venerdì 22 giugno 2018

Dei porti, dei pensieri sparsi e delle genti diverse.

Spiros, faccia pulita, gentilezza un po’ rude ma vera che viene dall’anima e da una educazione valoriale più che dalla vocazione turistica del suo mestiere di addetto agli ormeggi di Chania.
Spiros che, anche lui come tanti greci, si fa brillare gli occhi al sentire che siamo di Roma, città della sua luna di miele e non ho cuore di dirgli che non è più la stessa, la città che sarà sempre eterna ma che anche lei, come gli dei, un po’ di pene  si vede che le deve soffrire.
“Sono incredibili i romani” mi dice Spiros che si è sposato pochi anni fa, non nel 1950, “chiedi l’indicazione di una strada e smettono di fare quello che stanno facendo per accompagnarti là dove devi andare”.
Buffo.
È una delle esemplificazioni che uso più spesso per descrivere i greci.  Eppure, mai l’userei per descrivere i romani o comunque gli italiani. Forse i napoletani, sicuramente i calabresi, ma tutti gli altri certamente no.
Si vedono cose diverse con gli occhi forestieri e quasi sempre si vedono cose migliori.
D’altro canto, quando io dico questa cosa ai greci, vedo sui loro volti lo stesso mezzo sorriso perplesso che dedico a Spiros. “Ma chi? Noi?  Gentili? Ma quando mai…”  e, esattamente come faccio io con Spiros, loro non smentiscono se non con quel mezzo sorriso.
Piccoli, inspiegabili barlumi residui di orgoglio patriottico.
Ma un fatto è certo: gli stranieri possono restituirci un'immagine più bella di noi stessi. Ovunque, in ogni luogo, nel sud e nel nord di tutto il mondo.
È un patrimonio unico e imperdibile, lo straniero.
L’amaro, dietro a questi pensieri confortanti, viene dalla cronaca politica. Vista da qui, dal mio paradiso di armonia ellenica, la situazione italiana mi sembra una Babele disgustosa.
Slogan banali e insopportabili si inseguono sulla rete, si ripetono ben oltre la noia ma, quel che è peggio, accompagnano  e sottolineano provvedimenti di una gravità inaudita.
Quei signori del nuovo governo, sorretti da braccia festanti a mimare un ripetitivo “lasciamoli lavorare!”,  elargiscono pillole di veleno capaci di dare soddisfazione a un odio a cui non possiamo e non dobbiamo abituarci. 
Sono in uno dei porti più belli del Mediterraneo, quando leggo che il neo Ministro degli interni chiude i porti italiani alle Ong e nello specifico alla nave Aquarius che trasporta 629 migranti.
Non una dichiarazione di intenti ma un provvedimento. Non una “questione migranti“ da trattare a un tavolo dei potenti ma dei migranti veri in carne e ossa, costretti a restare in un mare ostile molti giorni di più del dovuto.
Lo stesso giorno, in tema assai più leggero, parlo con Spiros del porto di Chania. 
“Tutti vogliono venire qui, costa poco, ci sono i corpi morti, è una città bellissima e base di escursioni” lo dice come un dato di fatto e continua contrito “in estate abbiamo messo una regola, non si può stare più di 15 giorni consecutivi, a me dispiace ma i posti son pochi, un porto è un riparo, non può essere sempre pieno, ci deve essere ricambio”
Glielo leggo negli occhi che vorrebbe un porto più grande, che non vorrebbe mai dire a nessuno che non c’è posto perché un porto deve avere posto.

