mercoledì 20 aprile 2016

Immagini che valgono più delle parole con cui ci confondiamo le idee.

Persone in arrivo all'isola greca di Lesbos (ph. Sergey Ponomarev, premio Pulitzer 2016)
Mi perdonerà, il mio Comandante, per aver postato qui una foto non sua. Mi perdonerà, perché ne sa meglio di me il valore, ne riconosce il talento e la sensibilità, ne condivide l'emozione.
Migranti, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, extracomunitari, clandestini. Ogni giorno sfogliamo le pagine elettroniche che fanno da texture delle nostre giornate e da seconda pelle alla nostra vita e leggiamo tante parole diverse usate più o meno a sproposito per descrivere delle persone.
Queste sono, persone.
E questo è oggi il grande potere della fotografia, o dell'arte visiva in genere: mostrarti le cose e ricordarti che hanno un nome che le rappresenta, uno solo è quello giusto, tutti gli altri sono facce di un caleidoscopio, descrivono solo in parte.
Te lo ricordano, non te lo suggeriscono. Perché sono gentili le foto, silenti e suggestive.
Le fotografie ti guardano in faccia e ti dicono "E tu, cosa ci vedi?"
Da sempre, da quando ci conosciamo, io e Giovanni ci dividiamo l'occhio e la parola, lui il primo, io la seconda. In questa nostra nuova vita il suo occhio e la mia parola collaborano, si sfidano, litigano e si ritrovano in sintonia, perché è difficile non essere in sintonia dopo 30 anni vissuti insieme.
Sintesi e analisi, dettagli e visione di insieme. A turno ci spostiamo nei 4 angoli dell'interpretazione.
Vuoi per vocazione, vuoi per pigrizia visiva, ho sempre preferito la parola all'immagine, ma mi accorgo che il silenzio dietro una bella foto racconta un vocabolario di parole unico al mondo, quelle di chi guarda. Oggi più che mai, sento che quella domanda muta di Sergey "E tu, cosa ci vedi?" riesce a farmi pensare molto di più di una domanda esplicita.
E allora gli rispondo a Sergey. E so che gli importa.
In una parola, Sergey, ci vedo fiducia.
Quella fiducia che è un passo più avanti della speranza che hanno messo in valigia, perché alle spalle c'è già tanta vita vissuta, tanta storia personale, tanto dolore e un po' di mare che, se anche è poco, minaccia sempre di essere troppo. 

Fiducia, perché la vita - pensano - non potrà essere peggiore di quel che è stata. Fiducia, nelle loro braccia tese, nella terra vicina, nell'Europa a un passo, quell'Europa che a noi sembra cadere in pezzi ma per loro è un Eldorado tanto sognato. Forse lo sanno già che quest'Europa non li vuole, ma non si offendono, non possono, non hanno alternative. Fiducia, perché essere pessimisti è roba da privilegiati.
Chissà se l'uomo in acqua che tira la barca è uno di loro o un abitante di Lesbos corso a tender loro una mano, tu lo sai Sergey? Sarebbe bello fosse questa seconda ipotesi la risposta. Sarebbe bello ed è probabile. Li ho visti, io, i greci a tender le mani.
Quel ragazzo lì a prua, ecco, solo lui, non mi racconta fiducia ma paura, diffidenza, cautela. Sta guardando te, il tuo obiettivo puntato, non sa come vuoi raccontare la sua storia, cosa ci farai con questa immagine, quali parole l'accompagneranno. Ma, forse, un attimo dopo, lo hai salutato, gli hai sorriso e lui ha capito. Forse qualche fotogramma più in là, anche il ragazzo a prua avrebbe detto "Fiducia".
Ecco, ci vedo questo, dietro questa immagine: l'incredibile e magico momento in cui la speranza lascia il passo alla fiducia. Ora sta a noi non deluderla. 

