lunedì 27 giugno 2011

Le Strofadi. Diciamocelo, due scogli in mezzo al mare.


“Però Spinaceto, pensavo peggio” dice Nanni Moretti in Caro Diario. “Però le Strofadi, pensavo meglio” dico io appena arriviamo dopo 25 miglia di navigazione e dopo aver sfiorato la profondità di 4.000 metri. La discussione con Giovanni verte su questo tema: un posto è necessariamente bello solo perché è remoto, selvaggio, lontano da tutto, in mezzo al mare? Secondo lui sì, secondo me no. 

Però possiamo dire che le condizioni specifiche influenzano notevolmente l’aspetto di un posto. Quando arriviamo ad Arpìa, la più a nord delle due Strofadi, la zona è reduce dalla burrasca di nord ovest che ci ha tenuti fermi due giorni a Zante, l’onda lunga si sente anche nel braccio di mare di mezzo miglio tra le due isole, l’acqua è un po’ torbida. Il mattino dopo, andata via l’onda, l’acqua più limpida, il grande monastero di Stamfani (la seconda isola) illuminato dalla luce bassa, le Strofadi riesco ad apprezzarle di più. 
Quel che mi appare chiaro e cosa a cui non ero preparata è che lasciata Zante, abbiamo lasciato alle nostre spalle la tipica geologia delle isole ionie, quei colori non li rivedremo fino al ritorno, troveremo dei turchesi, degli smeraldi nell’acqua ma quell’azzurro è tipico delle Ionie e nient’altro. Come sempre a sapere di perdere qualcosa provo una sensazione sgradevole, ma basta pensare ai colori a venire che capisco che ne vale la pena. L’arrivo alle Strofadi è segnato per Giovanni dall’emozione della pesca a fin di bene. Ovvero, inaugura la tecnica del take and release, che sarebbe prendi il pesce e poi lo liberi in mare. Molto sportivo, nel caso di Giovanni per nulla voluto e spontaneo. Diciamo che non ci dedichiamo particolarmente alla traina, mentre andiamo alla velocità migliore che possiamo, Giovanni lascia in acqua il filo con attaccato un polipetto di gomma rosso che dio solo sa come fa ad ingannare un pesce… Più o meno, quel polipetto è come un cagnolino al guinzaglio, da più di un mese gli facciamo fare un bagno ogni tanto e prima di arrivare lo ritiriamo su. Mai che qualcuno lo abbia importunato. Quand’ecco invece che all’improvviso, a 10 miglia dalle Strofadi e su un fondo di oltre 2000 metri, parte il mulinello della canna. Ci guardiamo stupiti e totalmente impreparati alla pesca d’altura, niente cintura per imbragare la canna, niente guanti, niente raffio per acchiappare il pesce. Giovanni inizia una lunga battaglia con quello che all’inizio gli sembra un ostacolo inanimato, forse un grande sacchetto di plastica, o una rete o chissà. Fa solo resistenza, non si dibatte all’inizio, ma poi eccolo comparire: un bel tonno di almeno 5 chili, Giovanni pensa già a come sfilettarlo, io, che detesto tutti i tonni che non siano in scatoletta e che non ci lascino il sacrosanto dubbio che si tratti di squali, penso solo alla puzza che farà. Una volta in superficie, la lotta diventa impari, a favore del tonno che, di fronte al nostro secchiello decisamente inadatto a ospitarlo e alle mani nude di Giovanni, si fa una gran risata, si libera dell’amo e riconquista la meritata libertà. Mentre Giovanni non sa se essere deluso o soddisfatto dall’esperienza, visto che è pur vero che stasera non si mangia pesce ma il polipo rosso acquistato a Leuca sta dando prova di utilità e il mare segni di vita, io immagino il ritorno a casa del tonno, con la signora tonna che battendo  la pinnetta sull’orologio gli chiede ragione del suo ritardo e lui che replica “zitta, non mi dire niente che oggi son vivo per miracolo eh?”.
Ancorati alle Strofadi, ci raggiunge nel pomeriggio un piccolo peschereccio, il Xristina X, mi chiedo se la X stia per segnalare la decima barca del pescatore o è una sorta di citazione di Malcom X, domande inutili, alle Strofadi non hai molto altro da fare. Quel che noto è che i pescatori qui, sono più rilassati rispetto ai nostri. In Italia li vedi sempre in movimento, butta le reti, torna in porto, ritira le reti, torna in porto. Qui invece dopo aver buttato le reti vanno a ancorarsi in una baia e lì passano parecchio tempo. Nel nostro caso, il Xristina X è rimasto tutta la notte.   
Al monastero di Stamfani vive un monaco. Dicono non sia molto socievole, d’altra parte chiedere ad un eremita di essere compagnone è un po’ come chiedere a un imbonitore di essere sincero. Scendiamo a terra e andiamo a curiosare. Il monaco si è ben organizzato, ha anche costruito una piccola diga per riparare le sue barchette da pesca. Il monastero è chiuso con un paletto ma lì vicino si sentono rumori dai campi, probabilmente il nostro amico sta zappando la terra. Si potrebbe continuare ad esplorare ma l’abbaiare di un cane, evidentemente ancor meno socievole del monaco, fa scappare Giovanni a gambe levate. Lasciamo questa nowhere land impervia e selvaggia senza grandi rimpianti, però bisogna dire che un cielo così stellato erano anni che non lo vedevamo. Abbiamo ritrovato il buio totale, qualcosa a cui nell’era dell’inquinamento luminoso non si è più abituati.

sabato 25 giugno 2011

Zacinto. La spiaggia del relitto e lo sbarco dei dannati.