L'antico porto d'impronta veneziana di Chania, Creta.
 UN PORTO E’ UN RIPARO. Per tutti quelli che stanno per mare, anche per quelli di cui parla Spiros: normali naviganti come noi con problemi non problemi, fame che non è fame, sete che non è sete, stanchezza che non è stanchezza.  
Un porto è un riparo, deve accogliere, sempre, perché il mare non è terra, almeno per l’uomo che non è un pesce. 
Un porto non è una frontiera, è casa, è terra, è salvezza, è conforto.
Lo ha capito Spiros. Cioè no, Spiros lo sa da sempre, lo dà per scontato.
Che è successo, invece, a noi?
Non solo a Salvini, su lui non ho mai avuto speranze, che è successo a quei tanti italiani che vedo esultare per la chiusura dei porti? Tra loro, molti son uomini di mare, no forse no, son uomini che vanno per mare, diciamo.
Chiunque viaggi sa che non è possibile chiudere le frontiere, non si può fermare quel bisogno di viaggiare e tanto meno il bisogno di fuggire. A maggior ragione quando la fuga è sopravvivenza.
Non è solo solidarietà, è arricchimento. Non c’è cultura chiusi in se stessi, non c’è crescita, non c’è evoluzione.  
Ho l'impressione che in Italia stia avvenendo qualcosa di diverso rispetto ad altrove, è innegabile purtroppo come questi provvedimenti xenofobi stiano aumentando il consenso di chi li annuncia. Una sorta di folla animata da odio, assetata di vendetta che individua il nemico in quell’unico che ci guarda pensando che valiamo qualcosa.
Cacciamo via lo straniero, teniamoci la nostra roba, quella che abbiamo faticato a costruire, chiudiamoci in noi stessi con la scusa di preservare la nostra cultura. E intanto quella cultura la buttiamo al vento. Con la scusa di preservare tradizioni di cui ci importa solo nella misura in cui sentiamo che vengono minacciate dalla contaminazione.
Perché? Perché sono cattivi, rubano, puzzano, frugano nell’immondizia, lavano i loro panni nelle nostre fontane.
Questo, più o meno, il sentimento italiano che leggo e le motivazioni che mi vengono date.
Poche le voci che contrastano questa tendenza, poche, sempre più stanche, sempre più allibite. Unisco la mia. Ma per la prima volta penso che forse è inutile, forse è la Storia che fa il suo corso, forse bisogna passare per questo orrore per poi rinascere.
Non lo dico a Spiros che abbiamo chiuso i porti ai migranti. Non perché penso che possa giudicare male i nostri governanti ma perché temo la domanda “E voi? Che fate? Che dicono gli italiani?”
E che gli rispondo a Spiros? Che la crisi economica, le tasse e la disoccupazione ci hanno fatto diventare così? E se la nostra crisi ci porta a odiare, la loro ben più grave cosa dovrebbe fargli fare?
No, non glielo dico e spero di partire prima che lo legga da qualche parte.
Perché anche se grazie a Spiros, d’ora in poi mi sforzerò di guardare ai miei concittadini con i suoi occhi da forestiero e di cogliere quella gentilezza d’animo che io non so più vedere, c’è una cosa che dentro di me so che si deve dire degli italiani e non si può dire dei greci.
La nostra gente sembra proprio avere la vocazione per l’essere forte con i deboli e debole con i forti. E questo governo, altro non sta facendo, che carezzare questa vocazione.
Il porto è un riparo. Tra tanti slogan, non potremmo usare questo?

Mentre cerco di coniugare il bello che vedo qui con il brutto che arriva da casa, mi arriva un messaggio dalla mia amica Francesca: la lettera con cui Medici senza Frontiere ringrazia suo marito Ugo Pugliese, sindaco di Crotone per avere offerto il porto della sua città come possibile approdo alla Nave Aquarius. Come lui, altri sindaci, apprendo dopo. Se non sbaglio tutti del sud.
Il porto è un riparo. Anche per noi italiani. O almeno per quelli che conoscono
 il mare.

lunedì 11 giugno 2018

Routine.

Kapsali, Kithera, al confine tra Ionio e Egeo.
Ogni tanto, sempre più raramente, mi guardo indietro, più indietro di ieri, alla vita di prima. 
Che ormai, diamine, risale a quasi 10 anni fa. 
Ricordo a fatica un sacco di cose - eh sì, la libertà regala ossigeno ma disallena il cervello ai riepiloghi e ai punti della situazione e non ci sono più agende in grado di aiutarti! - ho perso la scansione temporale degli eventi e con lei tanti nomi, tante facce e anche l’esatto svolgersi di alcuni avvenimenti. Certi aneddoti che per anni ho ricordato e raccontato come esemplari di qualche principio o rilevanti per l’affermazione di alcuni valori, oggi mi sembrano insignificanti. 
E non so. 
Se è la mia memoria che ha perso i momenti salienti della storia o se la storia di suo non era destinata a conservare un senso. 
Ho percorso settimane lavorative per più di 20 anni della mia vita e, sebbene avessi un lavoro particolarmente lontano dalla ripetitività dei giorni, ero completamente assorbita in una sorta di routine: giorni lenti, giorni frenetici, risate, litigate, colpi di testa e compromessi, notti al lavoro, motorino, taxi, treni, aerei, diverse città, tutto a disegnare una routine scandita sempre da quel rassicurante accredito a fine mese che generosi committenti consideravano giusto controvalore delle mie fatiche. 
Poi, quando era giunto il momento di faticare un po’ di meno e raccogliere un po’ di più, decisi - con quello che avrei capito essere il mio pessimo senso degli affari - che era il momento di interrompere quella routine, di buttarla via per sempre, di mischiare le carte e di tirare fuori giorni a caso dal calendario.
Bellissimo, inebriante, sconvolgente. Ricordo ancora quello stupore infinito delle ore che passavano senza essere scandite da fatti ma solo dagli elementi della natura che cambiavano colore alle cose. 
Ora, anche questa vita è diventata routine. Mi preparo a partire per poi prepararmi a tornare e in questo tempo di mezzo navigo. Il contesto, da 8 anni, è lo stesso, la stessa Grecia, sempre diversa e sempre uguale. 
Isole a cui tornare hanno sostituito isole da scoprire. Rotte già fatte da rinavigare, facce conosciute in questa nuova vita da ritrovare e su cui cogliere il disegno del tempo che passa. 
E ogni volta che mi fermo in un luogo, penso che sarà qui che vivrò, quando avremo smesso di navigare. Ma non ho ancora deciso, così rimbalzo dall’ovest all’est della mia nuova routine. 
Consulta il meteo, leva l’ancora, decidi la rotta, alza le vele, ammaina le vele, scegli dove fermarti, cerca la chiazza di sabbia giusta, butta l’ancora e chiedi alla risacca di risparmiarti. E nel frattempo, cucina, nuota, scendi a terra a comprare qualcosa, leggi, telefona ma non troppo spesso che se no quando non hai campo telefonico a casa si preoccupano, parla col vento perché prima o poi ci riesci a dirgli “ora basta” e lui cala, parla col cielo perché è il cielo che decide cosa faranno vento e mare e, almeno qui, non devi preoccuparti di saltare livelli gerarchici. 
La vita diventa, ritorna ad essere, un lavoro da fare. Solo che nessuno ti paga per farlo.
Routine. 
Poi la routine si ferma, per un attimo, per un giorno soltanto. E non importa dove sei o se il posto dove sei ha qualcosa di speciale in un mondo che di per sé è sempre speciale. 
Metti insieme un mix di ingredienti che ti riportano lo stupore bambino dei primi tempi. 
La rada di Kapsali tutta per te, una brezza tardo-primaverile, il mare calmo ma non del tutto a ricordarti che è mare, la disposizione ad anfiteatro della riva di una località turistica nel suo sonnolento fuori stagione, un buon libro da leggere e la voce di Maria Bethânia a basso volume in pozzetto. 