mercoledì 13 aprile 2016

Coazione a ripetere

In navigazione verso Kastelorizo, 2014
"Ma non sei stufa di tornare in Egeo?”
Questa è la domanda che mi sento rivolgere spesso negli ultimi tempi. Sono passati 5 anni da quando, in un momento che era perfettamente equidistante tra l’inizio dell’attività lavorativa e quello che avrebbe dovuto essere l’inizio dell’età pensionabile, ho deciso di dire addio a una vita incentrata sul lavoro, di spingere il tasto “prossima fermata” e prendere il mare per lunghi periodi.
Da allora, ogni anno, P’acá y p’allá salpa dall’Argentario sempre diretta nello stesso punto: quel magico pezzo di mare costellato di isole che si chiama Egeo.
Quest'anno lo farà per la sesta volta.
I veri navigatori, o sedicenti navigatori, mi guardano con sospetto. Sembra che un viaggiatore che si rispetti si muova sempre verso l’ignoto, abbia fame di conoscere tutto e di circumnavigare il globo. Per questo, la sua meta è sempre un po’ più distante da casa e mai e poi mai tornerebbe dove ha già fatto scivolare la chiglia. Oppure ci tornerebbe, ma c'è già stato e allora, che racconta? Quasi come se per un viaggiatore l'importante fosse mettere la propria bandiera su un sasso. Fatto, si può dire "Io ci sono stato". E poi? C'è un premio?
Il problema è che io amo l’ignoto ma poi mi ci affeziono. Il mio viaggiare è in fondo un costante e continuo cercare casa. E la trovo sempre, ogni anno e in ogni isola, e la casa, si sa, si fa fatica a lasciarla. Ci riesci solo se prometti a te stesso che vi farai ritorno. A questo punto ho centinaia di “case” sparse in Egeo, sono le isole che ho visitato, piccoli autentici paradisi mediterranei.
Certo, è una casa che ti somiglia. Vicina, con le tue stesse radici, con una Storia in cui ti è facile riconoscerti. Perché viaggiare non significa necessariamente andare dall'altra parte del mondo e nemmeno lontano se non hai l'obbligo di dover raccontare al mondo un'impresa. E io le imprese non le ho mai amate.
Quando prendi la tua vita, la butti all’aria e prendi il mare cambiando tutte le tue regole e le tue abitudini, sei decisamente in cerca di un altrove. Non mi sarei fermata finché non l’avessi trovato. Fortuna ha voluto che il mio altrove era davvero vicino.
L’Egeo è l’ultimo paradiso navigabile del Mediterraneo. Qualche migliaio tra isole abitate e scogli selvaggi seminati in un mare blu, spazzato da un vento imperioso. Un popolo splendido, simile a noi ma diverso da noi: accogliente, ospitale, generoso, soprattutto con chi arriva dal mare. Più sofferente di noi in questi tempi difficili, eppure meno sofferente di noi grazie alla sua indole.
L’Egeo è il mare dove navighi sereno: la vita ha un costo davvero basso, i porti sono sempre accessibili e la sosta, quando costa, costa un’inezia. Tante isole, tutte vicine, è un mare da traversate giornaliere, impegnative anche, ma con tante terre emerse che ti offrono sempre un punto di arrivo, per lo più solitario perché lo spazio è tanto e c’è posto per tutti.
Poi c’è lui, il Meltemi, quel vento un po’ bastardo che quando arriva non smette mai, neanche di notte ed è talmente vivace da diventare, di fatto, un ospite a bordo. Anche a lui mi sono affezionata e non potrei più farne a meno. Ci vuole tempo ma a un certo punto capisci che è il Meltemi a far bello l'Egeo.
Ho smesso di scrivere questo blog un po' prima di finire le isole abitate, l'altr'anno ne mancavano tre, Thasos, Samotracia e Lesbo, di cui su questo blog non v'è traccia. Il silenzio è sceso in me prima di completare quell'inconsapevole e quasi casuale marcatura del territorio. Oddio, a suo modo un'impresa, bleah! Non diamole importanza, così si può continuare a ritornare. 
E il resto del pianeta? E la circumnavigazione del globo?
C’è tempo e poi chi l’ha detto che abbiamo una sola vita?

sabato 11 luglio 2015

La mia Grecia del NO.