Dedichiamo a Cefalonia un solo bagno sulla costa sud e poi voliamo giù (letteralmente, con un bel ventone al traverso) verso Zacinto, l’isola più meridionale delle Ionie. Abbiamo seminato i charteristi, ne eravamo sicuri,  gravitano tra Corfù e Itaca, più in là non vanno, di solito la vacanza è troppo breve. 
Zacinto è disseminata di grotte a picco sul mare, sulla più famosa, la Blue Cave, a nord est dell’isola, hanno messo un grande cartello con freccia, visibile da oltre 1 miglio con scritto “Have a look inside!”. Dicono non abbia nulla da invidiare alla grotta azzurra di Capri, non possiamo testimoniarlo, non ci siamo entrati, visto che il mare è mosso ed è impossibile ancorarsi su quelle profondità. In più, entrare in una grotta con un cartello sopra che invita ad visitarla non rientra nelle nostre attività preferite. Scorriamo il lato ovest dell’isola, quello esposto al vento dominante, selvaggio e aspro. Bellissimo. Arriviamo prima delle 8 di mattina alla  spiaggia del relitto, praticamente l’immagine simbolo della Grecia, quella che si trova sulle copertine di tutti i depliant e  delle guide turistiche, in tempo in tempo per trovarla deserta e l’immagine è davvero suggestiva. Sembra che quel relitto sia stato portato lì appositamente, tanto ci sta bene su quella spiaggia. Le alte rocce intorno che tengono in ombra la spiaggia, l’acqua azzurra, il rosso ruggine del relitto fanno di questo posto in questo momento uno spettacolo spettrale. Il tempo di scendere a terra, fare un po’ di foto, girarci intorno ed ecco che comincia lo sbarco dei dannati. Liberi dai Charteristi, siamo nell’area dell’escursione giornaliera con pranzo a bordo. 
Decidiamo di goderci lo spettacolo per la prima ora,  con un certo cinismo e apprezzando l’idea di essere liberi di andarcene, ma anche con la voglia di studiare il fenomeno e di capirne un po’ di più. I primi ad arrivare sono evidentemente le escursioni un po’ più chic, piccoli motoscafi con al massimo 6/8 persone a bordo, probabilmente gruppetti portati lì da un servizio taxi dell’albergo. 
Mano mano che i minuti passano, arrivano le barche più grandi e i passeggeri diventano 30, 40, anche 100 per barcone. La barca suona la tromba e arriva fin sulla spiaggia, il freno è semplicemente la carena che tocca il fondo. Una scaletta più o meno rudimentale calata a prua ed ecco i dannati in fila pronti a sbarcare. E con loro, ciambelle, borse frigo, macchine fotografiche asciugamani etc. Gli viene dato più o meno mezz’ora o un’ora di tempo e poi, via, pronti a reimbarcarsi al colpo di tromba che si continua il giro dell’isola. 
Giovanni, impietoso, fotografa lo scempio umano, soffermandosi sulle prove di agilità dei dannati. Io mi concentro sul tentare di indovinare quale dei bagnanti sarà inesorabilmente investito dal prossimo barcone. Ma soprattutto mi chiedo perché tutti si dirigano verso il fazzoletto di spiaggia al sole, lasciando deserta quella in ombra, quando è chiaro che entro poco di ombra non ce ne sarà più e sarà rimpianta amaramente.  
 Nel giro di mezz’ora, il relitto è assaltato da orde di umani colorati, due ragazze per l’occasione sono arrivate in spiaggia vestite da pirati (spero sia un lavoro ben retribuito…), la spiaggia conta ormai più di mille persone.  Le barche ogni minuto che passa, crescono di dimensione e di densità di popolazione a bordo, quando vediamo arrivare un vero e proprio traghetto, capiamo che è arrivato il momento di abbandonare lo spettacolo. Inutile dire che due baie più in là, non c’è nessuno e si sta benissimo, ci sono le grotte, c’è l’acqua azzurra, manca solo il relitto. Speriamo non venga ai greci l’idea di metterne uno anche qui per incrementare il business.
Proseguiamo il giro con l’obiettivo di ancorarci per la notte nel grande golfo di Laganà, a sud dell’Isola. 
Ahimé, è parco naturale e noi nutriamo una profonda avversione verso le zone adibite a parco marino. Basta guardare come hanno trasformato l’arcipelago della Maddalena per capire cosa intendiamo. Il regolamento non è chiarissimo ma per tutelare la riproduzione delle tartarughe è praticamente proibito l’ancoraggio in quasi tutta la baia, in alcune parti è vietata anche la navigazione a vela. La cosa curiosa è che l’oggetto della tutela dovrebbe essere la nidificazione di questi animali che come si sa avviene sotto la sabbia delle spiagge, dove però non è proibito allestire stabilimenti ricchi di ombrelloni. Ci prepariamo però ad essere ligi, dirigendoci davanti al borgo di Keri, unica parte dove è consentito l’ancoraggio, a rallentare l’andatura, vegliando a prua l’eventuale incrocio con l’animale coriaceo. 
Proprio all’entrata della baia, ci accorgiamo di un forte odore di plastica bruciata, pensiamo subito si tratti della nostra ventola del motore o di qualche altra parte e corriamo a verificare. No, non siamo noi e non è plastica bruciata, è petrolio. Il mare non è incredibilmente calmo, è semplicemente cosparso di petrolio. Bel parco, non c’è che dire, speriamo che le tartarughe abbiano scelto altrimenti quest’anno. Scopriamo poi da Tzanetos, ristoratore locale, che il petrolio non viene da un disastro ambientale o dai barconi vomita turisti ma dalla terra stessa. Questa zona è soggetta a continui piccoli terremoti e spesso dal fondo del mare, dopo una scossa fuoriesce il petrolio. Vuoi vedere che è proprio per questo che le tartarughe hanno deciso di nidificare qui? Hanno forse intuito che dove c’è petrolio c’è vita?

giovedì 23 giugno 2011

Itaca. Petrosa e Ventosa.

Itaca e Cefalonia le viviamo come due scali. Abbastanza velocemente, un po’ toccata e fuga. Abbiamo voglia di scendere il Peloponneso e di privilegiare le isole piccole, almeno fino a Creta. La prima sera a Itaca prima di andare ad Atokos, ci fermammo a Ag. Nicolaos. Il vento soffiava potente e forti raffiche scendevano dalle montagne, abbiamo rinunciato subito a fermarci a Kioni o a Frikes dove i fondali profondi rendevano difficile l’ancoraggio. Ag. Nicolaos era un ottimo riparo, ben rafficato ma con mare calmo. In rada con noi altre due barche con equipaggio numeroso che si sono fissate anche con una cima a terra, operazione che per noi che siamo in due è un po’ troppo laboriosa con vento forte. Stare con la cima a terra ti permette di essere un po’ più stabile, la barca non ruota ad ogni raffica e l’ancora è sottoposta a minori trazioni. Un po’ come tirare il freno a mano in una macchina quando parcheggi in discesa, non devi fare affidamento solo sulla marcia ingranata. Poi in auto c’era anche il sistema di mettere un sasso sotto la ruota, ecco quel metodo può essere paragonato a Giovanni che va in apnea a incastrare bene l’ancora sotto la sabbia. 
Ora, di ritorno a Itaca dopo Atokos, abbiamo scelto di entrare a Vathi, il grande fiordo sul lato orientale dell’isola. Dopo poco ti sembra di essere in un lago, alte montagne tutto intorno e alla fine del fiordo il paesino di Vathi. Ci ancoriamo in rada e dopo poco ci raggiunge un gommone dello yacht vicino battente bandiera maltese con uno dell’equipaggio,  un italiano, che ci comunica che l’autorità portuale gli ha chiesto di spostarsi un po’ per lasciar spazio di manovra al traghetto e se poteva dirlo anche a noi che non avevamo la radio accesa. Ci siamo guardati e poi guardati intorno, lo spazio era parecchio e entrambi dobbiamo aver pensato “e che traghetto sarà mai?”. All’unisono abbiamo però detto “vabbé se lo chiedono, meglio farlo, non si sa mai”… L’esperienza di un traghetto che ti cala l’ancora sulla barca non deve essere gradevolissima. Il maltese è andato verso l’esterno, noi verso l’interno della baia. Il traghetto, in realtà è arrivato solo la mattina dopo e avrebbe potuto mettersi a ballare il valzer prima di attraccare tanto lo spazio che aveva a disposizione. 
Vathi è carina, porta i segni del terremoto del 1953 e della sua ricostruzione, ma è tranquilla e vivace al tempo stesso. A terra facciamo un po' di spesa e rifornimento di schede internet. Continuiamo però a vedere intorno a noi charteristi e penso che siano un po' come dei nuovi Proci, quindi capiamo Ulisse, lasciamo Penelope ad aspettarci ancora un po’ e riprendiamo il mare. E ogni giorno siamo un po' più a sud e questa, dovunque tu sia, è sempre una buona cosa!

mercoledì 22 giugno 2011

Atokos. Un gioiello troppo vicino alle basi charter.