E qualcosa da dire. 
Perché non esiste routine quando hai qualcosa da dire.

domenica 8 ottobre 2017

La Calabria è un altro Paese.

La Calabria è un altro Paese. E’ una frase ambigua, l’ho sentita spesso dire da altri con tutt’altro significato di quello con cui l’ho appena scritta io.
Magari da qualche romano che sfoga così, replicando ottusità, la frustrazione  a cui lo sottopone chi crede di essere più civile solo perché risiede qualche chilometro più al nord.
“Roma è Africa, i romani sono incivili, basta guardare le strade”. E invece di rispondere con intelligenza a queste osservazioni, ecco che Roma guarda più a sud e fa lo stesso errore. 
Perché il pregiudizio, chissà come mai, fa sentire tutti migliori. Basta uno slogan banale a farci sentire diversi. Paradossale.
La Calabria è un altro Paese, sì.
Sono anni ormai che la penso così e nel mio viaggio tra la Grecia e l’Italia, trovo casa in questa terra di mezzo che, a mio avviso, ha preso i pregi di entrambe e ne ha minimizzato i difetti.
Lo Yachting Kroton Club a Crotone e il Marina del Carmelo a Vibo Marina sono ormai da anni i nostri due approdi abituali, due pause dal mare d’autunno distanti tra loro ma nella stessa regione, due città che pur guardando mari diversi hanno in comune quello spirito marinaro che io, nel nostro bel Paese, non son ancora mai riuscita a trovare altrove.
Torniamo a Crotone dopo due anni di assenza e ritroviamo lo stesso affetto e calore di sempre. Sincero, disinteressato, vero, qualcosa a cui non si è più abituati. Lo YKC ha un pontile in più e una sede nuova di zecca, bella, moderna, accogliente. 
Mentre l’Italia va indietro, Crotone fiorisce. È un altro Paese la Calabria, capite il senso, ora?
Incontriamo Ugo Pugliese, ex Presidente del Club, impaginato nella sua nuova missione di Sindaco della città. La fatica e la stanchezza che posso immaginare siano ormai compagne di viaggio della sua vita e di quella “gioiosa macchina da guerra” di sua moglie Francesca, hanno perso in partenza, annientate sul nascere da un incrollabile entusiasmo e una testarda fiducia pragmatica sul futuro.
“Pur cercando di dare risposte quotidiane a una cittadinanza provata dalla crisi e dalle difficoltà, stiamo lavorando soprattutto per la Crotone che verrà tra 10 - 20 anni, cercando di ricostruire la sua struttura e la sua identità” mi dice Ugo con gli occhi che brillano di felicità.
Implicito è il fatto che qualcun altro raccoglierà la gloria delle sue fatiche. Straordinario che oggi in Italia qualcuno lavori non per se stesso ma per chi arriverà a goderne i meriti.
Glielo faccio notare e sorride “Magari per allora il sindaco sarà qualcuno dei ragazzi della mia squadra”, replica orgoglioso. Ma comunque vada, fa nulla, l’obiettivo è sempre e solo la città.
Ci presenta alcuni assessori e consiglieri, tutti giovani, forti e allegri nonostante la fatica. Tutti con la sua stessa luce negli occhi. Sembra il clima di una start-up, è il clima di una start-up: dedizione, fiducia, curiosità, spirito di iniziativa.
Ugo ci racconta quanto ha fatto, quanto ha in animo di fare, ci soffermiamo sui progetti inerenti lo sviluppo portuale per ovvia comunanza di interesse. Sono impressionata dal lavoro, quantitativamente e qualitativamente, ma soprattutto sono impressionata dalla determinazione. Ho come l’impressione che più il compito si fa difficile più queste persone producano energia. L’obiettivo è la città, si lavora bene per forza con un obiettivo così, con la faccia di uno che non consente su questo obiettivo compromesso alcuno.
Secondo me, Crotone ce la farà e ce la farà alla grande.
Lasciamo come al solito troppo presto questa capitale della Magnagrecia che per noi giace tra due lunghissime navigazioni e che forse anche per questo ha il sapore di una casa accogliente che poi è l’unica cosa che davvero cerca in terra la gente di mare.
Arriviamo a Vibo e troviamo lo stesso identico spirito.
Avviso Franco, patron del Marina del Carmelo che faremo tardi, magari ci fermiamo in rada da qualche parte stanotte per entrare domani ma lui mi rassicura “Non c’è problema, chiamami quando sei a 3 miglia che vengo ad accoglierti in banchina”.
Le regole qui sono dettate dall’accoglienza, unica e vera luce guida che accompagna ogni giorno al successivo.
Come mai al Marina del Carmelo, allo YKC, sanno di cosa ha bisogno chi arriva dal mare e dalle altre parti d’Italia no? Oppure lo sanno ma non gliene importa nulla?
Io credo che la ragione sia una: loro ascoltano. E poi cercano di fare.
Evidentemente considerano l’approdo che gestiscono un potenziale volano di benessere per la città.
Chi approda bene, si ferma, chi si ferma conosce e apprezza. E, come faccio io, racconta. E poi, nel suo piccolo, contribuisce all’economia di una località a vocazione turistica. Semplice, no?
Esattamente come fanno i greci, qui c’è lo stesso spirito di iniziativa e una maggiore competenza.
Per chi arriva dal mare, soprattutto in questa stagione, il porto è qualcosa di fondamentale, a volte irrinunciabile, è una mano tesa, un riparo sicuro, una pausa dal navigare. Costi accessibili e accoglienza amichevole rendono questa sosta una casa, costi alti e freddezza la trasformano in un inferno da cui scappare.
Anche al Marina del Carmelo troviamo novità: la nuova struttura in una particolare architettura postmoderna è completata: bagni nuovi e al piano superiore qualcosa che verrà. Anche Vibo Marina fiorisce mentre l’Italia va indietro.
Franco è contento della stagione, sapete perché? Perché quest’anno ha ripreso ad arrivare il piccolo diporto familiare, barche sui 12 metri con famiglie a bordo che da un po’ non si vedevano. 
“E questo è bello”, dice Franco. Ora, avete mai sentito un marina felice più della crescita del piccolo diporto che di quella dei super yacht? Io no.

Ed è questo il segreto. C’è, tra chi lavora sul mare in Italia, chi ha capito che il mare deve essere di tutti, che il mare non può discriminare, che dal disequilibrio basato sulle possibilità economiche non potrà mai nascere niente di buono. 
C'è chi ragiona così. Troppi pochi, speriamo siano contagiosi.
Lo ribadisco: la Calabria è un altro Paese. È più difficile far bene, forse, e per questo riuscirci dà più soddisfazione.
La mia terra di mezzo è ancora una volta per me, il miglior modo di rientrare dal viaggio.

mercoledì 30 agosto 2017

La volubilità del bello.