E, pazienza, la cronologia del diario di bordo quest'anno sarà un po' casuale, disordinata, non necessariamente nell'ordine che dovrebbe avere. Tante miglia sono passate dall'ultima volta che ho scritto. L'attualità mi ha rapito e tenuto con gli occhi incollati sui luoghi e sulla gente. O, più sinceramente, mi sono come al solito impigrita e mi sono ritrovata con una montagna di arretrato da raccontare. 
Può attendere, l'urgenza ora di parlare di altro è prepotente e non lascia spazio. Sono parole che vogliono uscire, rotolare dalle mie dita su questo foglio di finta carta bianca. 
Cercherò di fluidificare la mia rabbia, ma non sono sicura di riuscirci, e poi, non è neanche vero, non penso che ci proverò realmente. Benedico l'aver imparato da bambina e da autodidatta la dattilografia veloce a 10 dita (facevo tante cose strane, anche imparare a memoria gli Stati Uniti d'America in ordine alfabetico): le mie dita vanno quasi più veloce del pensiero, o almeno, vanno alla stessa velocità, non c'è spazio per i ripensamenti, per le censure e molto poco per la riflessione. Si vede, lo so. Pazienza.
"Ti sei portata le dracme dietro, sì?"
A fare una classifica delle domande idiote che mi sono state rivolte da italiani in questo periodo, questa le batte tutte, sia per qualità che per quantità. Ora, chi si dovesse riconoscere non se la prenda troppo, posso assicurare loro che erano in abbondante compagnia.
Ma, fin qui, son battute sciocche, innocue, inutili come una penna senza inchiostro, no, più inutili, con la penna senza inchiostro qualcosa ci fai.
Poi sono arrivati sinceri messaggi da amici e da sconosciuti, preoccupati e allarmati. "Dovrei venire in Grecia quest'estate ma sui giornali dicono sia pericoloso, c'è davvero la guerra civile?" ... "Ho letto il tuo libro   e mi fido di te, scusa se ti disturbo ma mia figlia e i suoi amici dovevano partire per la Grecia, è meglio evitare vero? i giornali dicono che non ci sono più medicine!!" ... "ciao Francesca, dovrei venire in Grecia ma puoi darmi qualche notizia per tranquillizzare mia madre? E' vero che i supermercati sono vuoti e i traghetti non fanno più le corse? Lo ha letto su Repubblica" ..."Hai contanti a sufficienza? I giornali dicono che i bancomat non erogheranno più nemmeno per le carte straniere"
E allora li ho guardati questi giornali italiani, cosa che evito sempre volentieri negli ultimi anni perché lo so che non si tratta più di notizie ma di opinioni che si vogliono trasferire, amplificare, moltiplicare velocemente. Quelli bravi a discernere li leggono tutti e poi mediano e distinguono. Ma ci vuole tempo e, sinceramente, il tempo è vita e preferisco farci altro.
Ma stavolta l'ho letti perché non ci potevo credere, non mi sembrava possibile che questa montagna di sciocchezze potesse trovare posto su quotidiani come Il Corriere della Sera e Repubblica, per dirne due.
"Iniziano a scarseggiare le materie di prima necessità sulle isole. Mancano carne e pesce", scriveva una testata e, velocemente come in un circolo di comari di paese, la notizia veniva riportata sui social network da decine e decine dei miei contatti.
Capisco che il bisogno di leggere e diffondere catastrofi sia la droga di questo millennio ma qualcuno vorrà soffermarsi a pensare, a diffidare, a usare la logica, prima di fare gratuitamente da veicolo a questa insensata guerra dei mass media? Il pesce..... da dove pensate che arrivi il pesce in un paese che ha quasi 200 isole abitate e una superficie affacciata sul mare come questa? Da Berlino? Da Bruxelles? Dalla laguna di Orbetello? O pensate forse che il mar Egeo sia una propaggine della BCE e chiuda i cordoni della borsa se il governo greco non rispetta le scadenze?
Perché e a chi conviene boicottare il turismo in Grecia, attaccandoli così nella loro prima risorsa economica? È questa la domanda che bisogna farsi.
Ma è troppo per me, mi manca cultura economica e politica per poter analizzare a fondo il tema.
Posso solo guardarmi intorno, confrontare questa Grecia vera con quella che raccontano i giornali e sapere che, evidentemente, a qualcuno conviene.
Se uno mi deve dei soldi io spero che gli affari gli vadano bene perché così, solo così, sarà forse un giorno in grado di ridarmeli. Non invito i miei elettori a non comprare i loro prodotti, cara signora Merkel.