Atokos ha due sole baie dove ci si può ancorare, Cliff Bay e One House Bay. Nomi eleganti per due cale di una bellezza incredibile. Ci deve essere una spiegazione geologica molto precisa per la conformazione atipica di questa roccia, una specie di calcare bianco friabile che ingloba delle pietre rotonde estremamente dure, sembra quarzo ma non è.  Forse, ma è una nostra azzardata ipotesi non suffragata da nulla, forse queste formazioni rotonde erano lapilli incandescenti che furono inglobati e cristallizzati nella roccia. Ogni tanto una di queste palle di pietra si stacca dalla roccia e cade a mare creando un effetto sonoro sordo e  preoccupante se la tua barca è nei paraggi della caduta. 
Acque turchesi, roccia falesica bianca, spiagge di sassolini rotondi. A One House Bay, una sola casetta sulla spiaggia e una piccola chiesetta, aperta ai visitatori. Il resto è ricchissima macchia selvatica, verdissima. Insomma, un paradiso sospeso tra Lefkada, Itaca e il continente… purtroppo però, un paradiso ben conosciuto dai diportisti. Sviluppiamo immediatamente la nostra consueta allergia ai charteristi, categoria umana su cui è sgradevole come sempre generalizzare ma, come mi rassicura sempre fare, lo faccio lo stesso.
Adesso, lo so, suona molto snob, criticare chi non avendo una barca a vela di proprietà, ne affitta una per un breve periodo occupando tutte le cuccette disponibili per abbassare il prezzo pro capite. Suona snob, pazienza. Inutile dirlo, c’è charterista e charterista, c’è quello capace e rispettoso degli altri, che si ancora alla giusta distanza, che non schiamazza tutto il giorno, che retrocede dal proposito di ancorarsi se lo spazio non è sufficiente, che non tiene il motore acceso in rada per caricare le batterie, che sa che l’ancora va calata non nel posto dove si desidera stare ma una decina o due di metri sopravvento, che se arriva per ultimo non pretende un posto in prima fila, etc, etc. Ecco questo genere di charterista è una specie rarissima probabilmente in via di estinzione. 
Il charterista tipo è ben altra cosa.
Spesso viaggiano in flottiglia, ciò significa più barche insieme, per un totale occupanti di circa 20 /30 rumorose persone, mettono i parabordi e si ancorano appaiate chiudendo alla vista grandi porzioni di panorama. Quando va bene a bordo c’è un cultore del mare, di solito è lo skipper affittato insieme all’imbarcazione, il resto degli abitanti vede il mare come qualcosa da consumare, occupare a piacimento e non ne ha nessuna cultura. Mangiano quasi sempre in pozzetto perché sottocoperta non ci starebbero. Non hanno evidentemente nessuna passione per la meditazione e hanno, nonostante convivano in uno spazio ristretto per due settimane, molte moltissime cose da dirsi, tutti insieme, senza sosta. Viaggiano con il bucato steso fuori e mai che si mettano d’accordo prima di partire per accordare almeno i colori degli asciugamani, voi direte, non possono se no come riconosce ognuno il suo? Fatti loro, l’estetica per mare ha la sua importanza. Impossibile farli rinunciare a scendere a terra con il tender, con armi e bagagli, solo che il tender per portarceli deve fare 3 viaggi e sempre, dico sempre, chi è già a terra ha l’impellente necessità di comunicare con il Caronte di turno che sta andando a prendere chi è ancora in barca “RICORDATI LA CREMA SOLARE E IL CAPPELLINO DI GIGGETTOOOOOOOOO”, così tutta la cala impara a conoscere l’eritema solare di Giggetto. Quando il cappellino e la crema arrivano, ovviamente Giggetto ha già preso a strillare come un’aquila e va riportato in barca. Arrivano nelle cale e buttano l’ancora. Punto. Poi si stupiscono se la barca si posiziona in un altro luogo, spesso entrano nelle baie a retromarcia e a velocità piuttosto sostenuta, quando gli fai segno di abbassare i giri del motore, ti guardano pensando  “Ma questa perché non si fa i fatti suoi…” poi evitano per un pelo la testa di un bagnante e ti fanno un segno di ringraziamento. E tu ti penti amaramente perché una tragedia forse avrebbe svuotato la cala più velocemente di una eruzione vulcanica. Se l’ancora ara sul fondo perché hanno dato 10 metri di calumo su un fondo di 8, non capiscono che tirarla un po’ su serve a poco.
A One House Bay ad Atoko, in tutto il giorno non c’è stato un momento in cui non ci fosse un motore o un verricello dell’ancora acceso. E sono cose che tolgono poesia anche a posti meravigliosi come questi. Molto meglio il giorno dopo a Cliff Bay, dove ci ancoriamo di mattina presto con cima a terra e siamo soli. Un paradiso per 4 ore, poi come sempre, ti individuano, ti puntano e ricomincia il rumore. Un charterista non va mai in una cala vuota, dove non vede nessuno non si ferma. Passa veloce al largo, poi ti vede, inchioda per quanto possibile con una barca a vela, devia bruscamente dalla rotta e allegramente punta la prua su di te.  In certi momenti penso che li sterminerei senza alcun senso di colpa.

lunedì 20 giugno 2011

Lefkada, Vassiliki Bay. Una giornata tra derive e un'amicizia senza tempo


4 anni in banco insieme al liceo, 6 mesi di convivenza e anni di lontananza e di contatti che definire sporadici è un eufemismo. Ed eccoci a ritrovarci (sapendolo e volendolo eh? Non una coincidenza) a Vassiliki Bay, Sud Est di Lefkada. Tes ed io. E così, in un attimo che cancella il passare di qualsiasi tempo, siete insieme su un laser a parlare di qualsiasi cosa come se lo si fosse fatto ogni giorno, come se ci si fosse viste la settimana scorsa a cena. Tes e la sua famiglia. Edoardo, nostro compagno di scuola che lei ha ritrovato in Giordania e con il quale ha girato mezzo mondo e la loro prole, di cui un elemento l’ultima volta che l’ho visto in un giardino romano aveva 6 mesi, l’altro invece non lo avevo mai visto con gli occhi aperti e da sveglio. Tommaso e Michele scorrazzano con le loro barchette, un catamarano per Tommy, una deriva più piccola per Michele. Due ometti, belli come il sole, diversi tra loro ma ognuno così simile alla sua mamma, bimbi che hanno girato il mondo e per i quali il breve periodo in Olanda deve essere stata un’avventura, visto che il resto della loro vita lo hanno passato in Paesi come lo Yemen, Capoverde, il Kenia dove sono tuttora. Negli occhi gli si legge la pazienza e la saggezza che verranno a quelli che per indole o per educazione hanno guardato il mondo e gli altri con curiosità, mente aperta e senza sterile spirito di competizione. 
Vassiliki Bay è un posto che ha un suo perché. Preciso, onesto e così lontano dal turismo vorace che tutto consuma in un attimo. Chi viene qui ama la vela, nelle sue diverse accezioni: laser, catamarani, windsurf e viene qui per questo, per il vento che si alza il pomeriggio e per la brezza gentile della mattina, alle 11 il mare è costellato di piccole barche che bordeggiano senza stancarsi mai. Noi arriviamo di sera e siamo l’unica barca a vela (in senso di yacht) che si ancora qui, in questo enorme golfo di acqua calmissima. Siamo quasi in soggezione. A terra ci fanno i complimenti per P'acá y p'allá. Si respira un’aria serena, senza fretta, gentile, senza l’ansia del turista o del villeggiante stressato, senza l’angoscia di consumarsi gli occhi a vedere cose per ottimizzare il tempo a disposizione. Si respira a Vassiliki Bay, io soprattutto. Andando via col tender, Tes mi saluta con “siamo felici di aver fatto parte del vostro viaggio”. Anche noi, che altro dire? Il resto ce lo racconteremo a Lamu il prossimo febbraio.
Il resto di Lefkada lo teniamo per il girone di  ritorno del nostro viaggio, prima di arrivare a Vassiliki, abbiamo fatto una breve sosta sulla costa occidentale, a Porto Katsiki e sulla spiaggia di Egremnì dove finalmente troviamo un’acqua a 25 gradi e il bagno diventa estivo. Proprio sopra di noi, la rupe del Salto di Saffo, dove si dice si sia gettata in mare la poetessa per cercare la morte, vittima delle sue pene d’amore. Adesso però, io non ci credo. Siamo proprio sicuri che volesse morire e non sia semplicemente inciampata o, sovrastimando le sue capacità, abbia voluto semplicemente fare un tuffo? 
Non riesco a collegare queste acque turchesi ad un proposito di suicidio, molto più logico immaginare di ambientare un tale gesto in acque blu profondo, un set tipo Capo Caccia in Sardegna per intenderci. Certo, per Saffo, andare in Sardegna non doveva essere così pratico. Comunque il dubbio resta. Incidente, suicidio o incoscienza?

giovedì 16 giugno 2011

Antipaxos. Il bello degli "Anti".