Ferragosto all'ancora nell'isola più in là (....no, non te lo dico qual è)
Quando ti parlano molto di un bel luogo, cercane un altro. 
Come è volubile il bello! Quanto più è naturalmente bello, tanto più si rovina con la contaminazione con ciò che per natura non gli appartiene.
Leggevo stamattina l'articolo di una donna danese che per tutta la sua adolescenza ha sognato di raggiungere "Maya bay" la spiaggia thailandese location del film "The beach" con Leonardo Di Caprio. Per anni ha immaginato quel luogo, lo ha vissuto come sua personalissima icona di fuga, si è immedesimata in quei chilometri di sabbia bianca e in quel contesto selvaggio. E che emozione deve essere stata, tanti anni dopo, riuscire a realizzare quel viaggio. 
Poi, arrivarci e trovare l'inferno. Migliaia di barche, decine di migliaia di persone, tempo contingentato a terra perché la folla richiede metodo e scadenze, senza riuscire a scorgere un granello di sabbia sotto la ressa umana. 
Tentare vanamente di strappare un ricordo giocando con l'inquadratura della sua macchina fotografica. E non riuscirci, perché l'impresa è impossibile. 
Ecco che più un posto è paradisiaco, più la moda lo rende infernale. 
Posso fare un paragone qui in Grecia con la spiaggia del relitto a Zante. Laddove natura e disgrazia hanno creato una location spettacolare, il marketing del turismo della banalità, così caro a chi ha poca curiosità e ancor meno fantasia, ha distrutto tutto, rendendo Navagio un luogo decisamente osceno dalle 10 alle 17. 
È l'esempio più eclatante che mi viene in mente ma ce ne sono anche altri: il posto naturalmente più bello viene preso d'assalto, riempito oltremisura, consumato, violato. Ignorando completamente ciò che è un po' meno bello proprio lì accanto e che grazie a questo scempio limitrofo , diventa per contrasto naturalmente più bello.
Ormai lì evito i luoghi considerati da sogno. Lì ho visti tutti i posti più belli di questo piccolo angolo di mondo e scelgo sempre la baia accanto. Un po' meno bella, quindi infinitamente più bella. Dove i rumori sono ancora quelli della natura e non dello stereo, a proposito... perché ascoltate musica in mare? che bisogno c'è? non riuscite più a sentire il suono del silenzio? 
Dove senti il belare della capretta, il ragliare del mulo e l'urlo inquietante dei falchi della regina, dove ti guardi intorno e non c'è altro che mare e terra selvaggia. L'acqua magari è meno turchese, la spiaggia meno bianca, il ridosso meno perfetto.... ma se andate per mare come fate a non sopportare un minimo di rollio o la possibilità di dover salpare durante la notte?
Non parliamo poi di alcuni porti, con la gara a entrare, la litigata all'ultimo posto in banchina, il ghigno malato di chi guarda e giudica l'ormeggio del vicino.... Perché diavolo andate in mare se dovete solo riprodurre le malignità da macchina del caffè dell'ufficio? 
La baia accanto è sempre speciale: anche in isole affollate in agosto -  se ci inciampi per sbaglio - ti ritrovi in pochi in larghissimo spazio. E quei pochi, chissà come mai, sono silenziosi e su barche con densità di popolazione al minimo. Ti scambi un saluto, ti riconosci. Sei fratello di modo di intendere il mare e forse anche la vita. 
Ormai i miei viaggi hanno una linea guida: luglio e agosto lontano dal troppo facilmente bello e possibile. 
Uno dei triangoli migliori in questo senso è Limnos, Lesbo, Chios, con le piccole Ay Stratis e Psarà a far da collante.
Da 10 giorni non vediamo una barca. Solo grandi navi passare all'orizzonte dirette o provenienti dai Dardanelli, qualche volta barche da pesca a tenerci compagnia la notte, null'altro. Posti che non sono impaginati nella classica cartolina greca, splendidi perché veri. Unici perché non raccontati, speciali perché il turismo non li ha ancora scoperti o li ha volutamente ignorati. 
Son posti in cui far passare l'estate, di cui non vedi l'ora arrivi la fine per poi rimpiangerne la fine. Posti in cui fermarsi a lungo,  in attesa di tornare ai luoghi "canonicamente belli" solo quando, sfebbrata l'estate,  saranno davvero tornati tali, rigenerati nel battito di ciglia di una sola notte. 
Guarda oltre, trova un posto tuo, questo è viaggiare, il resto è solo vacanza.C'è sempre qualcosa una baia più in là. C'è sempre un'altra isola accanto a quella più frequentata. 
E se stai bene tu, riuscirai a trovarla più bella. 
Perché il punto è questo: stai bene, tu?

sabato 29 luglio 2017

Le notti del marinaio.