Mentre succedono queste cose sono tra il canale di Evia e le Sporadi settentrionali. Faccio un bancomat ad ogni sosta solo per smentire le notizie che arrivano dall'Italia, non certo per paura che rifiutino il prelievo agli stranieri. 
Perché mai dovrebbe un Paese in crisi impedirti di prelevare soldi dal tuo conto straniero e quindi di spenderli da loro? Poi mi pento, sto prendendo soldi che non mi servono, rischio di esaurire il loro contante. Ma il problema non sembra sussistere: le file ai bancomat non ci sono e tutti gli POS funzionano. I greci possono ritirare 60 euro al giorno, "un'economia da guerra!!!!", strillano le prefiche italiane sulle pagine di Facebook. Ma 60 euro al giorno sono 1.800 euro al mese e qui con questa cifra ci vivono 3 mesi. E infatti, le file al bancomat non ci sono o, quando ci sono, sono di 3 o 4 persone, calme, tranquille, sorridenti e cortesi tanto che un signore anziano davanti a me mi fa segno di passare avanti. Ovviamente non lo faccio, ma è un segnale, segnale che il panico di esaurimento da contanti non c'è, oppure segnale di altruismo, chissà...
Il 6 luglio, così come comunicato da Tsipras, le banche riaprono i battenti. E allora sì, lì c'è un po' di fila. Sono a Limnos - Sporadi orientali, quasi Turchia - davanti all'Alpha Bank c'è una fila composta di una decina di persone, più o meno quelle che ci sono da noi all'apertura delle filiali ogni giorno, un millesimo di quelle che si accalcano fuori dagli Apple Store all'uscita del nuovo iPhone.
Una differenza con noi c'è. Anzi 2. Nessuno si lamenta e la Banca ha messo un tavolino con un paio di bottiglie d'acqua minerale e un vassoio di loukoumades, per allietare quei 15 minuti di chi attende il suo turno in strada.
I market di verdura e frutta fresca traboccano di merce, i supermercati sono stracolmi, nelle grandi catene AB o Carrefour trovi un trionfo di merce che al confronto i nostri supermercati impallidiscono. Prodotti greci, italiani, francesi e persino tedeschi. Qui vendono, quindi consegnano. 
I traghetti arrivano come sempre, in continuazione, siamo in alta stagione e le corse, a Skopelos, sono frequenti. I ristoranti lavorano, i turisti stanno bene. Ne vedo meno del solito, ma non posso fare una statistica, l'affluenza è una sensazione che cambia ogni giorno.
Ed ecco che ripartono i catastrofisti.... "Ma tu sei nelle isole, le isole sono ricche, ben diversa la situazione in città". Verissimo, la crisi nelle isole e nelle località di mare arriva attutita in Grecia come in Italia. Però le isole non sono ricche, c'è solo meno divario tra ricchezza e povertà ed è quello il problema del mondo moderno. Qui vivono semplicemente con poco, se lo fanno bastare, non cercano di più.
E allora, andiamo a vedere che succede ad Atene dove sono passata 15 giorni prima e la vita scorreva come sempre, ma era prima del rifiuto di Tsipras, prima della scadenza della rata del debito greco. Mi aiuta il mio amico Roberto, anche lui per mare per metà della sua vita, che sceglie di fermarsi a Atene nei giorni del NO per fare una cronaca obiettiva dei fatti. E la sua cronaca corrisponde alla mia quassù. Atene, come le isole, è come sempre. 
Mi aiuta mia cugina Monica che mi manda notizie, foto e video di Atene fatte dal suo compagno Andreas, greco di Atene. In quelle immagini "la guerra civile" raccontata dai giornali italiani è una festa di piazza, allegra e orgogliosa, cantata molto più che urlata.
E adesso, apparentemente, mi contraddirò: la Grecia è in uno stato di emergenza umanitaria, la povertà qui è vera povertà che non si misura con la 3a macchina in famiglia cui si deve rinunciare o con le vacanze che saltano ma con i pasti che in certi casi non sono più due al giorno e con le medicine che il servizio sanitario non è più in grado di passare gratuitamente.
Ma non è cosa di oggi e non è figlia del No di Tsipras, è una realtà ormai storica. Dove eravate direttori dei giornali negli ultimi anni? Dove eravate statisti da social network? 
La Grecia è povera e non è in grado di pagare quel debito. E la povertà della Grecia è anche il motivo per cui la vogliono in Europa, perché non ci sono ricchi se non ci sono poveri su cui speculare, la povertà della Grecia è la ricchezza degli altri. 