Ci sono posti che davvero non hanno bisogno di parole. Meglio descriverli in immagini. In Grecia, le isole che si chiamano “Anti Qualcosa” vale sempre la pena di visitarle. Di solito, come nel caso di Antipaxos, sono quasi del tutto disabitate, qui si contano 120 anime di residenti, sono probabilmente prese d’assalto dalle gite giornaliere in estate con barche che partono dalla vicina “Qualcosa” quella di cui appunto sono Anti per poi diventare un vero paradiso dopo il tramonto. Nel nostro caso l’assalto quotidiano è molto discreto, visto che siamo ancora a Giugno e la sera in rada ci troviamo da soli. 
Nella baia di Voutoumi, dopo le 6 i gabbiani regnano sovrani. Davanti a noi, sulla spiaggia la taverna Voutoumi, si intuisce che non è aperta, non avrebbe un gran senso che lo fosse. Però c’è una lucina accesa, secondo me i proprietari vivono lì, magari ci stanno guardando e si stanno chiedendo se andremo a chiedere di mangiare. Sono sicura che aprirebbero anche solo per noi, ma non ci va di far aprire un ristorante. Ci prepariamo un casalingo spaghetto alla puttanesca con pomodoro fresco, olive nere, capperi e tanto origano e regaliamo al mare gli avanzi per farli litigare ai gabbiani e alle occhiate. 
Antipaxos ricorda molto Plage du Loto, in Corsica nel deserto degli Agriati,  simili distese di acqua turchese, simile roccia a falesie calcaree bianche, simile anche la macchia sovrastante. Queste somiglianze fanno riflettere sulla nascita della terra, sembra proprio che questa parte si sia staccata da lì eppure ci sono diversi mari in mezzo. Come andare in Nuova Zelanda e trovare qualcuno che ti somiglia come una goccia d’acqua…

mercoledì 15 giugno 2011

Paxos. Caspita, è già estate!


Da due cose capisco che è già estate: la prima è che mi incazzo con l’idiota che si ancora troppo vicino nel golfo di Lakka e la seconda è che la nostra barca mi sembra più lunga.  La prima delle due cose è spiegabile con il fatto che per gli inglesi, francesi, tedeschi, belgi, norvegesi, etc l’estate non è necessariamente agosto, come per gli italiani. Paxos ci appare quindi discretamente affollata, ma solo nel porticciolo di Lakka, una enorme piscina di acqua turchese protetta da tutti i venti e antistante un villaggio di pescatori oggi per lo più convertiti alle attività turistiche. La seconda invece è che col sole a picco il teak diventa bollente e camminare da poppa a prua verso mezzogiorno è un’impresa un po’ da carboni ardenti. Ma si può fare, sempre meglio che lavorare (meglio che lo scriva altrimenti parenti e amici che magari mentre scrivo sono in riunioni noiosissime potrebbero mandarci maledizioni che per mare suonano preoccupanti.) Paxos è bellissima, che altro dire, la costa occidentale orlata da rocce che terminano in grotte sul mare grandi come bifamiliari e inframmezzata da piccole spiagge di ciottoli bianchissimi. 
Se devo sceglierne una, scelgo la Baia di Erimitis con la franata di roccia bianca alle spalle e  la macchia verde scuro tutto intorno. Ma ce ne sono tante e ovunque è acqua turchese. Tolto all’ormeggio serale a Lakka dove siamo una ventina di barche, nelle cale  non c’è assolutamente nessuno. La temperatura dell’acqua è tra i 19 e i 20 gradi, l’entrata è un po’ meditata forse, ma quando sei in acqua non usciresti più. Intanto dall’Italia giungono notizie confortanti: sono lieta di sapere che, pur senza la nostra doverosa partecipazione, il referendum ha ampiamente raggiunto il quorum, altrettanto felice di assistere, anche se da vicino doveva essere una esperienza ben più entusiasmante,  ad una inesorabile debàcle dell’attuale governo. Quel che però mi preoccupa, è la minaccia di Berlusconi, pronunciata mesi fa, di prendere il mare non appena gli italiani non lo avessero più voluto al governo. Ecco… per cortesia, tenetevelo, ancora per un po’. In fondo mese più, mese meno, che differenza c’è. Forza Silvio, resta almeno fino a fine anno. Scherzo, scherzo… vada pure, tanto la barca ce l’ha ai Caraibi.  
Mentre scrivo, siamo ormeggiati a Porto Gaios, il paese principale dell’isola. Il canale che conduce al porticciolo è stretto e di fondali abbastanza bassi, diciamo più che altro che la nostra barca magari non è quasi mai la più grande dei porti ma quasi sempre è quella che ha la deriva più lunga. 
Francesca - Paxos 1973
Prima di ormeggiarci dobbiamo quindi sondare con attenzione il fondo, ci aiutano a perfezionare l’ormeggio il vicino di destra, un greco, e quello di sinistra, un francese. La nostra barca è nettamente più bella delle loro (tié). Ero già stata a Gaios poco meno di 40 anni fa, con mamma, papà, due fratelli, una carovana di amici e un gommone arancione Callegari con un Evinrude 20 cavalli. Non ricordo molto, a parte – e quello ben vividamente – un incontro con uno squalo che i parenti presenti all’episodio continuano a considerare una mia fantasia e che invece, secondo me è ancora qui ad aspettarmi. Non ricordo granché perché ero davvero piccina, ma il paese non mi sembra molto cambiato, solo che il canale tra il moletto e l’isola di fronte era nella mia memoria molto ma molto più ampio. È assurdo pensare che tu cresci ma le cose intorno a te no, quindi inevitabilmente ti ritrovi a rivederle molto più piccole rispetto a quello che ti aspetti. Non oso pensare alla “ciabatta” di Nino (una sorta di pizzella di pasta cresciuta) che prendevo allo stabilimento dei Due Pini e all’epoca per riuscire a mangiarla dovevo tenerne la base all’altezza dell’ombelico. Oggi sarei sicuramente delusa dalle sue dimensioni.
Da questo pensiero, ne nasce un altro: se uno fosse alto 20 cm, gli basterebbe una barca di un metro, due metri per star comodi, un’opportunità davvero unica, tutto sarebbe estremamente più semplice e più confortevole, oltre che più economico. Espongo questo pensiero a Giovanni che saggiamente mi fa notare che una barca di due metri con mare formato, diciamo un’onda di 3 metri, non è un granché. Ecco le cose non crescono con te e non si riducono nemmeno insieme a te.
Ciò che continuerà a sembrarmi sproporzionato e che durante l’infanzia mi avrebbe sicuramente molto preoccupata è la dimensione delle insalate greche, ormai abbiamo imparato a chiederne una sola porzione da dividere in due, ma ti sembra sempre di affogare in un mare di feta, cetrioli, peperoni e pomodori con le olive come boe a cui aggrapparti. Quella della Taverna Vasilis, un po’ dietro al porticciolo, più nascosta con i tavolini che occupano un quadrivio di strade, è ottima. Dite quel che vi pare, ma in Grecia, secondo me, si mangia un gran bene.

martedì 14 giugno 2011

Corfù. The Greek Connection.