Vivo 180 giorni l'anno in mare, ormai lo sanno tutti quelli che mi conoscono e anche quelli che mi conoscevano una volta. 
Ma, appunto, si dice "giorni". 
E delle notti si parla poco, come fossero un semplice sipario tra un giorno e il successivo. 
In effetti, chi vive in mare e fa piccolo cabotaggio, di notte ne vede poca.
Respira, ora con ansia ora con serenità, quelle notti in cui deve navigare, vuoi perché la distanza lo impone, vuoi perché lo decidono in combutta il vento e l'ancoraggio. Ma sono notti tecniche più che poetiche o meditative. Notti che se sei fortunato sono illuminate dalla luna e magari finiscono prima che arrivi il giorno, quando l'ecoscandaglio segna il fondale giusto e il rumore del ferro che scende nell'acqua ti dice ben arrivato. E strappi un'ora di buio per dormire un po', prima che nasca il sole.
Poi ci sono quelle notti in cui sei rimasto dov'eri di giorno, consapevole che sarebbe stato meglio spostarsi ma fiducioso che il meteo abbia esagerato un po', notti in cui hai azzardato. Si chiamano notti vigili, quelle in cui si chiude un occhio solo e nessuna delle due orecchie. Quelle in cui, dormendo nella cabina di prua, ti fai raccontare una lunga fiaba dalla catena dell'ancora, che se alza la voce è meglio che salti giù.
Notti in cui ti alzi 3 o 4 volte, che per due persone fanno 8, in un tacito alternarsi che diventa automatico, a un certo punto. No, non è vero, non è automatico, è una guerra di nervi. Ora si alza lui, pensi, fingendo di dormire mentre l'altro fa la stessa cosa. Finché uno dei due è più convincente. 
E poi ci sono le altre notti, quelle che non vedi, perché per mare la notte è fatta per dormire. Ci si alza con l'alba e si va a letto poco dopo il tramonto, perché è così sciocco sprecare ore di luce. Un marinaio si alza col sole ed è l'ora più bella, quella che vale di più della somma di quelle che seguiranno. Ha un fuso orario tutto suo, il marinaio e d'inverno dorme di più.
E infine ci sono quelle poche notti che decidi di guardare in faccia. Quando l'aria è più secca, il cielo rischiarato da una luna che illumina una costa selvaggia. O meglio ancora quando la luna latita e la via lattea ti spiega chi sei.

Perché la luna serve per navigare, le stelle per immaginare.

lunedì 24 luglio 2017

A Skiros, sospesi nel fuori rotta degli altri.