Ed è per questo che il No, secco, deciso, coraggioso ha seminato il panico nel mondo. Ed è per questo che ho fatto il tifo per il No.
Bene, è tutto come sempre, come negli ultimi 5 anni: difficile per loro, un paradiso per i turisti. 
C'è solo una differenza: La Grecia ha detto No, con il coraggio di chi ne ha viste tante, con la disperazione di chi non può che dire No ai continui soprusi che sta subendo. Ha detto No ma senza clamore, quasi con indifferenza. Se non avessi letto i giornali, se non avessi avuto internet, non mi sarei accorta di  nulla.
"Noi siamo forti di Storia, non abbiamo paura" mi dice una ragazza che gestisce l'autonoleggio a Limnos. Poi, con ingenuità, aggiunge "Peccato che questi fatti però siano accaduti in alta stagione, la gente si spaventa e rischiamo che cali il turismo. Siamo stati sfortunati"
Sfortunati un cavolo, era tutto pensato. Immagino i tavoli importanti, immagino la controffensiva mediatica studiata, organizzata, progettata. Colpire la Grecia nel turismo, spaventare la popolazione, invitare a votare per il Sì e a destituire un governo così scomodo per l'Europa. 
Immagino i direttori dei giornali, correggere e enfatizzare i pezzi che hanno commissionato ai loro giornalisti a progetto. Non importa se non sono credibili, diciamo che manca il pesce, che le compagnie aeree annullano i voli, tanto prima che qualcuno ci smentisca la notizia avrà fatto audience.
L'uomo moderno ha bisogno di catastrofi, non siamo figli della tragedia greca ma della sceneggiata napoletana. 
A guardare il sito Meteo.it si può pensare che un giorno sì e uno no è in arrivo la fine del mondo. Ecco che semplici perturbazioni prendono il nome epico di flagelli. Perché? Perchè con il disastro si fa audience, e si vende più pubblicità. E noi lì, sciocchi e impotenti, a comprare, a amplificare, a fare eco. Per di più gratuitamente.
Un amico mi ha accusato di ottimismo, mi ha paragonato a quello che cadendo dal 80° piano di un grattacielo, ad ogni piano dice "fin qui tutto bene". Ha ragione, sono io. Qualcuno però disse "l'ottimista e il pessimista sono due imbecilli, la differenza è che il primo è un imbecille felice".
E allora mi sta bene così.
Questo cartello che vedete nella foto in testa a questo pezzo mi ha fatto prima sorridere e poi mi ha lasciato l'amaro in bocca. 
Ci troviamo nel sito archeologico di Poliochni a Limnos, dove si vede ancora la struttura di quella che fu la prima organizzazione cittadina d'Europa (e del mondo, ovviamente). Parliamo di roba fatta 6.000 anni fa, c'erano sale consiliari e magazzini per la custodia del grano e una canalina per la raccolta dell'acqua piovana. 6.000 anni fa... Vogliamo insegnare a questo popolo l'economia e il commercio? Vogliamo insegnare loro a organizzarsi? Non siamo ridicoli, leggiamo la Storia, questo non è che un piccolo, insignificante, segmento di essa.
Ancoriamo la barca sotto il sito, in un dedalo di scoglietti e dopo esserci sincerati del buon ancoraggio, saliamo a piedi un viottolo di una ventina di metri. Nessun biglietto d'ingresso nonostante ci sia un custode e una piccola saletta museale con la descrizione essenziale ma precisa degli scavi. Il custode si avvicina e mi chiede se parlo greco "Ellenikà?", "Uhm no, English?". Mi indica la barca e dice "Ship" però non ne sa altre e allora "Vrack, skafòs". Ci sono gli scogli, attenzione, mi avverte.
Questa è la Grecia, tutto il resto sono balle.
Ma dicevo del cartello. Non può che far sorridere un cartello con scritto "Vietato prendere qualsiasi cosa", il sito è accessibile facilmente anche in orari di chiusura e devono avergli imposto di scrivere quel cartello. Me li immagino a pensare a cosa vietare di portar via. Sassi? reperti? terra? Il termine giusto non lo hanno trovato ed ecco che la via più semplice per chi non è abituato a vietare è "qualunque cosa".
"Vietato prendere qualsiasi cosa", peccato lo abbiate detto in ritardo, amici miei. Dopo che quelli che oggi sono i vostri partner hanno saccheggiato a man bassa nel vostro Paese, per secoli, per millenni. Fatevi ridare la Nike di Samotracia, la Venere di Milo, i Bronzi di Riace....... C'è un giornalista volenteroso pronto a fare un elenco di ciò che manca alla Grecia perché se lo sono portati via?