Noi in quest’isola ci siamo venuti solo per questo: dotarci di una connessione internet per il pc, in modo da poter, in primo luogo, essere informati sulla meteo, e poi tutto il resto (le mail, il blog, il lavoro per Giovanni, i pagamenti dell’IVA, delle spese di condominio, etc, etc). Infatti, per quanto tu stacchi i fili, continui ad avere scadenze da rispettare, è genetico temo, ce l’abbiamo nel DNA e lo programmiamo nelle nostre moderne società civili. Non che Corfù non meriti una visita anche per altri motivi, sia chiaro, la città è molto particolare, una convivenza di stili dovuti ai molti domini e  colonizzazioni dell’isola che anticipava di parecchio il concetto di multietnico, oggi tanto in voga. Un po’ Parigi, un po’ Venezia, un po’ Grecia, un po’ Turchia, Kerkyra ha molte anime e, forse per questo è una città molto accogliente. Ma torniamo al motivo principale della nostra presenza qui, contestualizzata al Marina Gouvia, a circa 7 km da Kerkyra città. Entrare in un Cosmote Shop è allo stesso tempo molto simile e molto differente dall’entrare in un nostrano negozio Tim. Molto simile perché in entrambi tu entri pensando di avere una piccola esigenza da risolvere e ne esci con un enorme problema e una discreta dose di angoscia esistenziale; estremamente simile è anche il risultato che raggiungi, il commesso Cosmote non risolverà il tuo problema esattamente come non lo risolve il commesso TIM e dovrai percorrere chilometri, accendere più volte il computer, chiamare l’assistenza, tornare al negozio, cercare un altro negozio per, alla fine, risolvertelo a modo tuo. La differenza invece sta nel fatto che mentre in Italia il commesso TIM se ne strafrega del tuo problema e  molto spesso  non cerca neanche di nascondere questo suo amabile sentimento, il commesso Cosmote soffre insieme a te e molto, decisamente molto più di te.  Appena gli esponi la tua semplice esigenza - nel nostro caso una connessione internet ma ho la sensazione che l’esperienza valga per ogni tipo di richiesta - la signora del Cosmote si lancia in una discussione animata, tanto drammatica quanto incomprensibile, non con te, non sia mai, anzi, hai l’impressione che abbia chiesto e ottenuto la tua tutela come hai messo piede in negozio. No, non con te, la discussione nasce con i colleghi, o al telefono con la centrale Cosmote e tu, che non capisci un’acca di quel che dicono in quella strana lingua se non “internet on the go”,  hai la sensazione che non si stia parlando di una semplice superflua chiavetta internet ma di una necessaria immediata dose antiveleno da somministrare nel giro di 5 minuti per evitare una morte certa. Tale infatti è la sollecitudine e la febbrile attività della tua “mamma Cosmote” che addirittura convincerà un altro cliente a portarti con il suo furgoncino a un negozio in centro, ti telefonerà successivamente per verificare l’andamento del dramma, ti aprirà la porta il giorno dopo anche se sono formalmente in sciopero. Con tutta questa sollecitudine, forse proprio grazie ad essa, ci abbiamo messo 24 ore per avere una semplice connessione. Alla fine siamo riusciti a requisire tutte le card ricaricabili di Corfù per un totale di 50 euro. Fino ad Agosto, siamo a posto, dopo di che speriamo in Creta. Qui in Grecia, la gente non sorride molto, non scherza per niente, si incazza pure parecchio, però prende a cuore il tuo problema e fa di tutto per risolverlo. Anche la signora dell’autorità portuale che mi chiede 15 euro perché è il nostro primo ingresso, ma poi mi ripete più e più volte che nei prossimi porti non devo pagare questa tassa perché vale per tutto l’anno. Per certezza me lo fa ripetere e alla fine me lo ridomanda guardandomi dritto negli occhi che neanche agli esami di maturità, per essere sicura che io abbia capito. Adesso, probabilmente non le sono sembrata intelligente, però dava l’impressione di essere anche genuinamente interessata a che io non incorressi nel rischio di pagare nuovamente la tassa. Avete mai visto questa preoccupazione in un funzionario italiano?

Comunque, acquistati telefono greco e connessione greca, i tuoi problemi sono appena iniziati. Devi infatti attivare la carta, cosa semplicissima, basta digitare i tasti giusti alle domande dell’operatore. Che sono in greco... Parakalò pietà, vorresti gridare. Ma alla fine te la cavi, come si vede da questa pubblicazione avvenuta al ritmo di una media di 0,30 kbps, e un po’ hai riassaporato il ritmo frenetico della vita lavorativa. 
Felice poi di allontanartene nuovamente e far silenziosamente rotta verso Paxos.


sabato 11 giugno 2011

Erikoussa. A un passo dall’Albania.

Ed eccoci alla seconda isola delle Diapondie, 7 miglia a Est di Othoni. Arriviamo a Erikoussa con un bel vento al traverso di oltre 20 nodi e onde formate. Navighiamo col solo fiocco e facciamo più di 8 nodi. Ci accompagna lungo tutto il tragitto un grande delfino grigio che non si stanca di giocare con noi. Dopo una mezz’ora di salti suoi e nostri sulla prua, di grandi chiacchierate in versi strani, di sguardi incrociati, noi torniamo al timone e lui continua a ballarci intorno. È il primo animale marino che incontriamo nello Ionio, bene, questo vuol dire che questo mare non è morto come sembrava, proprio mentre cominciavamo a sentire nostalgia del Tirreno. 
Oggi c’è un po’ più di movimento per mare, c’è stata nei giorni scorsi la regata Brindisi Corfù e incrociamo diverse barche che tornano verso l’Italia, non le invidio affatto, vento forte e contrario, mare molto mosso. Come sempre mi chiedo chi glielo fa fare, non riesco proprio a dare un senso al mare inteso come competizione sportiva, non posso che trovare disarmonico il navigare con il percorrere rotte obbligate in tempi serrati, pensando solo ad arrivare per primi. Il pensiero va a Moitessieur che trovandosi in testa al giro del mondo in solitario dopo parecchi mesi di navigazione e a poco dal traguardo, decise di mollare la gara per continuare a navigare e fare un secondo giro del mondo… non gli era bastato, si vede, o probabilmente di arrivare primo non gli importava un granché.
La grande baia di Erikoussa ha quindi un po’ più di vita di quella che abbiamo visto ieri a Othoni, parliamo sempre di una decina di barche in tutto che incrociamo nel corso dell’intera giornata, non di più. 
L’isola non ha baie particolari come Aspri Ammos di Othoni, ma merita la visita. Scendiamo a terra e percorriamo il sentiero che ci porta verso il lato esposto ai venti che continuano a soffiare forti da Nord Ovest. Nel villaggetto sulla baia alcune taverne promettono pasti genuini di pesce ma noi ci limitiamo a prenderci un pagoto (gelato) e torniamo in barca. L’Albania è a un passo, la terra è brulla e per lo più deserta inframmezzata da spazi a grande densità abitativa con palazzi di 10 piani, siamo incuriositi ma decidiamo di restare in Grecia. Il tempo per noi continua a esssere una variabile leggera, anche se spesso ci viene l’ansia di andare avanti, la Grecia ha 1.500 isole e ogni tanto ci viene la folle idea di vederle tutte. Anche questa è competizione e non è bene, dovremo scegliere, dovremo necessariamente decidere di saltarne qualcuna, più di qualcuna… Sì ma quali saltare? Oggi per esempio, consultando le carte, abbiamo deciso che le Strofadi dovranno far parte del nostro itinerario, si tratta di un paio di scogli in the middle of nowhere a 25 miglia a sud di Zante, le isole più vicine alla piana abissale ionica (il nome, credo, la dice lunga…), questo vuol dire che dovremmo seguire la rotta del Peloponneso, invece di tagliare il canale di Corinto, ovvero miglia e miglia in più. Però vorremmo che il nostro viaggio fosse focalizzato più sulle piccole isole che sulle grandi e le Strofadi possono senz’altro essere annoverate tra le prime. Staremo a vedere, siamo solo all’inizio e non abbiamo appuntamenti da rispettare.