Notte con via lattea ad Ag. Fokas
C'è un'isola che è remota pur non essendo remota. 
Anello di congiunzione di tre arcipelaghi senza essere un crocevia. 
Uno di quei miracoli della natura che mette un pezzetto di terra quasi al centro ma riesce a renderlo fuori rotta per chiunque non la consideri una meta. 
Skiros è questo. 
Isola per chi la cerca, non di passaggio. 
Golfo di Linaria, il porto di Skiros
Chi da Atene va verso le Sporadi settentrionali, è intimorito dal famigerato stretto di Kafireas e predilige la rotta che passa per il canale dell'Eubea. E così la salta. 
Chi va verso le sporadi orientali taglia in diagonale, cerca di arrivare a Samos e poi risale. Oppure sale su in Calcidica e scende poi su Limnos. Se poi, da lì, vuole tornare giù, punta su Mikonos o scende per il dodecaneso. Chi va alle Cicladi a stento arriva ad Andros, figurati risalire. 
E così, Skiros resta lì, isola isolata dalle abitudini dei naviganti. 
Il meltemi la usa come porta del vento: al suo ovest la calma del regime di brezza, al suo est lo scivolo perfetto del suo più impetuoso soffiare. 
E lei di giorno prende i vizi dell'est, ma di sera, come il sole,  anche Skyros guarda a ovest e si acquieta. 
P'acá y p'allá ad Agios Fokas
Isola di ancoraggi difficili a un primo sguardo: i grandi golfi, quasi porti naturali, hanno i fondali coperti di poseidonia  e raffiche da effetto venturi che mettono alla prova la tenuta di  qualunque ancora. 
Ma se ti ci metti d'impegno li trovi, tra la costa sud e le isolette satellite di Skiroupola e Sarakino, quei 4/5 fazzoletti di sabbia sul fondo dove l'ancora tiene anche i 40 nodi. E se sei la sola barca in zona, 4 o 5 ancoraggi ti bastano. 
È un'isola fuori rotta e apparentemente ritrosa. Persino noi, ci torniamo solo dopo 5 anni e solo perché abbiamo deciso di tornarci: qui incontrammo Ghiorgos, ci prese le cime a terra, ci aiutò a ormeggiare e ci raccontò la sua storia, così simile alla nostra, il suo lasciare la città e un lavoro da manager per una vita nuova, più semplice e più vera,  sull'isola. 
Il calore che trovammo in lui e nella gente del luogo ci ha spronato a tornare. Ghiorgos era lì e la nostra amicizia in questi giorni si è saldata. Suo figlio Orpheas è quasi un ometto ormai, bello vedere i segni del nostro peregrinare sulla statura di un ragazzo che cresce.
Il porto di Linaria.
Passiamo serate insieme a parlare di isole, di uomini che somigliano a isole e di progetti. 
Con Ghiorgos parliamo di vita, di sofferenze, di Grecia e parliamo di Skiros, il posto in cui non è solo la natura a compiere miracoli, il deus ex machina è lo spirito della gente e questa loro meravigliosa voglia di eccellenza a dispetto delle difficoltà. 
Il porto in 5 anni è cresciuto in un controtendenza perfetto con la crisi di questo Paese. Tutto, ma proprio tutto, è segno evidente di semplice ma meticolosa cura e di gioiosa inventiva. 
A partire da Sakis, che ha sostituito George al porto e fin dalla prima telefonata ti fa capire che ti aspetta. 
Sakis prende le cime di ormeggio.
Sakis il biondo, sempre in movimento con al piede ora un monopattino a tre ruote, ora il gommone, e un sorriso allegro sulla faccia che dice che quel lavoro gli piace. Quando con orgoglio mi recita i servizi del porto, gli dico che forse ci fermiamo fino a Natale, perché tutte quelle cose, tutte insieme sanno di casa e alla fine, paradossalmente, chi viaggia per mare, cerca costantemente una casa. 
Il suo sorriso si allarga, diventa contagioso e contagiosa è la sua energia. 
Ed eccomi in quello che posso definire senz'altro il miglior Marina della Grecia. 
Trappe d'ormeggio, l'assistenza di Sakis dal gommone e di Christos a terra (noi, per quel che serviamo,  potremmo completare la manovra bevendo un Martini sul ponte, avessimo il Martini...). 
La Chora di Skiros a Nord dell'isola.
