermandosi sulle prove di agilità dei dannati. Io mi concentro sul tentare di indovinare quale dei bagnanti sarà inesorabilmente investito dal prossimo barcone. Ma soprattutto mi chiedo perché tutti si dirigano verso il fazzoletto di spiaggia al sole, lasciando deserta quella in ombra, quando è chiaro che entro poco di ombra non ce ne sarà più e sarà rimpianta amaramente.  
 Nel giro di mezz’ora, il relitto è assaltato da orde di umani colorati, due ragazze per l’occasione sono arrivate in spiaggia vestite da pirati (spero sia un lavoro ben retribuito…), la spiaggia conta ormai più di mille persone.  Le barche ogni minuto che passa, crescono di dimensione e di densità di popolazione a bordo, quando vediamo arrivare un vero e proprio traghetto, capiamo che è arrivato il momento di abbandonare lo spettacolo. Inutile dire che due baie più in là, non c’è nessuno e si sta benissimo, ci sono le grotte, c’è l’acqua azzurra, manca solo il relitto. Speriamo non venga ai greci l’idea di metterne uno anche qui per incrementare il business.
Proseguiamo il giro con l’obiettivo di ancorarci per la notte nel grande golfo di Laganà, a sud dell’Isola. 
Ahimé, è parco naturale e noi nutriamo una profonda avversione verso le zone adibite a parco marino. Basta guardare come hanno trasformato l’arcipelago della Maddalena per capire cosa intendiamo. Il regolamento non è chiarissimo ma per tutelare la riproduzione delle tartarughe è praticamente proibito l’ancoraggio in quasi tutta la baia, in alcune parti è vietata anche la navigazione a vela. La cosa curiosa è che l’oggetto della tutela dovrebbe essere la nidificazione di questi animali che come si sa avviene sotto la sabbia delle spiagge, dove però non è proibito allestire stabilimenti ricchi di ombrelloni. Ci prepariamo però ad essere ligi, dirigendoci davanti al borgo di Keri, unica parte dove è consentito l’ancoraggio, a rallentare l’andatura, vegliando a prua l’eventuale incrocio con l’animale coriaceo. 
Proprio all’entrata della baia, ci accorgiamo di un forte odore di plastica bruciata, pensiamo subito si tratti della nostra ventola del motore o di qualche altra parte e corriamo a verificare. No, non siamo noi e non è plastica bruciata, è petrolio. Il mare non è incredibilmente calmo, è semplicemente cosparso di petrolio. Bel parco, non c’è che dire, speriamo che le tartarughe abbiano scelto altrimenti quest’anno. Scopriamo poi da Tzanetos, ristoratore locale, che il petrolio non viene da un disastro ambientale o dai barconi vomita turisti ma dalla terra stessa. Questa zona è soggetta a continui piccoli terremoti e spesso dal fondo del mare, dopo una scossa fuoriesce il petrolio. Vuoi vedere che è proprio per questo che le tartarughe hanno deciso di nidificare qui? Hanno forse intuito che dove c’è petrolio c’è vita?