La Grecia non è povera, è ricchissima, solo che la sua ricchezza ce la siamo rubata noialtri.

giovedì 18 giugno 2015

Quartiere Egeo.

La nostra Grecia di oggi è molto diversa da quella di 5 anni fa. Non la Grecia in quanto tale, lei è immutabile, non cambia, non con i tempi con cui noi umani stressati e sovreccitati registriamo il cambiamento. Ma la "nostra" Grecia, quella sì, è diversa. 
Eravamo in due in questo immenso specchio d'acqua e terre popolato da sconosciuti, ogni barca incontrata era un nuovo incontro, ogni faccia a terra una scoperta.
Oggi, invece, questo mare è un piccolo paese. Cerco di ricordare tutti quegli amici naviganti che "sono di stanza" in Egeo e dintorni e ogni volta che finisco l'elenco mi accorgo di aver dimenticato qualcuno. E ricomincio da capo, come la conta delle pecore prima di dormire, come il gioco che facevo da piccola, declamando a memoria tutti gli stati USA in ordine alfabetico.
Da persona poco ordinata quale sono, non ho una mappa scritta che vada oltre il ricordo, mi piace nella mia nuova vita ricordare le cose a memoria, senza segnarle. Se ricordo il nome della tua barca o di tua moglie non è perché l'ho scritto da qualche parte ma perché ti ho pensato. Se non lo ricordo, non è che non ti ho pensato, è che sono distratta. Di alcuni ho il numero nella rubrica del cellulare greco, di altri in quello italiano, di altri ancora un appunto sul portolano o su un pezzo di carta tra i biglietti da visita della qualunque che tengo nel tavolo di carteggio.
(Sì, una volta ero un manager ma…. Ora lo posso dire, ero un manager geneticamente disordinato e disorganizzato. Eclettico, creativo, intuitivo, forse,  ma sicuramente per nulla metodico. Ebbene sì, cari ex clienti, avete rischiato brutto, ma non ne avevate sentore e ora è acqua passata.)
La memoria manda un piccolo segnale quando passiamo da qualche parte e ci fa pensare "chissà se X, Y e Z sono da qui intorno", si cerca di capire e se non sono lì sono altrove ma, fedeli come noi al mare più bello del mondo, non tradiscono, in qualche piazza di questo quartiere Egeo sono senz'altro o stanno per arrivare, e se invece sono andati via, torneranno.
C'è Alberto con il suo Gaia, lo immaginiamo alle Sporadi ma chissà. Ogni volta che vediamo una spiaggia di sabbia, alziamo lo sguardo per vedere se c'è lui a raccoglier telline. Ci sono Michele e Sabrina che sono sui nostri stessi passi di una settimana fa e hanno l'entusiasmo e la voglia di libertà del mio primo viaggio. C'è Max con cui abbiamo passato una bella serata a bordo di P'acá y p'allá alla fonda a Salamina. Max che ci aveva aspettato in banchina a Corinto e che abbiamo raggiunto poco dopo per un consulto su uno stiramento muscolare alla spalla di Giovanni. La serata con lui e Arturo è di quelle che restano nel diario dell'anima. Paola è dovuta rientrare ma tornerà e se non ci si incontra ora, ci si incontra in Dodecaneso. C'è Filippo a Kilada con il suo swan e quest'anno in qualche modo ci si incontra che mica si può parlare di Grecia solo a Cala Galera. C'è Peter che abbiamo conosciuto a Andros l’anno scorso in autunno e con cui abbiamo fatto pochi giorni fa il passaggio al ponte di Chalkis e un ouzo insieme pochi minuti dopo. C'è Fabrizio con moglie e il piccolo Pietro da qualche parte giù nelle cicladi minori, ci sono Alessandra e Domenico che son partiti 15 giorni dopo di noi ma grazie all'aereo hanno già fatto il doppio di strada. Ci saranno presto anche Carlo e Manu, con un posto speciale nel cuore perché loro, come noi, la barca se la riportano ogni anno a casa, con la fatica che comporta. C'è Gioia con Aldo che arrivano a fine luglio, poi rientrano, poi ritornano e quest'anno ce la faremo a incrociare le rotte. Ci sono Pietro e Luciana che partono a luglio da Cala Galera. C'è Enrico che ha una moglie greca e un figlio nuovo che aspettano lui e il suo Rikky 3 a Glyfada e forse arriva dall'Angola, via Lavagna a mollare gli ormeggi. C'è Roberto con il suo violoncello, uno dei nostri primi incontri di mare, ci siamo sfiorati per un soffio a Crotone e quando arriverà in Egeo noi saremo già troppo a nord. C’è Demetrios, italo greco che vive un po’ in Canada e un po’ a Volos e rimanda la partenza da Oreoi perché ha letto che arriviamo e ci aspetta. C'è Claudio con Monica, per quando sarà estate e saremo a Est. C'è Luigi con Nicla, c'è Antonio con Fiorenza, Leros per noi ha la loro faccia serena, ci incontriamo senz'altro. E poi c'è Salvatore che se non si sbriga ora che arriva alle Sporadi noi saremo tornati a sud. C'è Nicola che ha tradito e passerà un'estate a soffrire di nostalgia per l'Egeo e l'anno prossimo tornerà perché dal mal d'Egeo non si guarisce. C'è Nello che se quest'anno non stacca il cordone ombelicale dello Ionio e non viene in Egeo lo vado a prendere. C'è Benedetto, finalmente in pensione, che conta i giorni per venire ad assaggiare la Grecia. Poi arriverà Ruggiero, Mario, Stefano, ci sarà Ignazio, forse anche Marco Niccolò con la famiglia. C'è la "compagnia dei settantenni" che vuole sapere se siamo dalle parti di Chania a fine giugno e purtroppo no, siamo agli antipodi. E poi, e poi, e poi.
Col mio curriculum di Egeo, ho una discreta attività di consulenza per le rotte degli amici - conosciuti o no, poco importa -  e questo mi tiene informata sui loro spostamenti, mi fa affezionare al loro viaggio, mi fa guardare la meteo anche per loro.
Quanti amici e quanti ne ho dimenticati e tra qualche ora me ne ricorderò così, improvvisamente, sentendomi in colpa, ma la memoria è così, non seleziona solo le cose importanti, a volte le nasconde in un cassetto come si fa con l'ultima tavoletta di cioccolato tanto per sorprenderti poi e regalartela quando hai voglia di qualcosa di dolce.
Insomma, mi è più facile incontrare amici in Egeo oggi che a Roma d'inverno.
E ho citato solo i naviganti, non i locali che sono una certezza stanziale che mette tanti puntini a forma di cuore sulla mappa virtuale della memoria.
Sono rapporti diversi quelli che nascono sul mare: non ci si offende se manchi a un appuntamento, non la si prende come un'affronto personale. Passi da lì ma magari non ti fermi e non c'è bisogno di spiegare perché. Siamo viandanti senza meta e senza obbligo di presenza. Abbiamo una cosa in comune che è il viaggio e un'altra che è l'amore per l'Egeo. Su tutto il resto possiamo pensarla all'opposto ma non importa, semplicemente perché tutto il resto non ha importanza. E se anche fosse, se anche salta fuori qualcosa di stridente, puoi sempre salpare senza neanche dover dire "s'è fatto tardi, domani ho una riunione".