I bagni sono sempre pulitissimi, una ciambella rosa identifica quello delle femmine, una azzurra per i maschi. Dalle 8 alle 9 di sera le luci nelle docce si abbassano, una palla da discoteca riflette led colorati e dagli altoparlanti arriva discomusic anni '80. Faccio la doccia sulle note di I will survive e mi sembra di sentire la Grecia cantare. 
Luce, acqua, laundry, TV satellitare, postazione computer e Wi-Fi a disposizione, una piccola libreria in banchina, se vuoi prendi un libro e lasci un libro. 
All'ancora a Ormos Limani, nell'isoletta di Skiroupola
E la sera, l'acqua sotto la barca si colora di azzurro, semplici led subacquei sottomarini per regalare alle nostre barche a vela l'illusione di essere, per una volta, dei mega yacht di lusso. Tutto questo, per soli 9 posti barca che pagano una ventina di euro al giorno tutto incluso. 
Fuori dal porto, Sakis ha allestito dei corpi morti rinviati a cime a terra perché, si sa, anche se qui arrivano in pochi, in condizioni avverse avranno problemi di ancoraggio. 
Si prevede una brutta perturbazione, più brutta di quella che poi di fatto arriverà qui e che invece porterà alluvioni devastanti in Calcidica e a Limnos. 
Molos, sulla costa nordorientale.
Sakis non si dà pace e, anche dopo che ha riempito il porto, come vede una barca entrare nel golfo salta sul gommone e gli propone una boa. "Non te lo faccio pagare l'ormeggio ma prendi una boa, l'ancoraggio è precario e ci saranno temporali". Qualcuno accetta, qualcun altro no e rischierà parecchio. 
Ecco la cosa che toglie il sorriso a Sakis, non poter risolvere tutto. "Io più che offrirgli l'ormeggio gratis e dirgli che è pericoloso star fuori, non posso fare" mi spiega alzando le spalle in un vano tentativo di simulare una rassegnazione che sa invece  di nuovo obiettivo da raggiungere. Un modo lo troverà, perché son troppe le barche andate a scogli per leggerezza dei comandanti. 
Il monastero fortificato di Ag. Ghiorgios, in cima alla Chora
Facciamo di quest'isola la nostra casa, incontriamo Lorenzo e gli amici di Rovereto che ci invitarono alla loro cena di Natale per presentare il mio libro. E poi Pino e Pina due pugliesi trapiantati a Padova con un dufour 38 con cui hanno fatto l'Atlantico andata e ritorno., con cui dividiamo un gyros e le nostre storie di vita e di mare. Passiamo i giorni a misurare le nubi nere, a rinforzare gli ormeggi ad aspettare i temporali. Ogni sera, al tramonto arriva il traghetto e, in perfetta sincronia, il bar sulla collina fa suonare la musica di "Così parlò Zarathustra", un'abitudine consolidata da decenni anche quando l'eccellenza non abitava ancora qui ma l'inventiva, quella sì, già non mancava. 
Il mulino riadattato a caffé sulla costa nordorientale.
Con lo scooter che ci ha prestato Ghiorgos giriamo l'isola in lungo e in largo da terra, andiamo a guardare il mare di fuori, arrabbiato e funesto e poi lo vediamo calmare. 
Facciamo fatica a lasciare quest'isola anche dopo aver mollato gli ormeggi dal porto, anche quando il vento cala e suggerisce ai naviganti di ripartire. 
E restiamo. 
Ci muoviamo tra i nostri ancoraggi senza nemmeno dire "domani partiamo", senza nemmeno dire "domani"
Relitto a Punta Agalipa.
Galleggiamo sospesi in uno spazio senza tempo, soli in baie bellissime e silenziose. Vediamo barche a vela passare all'orizzonte, qualcuna fermarsi un paio d'ore e poi ripartire. Dimentichiamo cosa vuol dire navigare, calamitati in questa terra di mezzo in cui nessuno sembra volersi fermare.
Guardiamo questo posto con occhi diversi, immaginandolo in pieno inverno e la segnamo tra le isole che faranno parte del nostro prossimo progetto. 
Skiros ci lega a sé, come una sirena incantatrice, complice dei nostri inesistenti programmi, solidale con il nostro incantato disimpegno. E ci insegna un viaggio diverso, quello del fermarsi e aspettare senza neanche sapere cosa aspettare.

lunedì 10 luglio 2017

Plomarion, gente dell'Est.