giovedì 9 giugno 2011

Othonoi. La prima Grecia che incontri sa di Caraibi

 50 miglia quasi interamente a vela, prima in poppa poi al traverso. Vento buono da 10 a 20 nodi. Alla fine il canale di Otranto con noi è stato davvero clemente. Per non farci impigrire troppo però ci ha regalato una piccola avventura: mentre navigavamo piacevolmente di lasco con il gennaker a piena vela, vado un attimo sottocoperta e sento un gran botto, come un’esplosione e la barca che improvvisamente rallenta. Troppo forte il colpo perché potesse trattarsi di Giovanni caduto in mare, troppo lieve per essere uno scoglio che poi peraltro con 700 metri di fondo era anche abbastanza improbabile. Una balena che ci prende a capocciate, penso, ma il tonfo non veniva tanto dallo scafo quanto dall’alto… Sono domande inquietanti ma la cosa buona è che sono anche  domande che in barca trovano quasi sempre una rapida risposta. Si trattava del gennaker appunto, esploso come un seno al silicone e finito in mare appeso alla barca al nostro fianco. La vela, però, si vedeva, era tutta intera o almeno non aveva strappi evidenti. Comincia così il laborioso recupero del gennaker dal mare, e solo chi l’ha provato sa cosa vuol dire, nel nostro caso poi, non si trattava solo della vela ma dell’intero sistema Bamar, ovvero un serpentone di gomma lungo oltre 20 metri con rollagen incorporato, una cosa moderna che serve per arrotolare il gennaker e tirarlo giù più comodamente… quando appunto non viene giù da solo in questa strana maniera. Rallentiamo la barca lascando la randa e, facendoci una doccia indesiderata di acqua di mare, issiamo a bordo la nostra vela, serpentone di gomma incluso. Il danno è nullo, si era semplicemente spezzato il grillo (una specie di moschettone) che teneva la vela fissata in testa allo strallo di prua. Adesso, come mai si spezzi un grillo di acciaio con un vento di 12 nodi, non ci è chiaro, ma è successo e per fortuna senza i danni che di solito seguono un evento del genere. La domanda che ci accompagna per il resto della traversata riguarda la drizza del gennaker… che fine avrà fatto, se è finita dentro l’albero è un guaio, speriamo sia rimasta incastrata in testa…. Giovanni mi guarda e dice “qualcuno dovrà salire in testa d’albero appena arriviamo per verificare”, quando dice “qualcuno” di solito, non è chiaro il perché,  si intende la sottoscritta.
Finalmente eccoci arrivati con oltre un mese di ritardo rispetto al nostro programma originale, ma siamo qui, pronti ad accumulare isole su isole fino a farci venire la nausea.

L’impatto con la Grecia è di stampo tropicale. La piccola Othonoi, a nord di Corfu, una delle tre isole delle Diapondie è una meraviglia trascurata dalla maggior parte dei turisti e dei naviganti che, per la fretta di raggiungere la destinazione, di solito dirigono direttamente verso la più conosciuta e ben più affollata Corfù. Othonoi è un micro paesino di 10 case e 4 ristoranti lungo un molo, non particolarmente affascinante come struttura, con architetture da geometra di 1° generazione, però l’atmosfera è magica, il tempo ha più tempo del solito, l’armonia vince su tutto. Ma perché tropicale? 
 A sud Ovest dell’isola, proprio sulla rotta di chi proviene da S. Maria di Leuca c’è Aspri Ammos, una spiaggia che è un po’ Petite Anse di La Digue (Seychelle), un po’ Caraibi, e se ci metti due palme forse fa pensare alla Polinesia. Questo per i colori del mare e di roccia e sabbia, con l’aggiunta per gli amanti della montagna, di una suggestione Dolomitica data da 500 metri di montagna di pietra a picco sul mare. Non abbiamo potuto esimerci dal fermarci a fare un bagno. Anche se nel frattempo il vento era aumentato, la conformazione della cala offriva un piccolo riparo e tutto intorno il mare ribolliva di schiuma. Con noi solo un’altra barca.  Per quanto in ritardo (ma poi, in ritardo con chi???), decidiamo all’unanimità di tornarci domani e fermarci qui tutto il giorno. 

Prima del tramonto andiamo ad ancorarci per la notte in un’ampia baia a Sud Est dell’isola, il vento soffia deciso oltre i 20 nodi e raffiche scendono rabbiose dalla montagna: la condizione ideale per salire in testa d’albero. Adesso questa operazione merita due parole in più. Quando l’equipaggio è formato da due persone, una viene imbracata e issata per 18 metri in altezza  con un bansigo tenuto dalla drizza della randa e – come sicurezza – dall’amantiglio, l’altra persona è quella che tiene in mano la vita del suddetto facendo le operazioni necessarie per compiere questa salita antigravitazionale. Un compito che grazie al whinch elettrico non è faticoso, ma certo è di grande responsabilità e precisione. Inutile dire cosa avviene del soggetto imbragato nella fase di discesa nel caso in cui quello ai comandi si distrae, o viene punto da un’ape, o chissà che altro e ops! dimentica di fermare la drizza: un volo di 6 piani di altezza. Certo se si finisce in mare, potrebbe non essere così fatale, ma sotto non c’è il mare, c’è una bellissima barca con un ponte in teak e tanti tubi di acciaio tutt’intorno. Se poi aggiungi che i due dell’equipaggio sono anche marito e moglie e che sono sposati da 20 anni e che è la moglie quella che fa la parte del salame ascendente potrai comprendere come l’operazione sia accompagnata da una certa inquietudine. Detto questo, salire in testa d’albero è un’esperienza meravigliosa e quando sei su vorresti fermarti più a lungo perché la barca da lassù è bellissima, complice la prospettiva inusuale, il mare è uno spettacolo e ti sembra di essere padrona del mondo. Certo, ti riempi di lividi a furia di cercare di restare aggrappata all’albero e alle crocette mentre il vento si diverte a farti dondolare come un pendolo, però quando inizia la discesa un po’ ti dispiace. Comunque siccome non era una scampagnata, la buona notizia è che la drizza del Gennaker era proprio incastrata nella sua puleggia e con un po’ di trazione è uscita fuori e l’ho riportata giù.