Quando conquisti la libertà ti viene voglia di compagnia. È in quel momento che l'altro acquista un valore, quando sai che è per te tanto essenziale quanto non necessario.

lunedì 15 giugno 2015

Il lago dentro il lago.

P'acá y p'allá all'ancora nella baia ovest di  Zoodokos (Alkionides)
La segnalazione mi arriva da Enrico: "Visto che sei lì, infilati nel golfo di Domvraina, dalle parti di Ormos Vathi, piccoli borghi, psarotaverne da urlo". E perché no? mettiamo un altro giorno qui, prima di passare il canale di Corinto così aspettiamo Max con cui stiamo facendo la staffetta dallo Ionio.
Approfondiamo, visto che l'area non ci è conosciuta. Fino all'Egeo siamo sprovvisti del "vero" portolano, quello di Capitan Elias edito della Eagle Ray: non abbiamo mai comprato quello delle Ionie perché amministrando la spesa a un volume per anno, quando era tempo di quel 4 volume, le conoscevamo già nei dettagli da consentirci questa taccagneria. Il 777 di Raffaello e Mario ho dimenticato di comprarlo per tempo. Resta l'Heikell a bordo, con cui non ho mai avuto un ottimo rapporto.
Il borgo di Agios Ioannou nel golfo di Domvraina
"Vediamo se c'è stato", mi dico. E concludo che c'è stato perché la descrizione sembra precisa: individuo il borgo di Ag. Ioannou come la mia meta dopo aver letto di  "due ancoraggi possibili nel braccio NW su fondo di sabbia 5-10 metri, o in quello NE 6-10 metri".
Chissà dove è stato.... a 10 metri da riva il fondale è ancora di 20 metri, il golfetto non ha propriamente quelle che si possono definire due braccia, una devono avergliela amputata. È invece un profondo fiordo in cui dare fondo all'ancora è una strana ambizione. Facciamo per girare la prua, quando vediamo un uomo uscire di corsa dalla sua casa e indicarci un gavitello  fatto di due taniche, facendoci segno che possiamo usarlo tranquillamente. E siamo nel mondo delle fiabe. Poco dopo di noi, arriva una bella barca in legno che dopo un po' di ripensamenti va a prendere l'altro gavitello più vicino alla riva.
Il vento è una brezza gentile, il cielo di quei colori da acquerello di Turner tipico delle giornate instabili, fa fresco, l'estate sembra lontana.
Alla taverna Psaropoula
Scendiamo a terra e facciamo il giro della casetta alla ricerca dell'insegna che ci confermi che si tratta di una taverna. 
È ben nascosto e assolutamente non rivolto al mare, quel cartello "Taverna Psaropoula" , ma i 10 tavolini sotto il pergolato erano già  il chiaro segno che non si trattava di una unità residenziale in cui vive una famiglia a cui piace mangiare su tanti tavoli separati.
"Certo che siamo aperti per cena, quando volete, siamo qui" e ci fa vedere il menù semplice, corredato da fotografie. Calamari, gamberi, sardine, polpi, sgombri affumicati. Di pesce bianco oggi niente, mi dice il gestore indicando il largo e scuotendo la testa. È lui, quello che ci aveva offerto il gavitello e ora si spiega tutto, secondo l'antica regola greca del "falli stare a loro agio e poi offrigli i tuoi servigi", quella ricetta di economia per cui, crisi o non crisi, almeno per mare, i Greci hanno già vinto.
Il fiordo di Ag. Ioannou
Scendono a terra anche gli austriaci del ketch di legno, da terra arriva un'intera famiglia greca colorata e allegramente rumorosa che sale su un barchino decisamente troppo piccolo per la quantità di persone e prende il largo per un bagno al tramonto dopo una giornata di lavoro e studi.