Su Plomarion, costa meridionale di Lesbos, 3 portolani davano informazioni completamente diverse sul fondale in banchina, chi diceva che era maggiore sul lato ovest, chi sul lato est. Concordavano unicamente sul fatto che fosse tra i 2 metri e i 2,70. Profonditá forse desunte da altre carte, non certo da sopralluogo, in ogni caso "profondamente" errate. 
Con cautela ci avviciniamo al molo di prua e rileviamo ben 5,10 mt. Una lieve sporgenza di roccia sommersa fuoriesce dal molo per soli 20 cm, comunque segnalata e protetta da apposito respingente. Ci siamo solo noi e una piccola barca francese su un molo che può ospitarne 30. All'interno del porto una piccola darsena per barche locali. 
All'autorità portuale, nel palazzetto davanti al l'ormeggio, trovo addetti simpatici e ospitali. Chiedono solo il dekpa e la compilazione di un modulo. Costo ormeggio 7 euro per un 45 piedi (tariffa valida per 2 giorni), inclusa acqua, elettricitá e quel sorriso con cui il giovane marinaio ci dice orgogliosamente "se vi serve qualcosa siamo qui, 24 ore su 24".
Il porto è soggetto a raffiche brevi ma intense, da effetto venturi che giungono ora da est, ora da ovest al traverso della barca. Ma il fondale è ottimo e con la giusta distanza dalla banchina e due traverse rinviate a prua si dorme tranquilli.
Il paese di Plomarion, seconda città di Lesbos dopo Mitilene, è un fitto affastellarsi di case colorate che si arrampicano ad anfiteatro sul porto. Nessuna concessione alle simmetrie da cartolina della Grecia che piace ai più in una architettura invece poco nobile ma disordinata e spontanea. Non c'è turismo, se non quello locale o dell'est europeo. Trovare un espresso è difficile, la maggior parte dei cafeneion ha un cartello che recita orgogliosamente "Qui serviamo solo caffè greco tradizionale". 
A 10 chilometri da qui, l'epicentro di un terremoto 6,3 che meno di un mese fa ha colpito la zona e raso al suolo un paesino qui vicino. A Plomarion non mi sembra vi siano tracce, molti edifici sembrano pericolanti ma non mi pare cicatrice di qualcosa di recente. 
La cittadina è vivace senza essere scomposta, i greci chiacchierano e fanno musica ma in modo più pacato degli occidentali. Quasi nessuno parla inglese, ma se gli dici una parola in greco possono parlarti per ore, peccato non riuscire a seguirli. Alla taverna Epta Thalasses mangiamo la miglior cucina greca che ha assorbito la creatività turca. 
Plomarion è figlia di una Lesbos particolarmente sfortunata e storicamente ricondotta a stereotipo. Il solo fatto di aver dato i natali alla poetessa Saffo, l'ha per anni circoscritta ad un pellegrinaggio omosessuale a sua volta circoscritto da qualunque altro pellegrinaggio sacro o profano di un mondo che non sa integrare ed è invece bravissimo ad alzare barriere. Oggi invece, Lesbos è soprattutto sinonimo di migranti e profughi. Un'isola che non sa più come difendersi e non ha tempo di discriminare perché è quotidianamente impegnata ad accogliere e a salvare centinaia, migliaia di vite umane. Un'isola poco sorridente, perché c'è poco da sorridere, che riesce a guadagnare spazio sui media occidentali solo grazie alle "montagne arancioni", quei cumuli immensi di salvagenti che, diventando immagine shock, diventano notizia ma notizia da leggere da lontano.
Ancora una volta resto interdetta dallo scoprire quanto sia ignorata questa Grecia più autentica, così vicina fisicamente e così lontana nell'anima da quella cartolina cicladica che si è trasformata in emblema, un brand neanche poi così greco, a cui i greci del contesto semplicemente si sforzano di somigliare. 

Meglio così, per me, che vedo il bello laddove trovo meno contaminazione. Un po' meno per loro che, anche se si attaccano a una bandiera fatta di un caffè per me imbevibile, poi ti salutano a malincuore come il nostro addetto dell' autorità portuale con un "ma l'anno prossimo tornerete, sì?" che vuol tanto dire "abbiamo bisogno di voi", quella cosa che i Greci hanno la grazia e la saggezza di saper dire, senza mai perdere in orgoglio.