In più, e non è poco, posso a questo punto dire con estrema certezza che Giovanni non desidera farmi fuori, o quanto meno, non ancora.

mercoledì 8 giugno 2011

Gli ultimi fili italiani vengono tagliati


Oggi ho disdetto l’opzione internet e l’I-phone è tornato a fare solo il telefono. Altro che fumo, ci si rende conto che è davvero una dipendenza, quei gesti automatici con cui apri l’icona Facebook, o le mail o le mappe, o Around me anche solo per sapere dov’è lo sportello bancomat più vicino. Una finestrella si apre e ti avverte che hai disattivato la rete dati, e meno male che l’hai fatto altrimenti avresti già finito la tua ricarica. Downshifting tecnologico, si torna indietro. L’ultima risorsa rimasta è la chiavetta internet di Giovanni che da domani, in terra greca non servirà più a nulla. Domani si legge, sull’e-book reader ci sono circa 60 libri scaricati, autonomia per un po’.  All’alba leveremo gli ormeggi e lasceremo S. Maria di Leuca e  il suo scirocco e, spero, le sue zanzare che si stanno accanendo su di me in barba alle dosi massicce di autan. Questa è una novità, in barca, le zanzare finora non le avevamo mai viste, spero di lasciarle qui in terra natia e conto sul meltemi perché siano solo un ricordo.  Per avvantaggiarci, dopo aver fatto rifornimento ci siamo ormeggiati al distributore proprio accanto all’entrata del porto, così basterà mollare i due corpi morti a prua, ritirare le cime a poppa, staccare la corrente e via! Partiamo carichi di gasolio, di acqua, di cibo, di energia facendo rotta su Othonoi, prima isola delle Ionie, una piccola a nord di Corfù dove contiamo di fermarci un giorno prima di dirigerci verso Corfù. Da Nord, il faro ci guarda, verso sud lampi continui annunciano temporali.
Nelle ultime 24 ore, sentendoci stretti in una S. Maria di Leuca fuori stagione e praticamente deserta, abbiamo affittato una macchina e abbiamo girato il Salento per vedere altrettanti paesini deserti che si susseguono sulle statali praticamente senza soluzione di continuità. Una bellissima sorpresa, ieri sera a cena, (sorpresa per me, Giovanni ci era già stato) un posto dove vale la pena che ognuno di voi smetta per un giorno di fare quello che deve fare, salga in macchina, scenda nel Salento e si conceda di andare. Domani stesso. Si chiama “Rua de li Travaj” ed è una trattoria davvero speciale in quel di Patù, un paesino che sta tra Castrignano del Capo e Morciano di Leuca… Consapevole di non avervi dato indicazioni proprio riconoscibili posso dirvi che è in provincia di Lecce, dopo di che il GPS voi che non avete fatto downshifting tecnologico lo avete, Google pure, trovatevelo. A Rua de li Travaj dopo gli antipasti sei terrorizzato dal pensiero che seguiranno altri piatti, fondamentalmente mangi solo verdure, piatti tipici locali, con sapori che ti ricordano qualcosa della tua infanzia e che credevi perduti, annullati da secoli di conservanti, antiossidanti, ormoni e quant’altro. Risentirli è commovente. Dopo circa una dozzina di assaggi diversi, vorresti supplicare l’oste di non continuare, pensi sempre che quello che hai appena mangiato non potrà avere un seguito migliore e invece ti sbagli. Tanto per citarne alcuni, crocchette di verdure, lessi salati, caponata, peperonata con cipolle dolci, frittatina con spinaci, fasolada, zuppetta di fave e cicoria, friggitelli fritti…. Signori, Rua de li Travaj è un paradiso. Alla fine della cena sei strapieno e hai speso 22 euro.
Solo per questo, è valsa la pena fermarsi qui. Ciao Italia, domani sarà kalimera!

lunedì 6 giugno 2011

S. Maria di Leuca. L'Italia è finita.


L’Italia è finita. Per carità, non lo si legga come una (odiosa) pessimistica considerazione sullo stato del nostro Paese che, pur logorato da un ventennio di malgoverno, ha secondo me infinite risorse per riprendersi e far cambiare il vento delle cose. Voglio semplicemente dire, e in senso decisamente più microscopico, che noi, con questa tappa,  abbiamo finito l’Italia. Non ne rimane più nulla, siamo arrivati al fondo dello Stivale, siamo come un chiodino di quelli che tengono la para sul tacco. Il tacco ci scalcia e, davanti a noi, il mondo ellenico ci chiama a sé. O forse no, visto che da stamattina soffia un vento di scirocco bello forte che promette di intensificarsi a burrasca domani. Proprio in faccia, proprio di prua, quasi a dirci “Ma no, restate lì! Dovete votare contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua, dovete tornare a sottoscrivere l’abbonamento a SKY che, visto che lo avete disdetto, vi ha telefonato per proporvi 4 mesi gratuiti e un 50% di sconto per l’anno successivo. Dovete partecipare alla riunione di condominio, dovete andare all’assemblea dello Yachting Club, dovete……..”. Ok basta così, sono sirene che non ci convincono, non abbiamo nemmeno bisogno di legarci all’albero maestro. Diciamo invece che ci fermiamo un giorno qui a S. Maria di Leuca a guardarci intorno, parlare italiano, cercare specialità nostrane da portare con noi come buona usanza di ogni italiano all’estero. Ci fermiamo qui a guardare il mare che si sta alzando ma che tra 48 ore al massimo mollerà perché pure per lui, per lo scirocco, è arrivato il momento di tornare a casa, questa non è la sua stagione,  credo che oggi sia il suo disperato canto del cigno. Aspettiamo quel che serve e poi, insieme al mistràl, si va per questo breve braccio di mare che ci divide da Othonoi.
A S. Maria di Leuca non è ancora stagione. Il porto è semivuoto, dieci posti dopo alla nostra destra un Mangusta 80 (motosCafone di 25 metri e tre piani di altezza), il cui proprietario stamattina quando siamo arrivati, camminava fiero sul ponte, a petto in fuori e mento tronfio mussoliniano, sentendosi il più figo del bigonzo e ora invece, giace depresso e infelice sul suo divano in pelle nel piano inferiore: è infatti arrivato da poco e l’hanno crudelmente sistemato accanto a lui, un altro motosCafone di 40 metri, sempre 3 piani ma più alti, che gli ha tolto completamente la visuale e soprattutto - ed è chiaramente ciò che lo addolora -  la visibilità. Credo stia pensando che è arrivato il momento di cambiare barca… Nel frattempo tra loro sembra essere esplosa una competizione a suon di secchielli di Champagne, ostriche e beluga. Noi invece, abbiamo pranzato - indoor per non provocare ulteriori invidie - con una burrata di mezzo chilo e un filone di pane d’Altamura.
Alla nostra sinistra invece, sempre diversi posti più in là, due barche a vela ridotte ai minimi termini (disalberate e con visibili segni di essere andate alla deriva): sono due scafi posti  sotto sequestro che erano stati rubati in Grecia,  utilizzati per il trasporto di clandestini e quindi abbandonati per mare. Brutta roba… ma qui credo che sia all’ordine del giorno. 
Da quel che abbiamo visto finora, il Tirreno è ben altra cosa rispetto allo Ionio. Tanto vivace, liquido, blu, pulito (con l’eccezione del golfo di Napoli) e  pieno di vita il primo, quanto invece lo Ionio sembra morto. Nessun cetaceo o mammifero pronto a venirci incontro, acque dense, non trasparenti, a tratti limacciose. Intendiamoci, Il Salento è bellissimo, geologicamente parlando, grotte, scogliere e lidi sabbiosi; è una questione di acqua, sembra diversa, sembra decisamente più pesante. Aspettiamo di arrivare a Paxos per ricrederci, ma ci è venuta voglia di fare lo stretto di Corinto invece di scendere il Peloponneso, per arrivare subito in Egeo. Finora non abbiamo studiato molto il nostro viaggio, prima per scaramanzia, visto che non trovavamo la barca, poi per gli impegni frenetici degli ultimi due mesi. Giovanni è ben felice di ciò, anche perché a lui non piace sapere prima quello che troverà, a lui piace andare a caso e scoprire viaggiando. Io invece vorrei sapere tutto, conoscere ogni luogo e ogni storia prima ancora di arrivarci e quindi cerco di rimettermi in paro ora. Evidentemente per lui il viaggio è sorprendersi, per me è riconoscere. In quest’ottica di entrare nel mood, l’altro giorno davanti a lavatrice e asciugatrice  di Tropea mi sono letta il libercolo di Luciano De Crescenzo  “Ulisse era un fico”. Devo dire che nonostante non ami molto il suo autore, questo, come gli altri sulla filosofia greca che lessi anni fa, è un bel modo di ripassare la mitologia, riscoprire leggende che avevi rimosso o che non ricordavi un granché. Per esempio, bello ricordare che il mare Egeo deve il suo nome al padre di Teseo che si buttò per la disperazione in mare quando vide la barca del figlio tornare con le vele nere anziché bianche, segnale convenuto che Teseo aveva perduto contro il Minotauro. Invece era tutta colpa di Arianna e della sua maledizione che aveva fatto dimenticare a Teseo questo accordo con il padre. Le guide non parlano invece di Othonoi, prima isola minore delle Ionie, nostro punto di arrivo dove isseremo la bandiera greca e quella gialla in attesa di presentarci in dogana al primo porto greco, probabilmente a Corfù. Ma ancora non è arrivato il momento. Sfruttiamo il tempo avverso per leggere e scrivere (io che ho fatto gli studi classici) e apportare, con fatica fisica, migliorie alla barca (Giovanni che viene dallo scientifico). Complice lo scirocco, saremo obbligati stasera a consolarci con un piatto di recchitelle in qualche ristorante qui intorno, a meno che i nostri vicini MotosCafoni non facciano a gara per averci loro ospiti. Ma non sembriamo riscuotere il loro interesse….
 