Mi siedo sulla panchina e guardo l'orizzonte chiuso dalle pareti del fiordo, salgo dieci metri sulla roccia e il guardo si apre fino a mostrare un nuovo orizzonte chiuso, quello di Domvraina. Dietro di esso c'è ne è un altro, un poco più ampio, quello del Golfo di Corinto.
Il mare è lago, dentro un lago, dentro un lago.
Un gioco di matrioske che rimbalza le luci, le ombre, i suoni e i colori. Un incastro unico e suggestivo dove il perdersi tra le terre esalta la sensazione di essere per mare.
Si fa sera e andiamo a cena. Noi, gli austriaci accanto e la famiglia greca tornata dalla gita.
Respiro l'aria familiare di tanti posti già visti, registrando l'unicum di questo singolo borgo. Con la stranezza data dalla meteo di confondere l'inizio stagione con il fine stagione, con la differenza che stavolta il giorno non finisce mai e quelle luci basse e quei colori rallentano e ritardano il loro spegnersi, quasi volessero fermarsi a cena anche loro.
Lo stretto tra Zoodokos e Daskalio (Alkionides) praticabile solo da nord
Il gestore è contento, mi indica i corpi morti e capisco che li ha messi da poco. Dice che domattina ne mette altri due. Io credo che debba tutto a Heikell, quest'uomo. Lo immagino aver visto ogni giorno barche arrivare fin quasi la riva con occhio speranzoso all'ecoscandaglio, naviganti fiduciosi alla ricerca di quel fondale di 5 metri  su sabbia che lì non c'è mai stato. Poi li vede delusi voltare la prua altrove e allora guarda sua moglie e dice "Ma se gli mettiamo un paio di corpi morti? Vuoi vedere che si fermano? In fondo, che ci vuole? Domani ci mando Spiros dopo la scuola".
Non so se qui è accaduto così, magari questi corpi morti sono qui da decenni e io ho immaginato male (non chiedetelo ad Heikell, comunque) ma sono convinta che sia questo lo spirito commerciale dei Greci. Laddove tu ti fermi, loro ti costruiscono accoglienza intorno. Un eucalipto, un tavolino, 4 sedie e una tovaglia di carta. E visto che dove si mangia in 5 si mangia anche in 10, basta abbondare con le dosi e la cena familiare diventa una taverna.
Il monastero abbandonato a Nisos Zoodokos
Il giorno dopo usciamo dal terzo girone del lago e poi dal secondo ma sempre nel lago restiamo.
Siamo alle isole Alkionides, ancoraggio classico per chi si predispone a passare il canale di Corinto arrivando da Ovest. Sono 3 piccole isolette messe a triangolo tra loro, ci ancoriamo proprio sotto il monastero abbandonato di Zoodokos oggi occupato da una famiglia di gabbiani piuttosto rumorosa e determinata a non mollare l'alloggio. Siamo davanti alla spiaggia con un piccolo convento, anch'esso abbandonato. Dietro la cappella del convento, due tombe, probabilmente degli ultimi monaci che sono stati lì. Ora il sito è in ristrutturazione: betoniere, sacchi di cemento, tubi innocenti poggiati lì, ma potrebbero essere lì da decenni.
Un piccolo convento sulla spiaggia di Zoodokos
Siamo soli, finché non ci raggiunge l'austriaco sul suo legno e un bellissimo sweden yacht 45 battente bandiera del principato di Monaco. C'è una quiete assoluta, preambolo coerente di ciò che troveremo domani nel canale di Corinto: nessuna attesa e solo 3 barche. Sembra che abbiamo davanti una Grecia ancor più tranquilla del solito. Non ci dispiace, d'altra parte in fondo in fondo al cuore, vorremmo che fosse solo nostra.