giovedì 2 giugno 2011

Lo stretto di Messina e i suoi strani abitanti.

Finalmente si riparte. Non tanto per noi, soprattutto per non deludere ulteriormente parenti e amici che quando telefonano, chiedono “Dove siete?” e ci restano malissimo quando scoprono che siamo ancora in Italia, ancora in Calabria. Ma tanto male che ogni tanto quasi quasi al loro “Dove siete” ti viene voglia di rispondere “Abbiamo fatto un salto a Minorca per l’aperitivo, ma dopo cena rientriamo verso Tangeri perché domani dobbiamo assolutamente essere al Cairo...". Sono sicura che sarebbero molto più soddisfatti. Il difficile è spiegare che l’Italia per mare è molto più lunga che via terra, soprattutto se la navighi con una barca a vela che quando va bene viaggia a 7 nodi, ovvero 14 km all’ora (a piedi se ne fanno 5, tanto per darvi un’idea….) E se l’Italia è lunga, la Calabria sicuramente non è esente da colpe. Ecco, questo per giustificarci, ma poi, che fretta abbiamo? Dove dovremo mai arrivare? Casomai non fosse trasparso da queste righe è necessario sottolineare che la nostra non è una sfida, non è una competizione, non è un percorso a tappe obbligate con bandierine da mettere su una carta geografica. È semplicemente un viaggio, o forse qualcosa di più di un viaggio, lo capiremo strada (pardòn, mare) facendo.

Detto questo, però, siamo felici di ripartire. 3 giorni fermi in porto a Tropea con Andrea, Francesco e Linko che mettevano le mani sul nostro Volvo Penta 55 ci sono bastati. Ora con una nuova guarnizione della coppa dell’olio e un po’ di soldi in meno (ma molti meno di quelli che avremo speso all’Argentario) abbiamo proprio voglia di riprendere il mare.

Partiamo alle 12 e dirigiamo verso lo stretto di Messina, la giornata è serena sopra le nostre teste ma plumbea e tonante sia verso la Sicilia che verso l’entroterra calabro. Davanti a Gioia Tauro, vediamo degli strani, enormi e nerissimi delfini venirci incontro, un po’ goffi e un po’ lenti come delfini…. Infatti non sono delfini, sono globicefali, buffi mammiferi con la testa tonda e un bel bitorzolo sulla fronte ed una gobba all’altezza del coccige. Sono un gruppo di 6 o 7 esemplari, prima ci nuotano vicino abbastanza indifferenti, poi invece ci vengono dietro, passano sotto la barca, vanno a guardare Giovanni a prua e poi tornano verso di me che sto al timone. Hanno un muso un po’ da tonti e sembrano meno allegri dei delfini, però son simpatici e dopo poco prendono confidenza, fosse per loro potremmo stare così in eterno, sembrano non avere alcuna fretta, noi un po’ sì, ma andando via continuiamo per centinaia di metri a vedere le loro grandi e stondate pinne dorsali sulla nostra scia. Bell’emozione, davvero. Riepilogando finora abbiamo visto innumerevoli delfini (più e più volte), una tartaruga, uno squaletto e dei globicefali. Ci manca il mostro di Lochness… mai dire mai.

Ci prepariamo un risotto per pranzo continuando a navigare a vela con vento leggero di traverso e arriviamo nello stretto trovando sia corrente a favore che ci fa volare a 9 nodi, sia, anzi soprattutto, corrente contraria che ci fa fare qualche miglio a 1,9 nodi, praticamente fermi. Davanti a Villa San Giovanni è un continuo passare di traghetti per Messina, i due concorrenti Caronte e Bluvia (Gruppo Ferrovie dello Stato)  partono e arrivano quasi insieme, Bluvia perde terreno per fare manovra, mentre il traghetto Caronte è pensato per non avere né prua né poppa, quindi all’andata viaggia in un verso, al ritorno nell’altro, un po’ come le chiatte nei fiumi, un po’ come i treni. Ma sulla lunga, Bluvia recupera e secondo me alla fine a Messina ci arriva prima di Caronte. Io comunque, per buon fairplay nei contronti delle Ferrovie faccio il tifo per lei. Restiamo attaccati alla Calabria e vediamo allontanarsi la Sicilia, scorgiamo Taormina arroccata sulla montagna scura. Un po’ mi dispiace, non è escluso che al ritorno allungheremo il viaggio facendo il periplo di quest’Isola.

Arriviamo a Reggio Calabria e a salutarci all’ingresso del porto troviamo un branco di tonni che saltano. Ci ormeggiamo alla darsena e scendiamo subito a terra camminando verso il centro che troviamo estremamente vivace e allegro. Ceniamo in un ottimo ristorante “Il fiore del cappero”, segnalato su Trip Advisor. Giovanni prende un antipasto del Cappero con misto caldo e carpacci di pesce  seguito da una grigliata di pesce. Io invece una fantastica insalata di polpo e patate seguita da un trancio di ricciola alla griglia. Per digerire è assai utile, anche se lievemente inquietante, il chilometro e mezzo di passeggiata nell’area portuale nella desolazione della notte.