giovedì 11 luglio 2013

Kyra Panaghia. Quando il mare diventa lago.

Ormos Planitis a Kyra Panaghia
Lasciata Skopelos, risaliamo di nuovo la costa orientale di Alònissos. Bella sensazione di déjà vu, questa di salutare e ritrovare un'isola in pochi giorni. È uno dei rari momenti di ritorno sui nostri passi. Non si tratta di ripensamento ma di rotta, uno scarto laterale voluto per includere Skopelos nel nostro viaggio. 
Il vento latita in questi giorni, ci riserva solo qualche piacevole brezza termica di mare. Ogni tanto ci sveglia con una strillata tra i 20 e i 30 nodi ma dura lo spazio di mezza giornata, poi tutto tace di nuovo, come non fosse mai accaduto nulla. È Lui, lo so, vuol ricordarci che esiste: un piccolo cameo di meltemi, interpretazione straordinaria dell'attore ormai famoso e attualmente impegnato altrove. 
Oh, lo so, lo so: i naviganti di tutto l'Egeo mi diranno che questo non è ancora Meltemi. 
Mi dispiace, ma rifiuto di partecipare all'annuale oziosa diatriba di "È Meltemi/non è ancora Meltemi/Il Meltemi quest'anno arriva tardi, finisce presto/arriva presto finisce tardi/Il meltemi quest'anno non arriva". Se la ride, il bastardo, di questo sciocco tentativo di prevederne il comportamento e di classificarlo.
Io ho fatto un patto con questo vento, anni fa, nei nostri primi burrascosi incontri. È lui il titolare della cattedra del vento in Egeo e, da buon dirigente, risponde di quel che fanno i suoi impiegati. Quando non c'è, è perché ha delegato ma si assume tutte le responsabilità del caso.  Quindi.... Entro in Egeo e lo saluto, indipendentemente dalla stagione. Gli altri cerchino pure di studiarlo scientificamente, io preferisco mettere le cose su un piano più umano. Altrimenti, perché perderei tempo a parlarci? Sarebbero solo "parole al vento", no?
il relitto della nave Alònissos a Peristéra
Zigzaghiamo nel canale tra Alònissos e Peristéra, incerti sul dove fare sosta. Una sosta breve, perché Il fascino del nuovo, come sempre, ha la meglio  e abbiamo voglia di raggiungere Kyra Panaghia, 4 miglia a Nord Est della punta nord di Alònissos. 
Alla fine, ci chiama a sé il relitto di una nave su Kalamaki a Peristéra e ci ancoriamo proprio lì davanti per un bel bagno.  
Un naufragio che pare recente, una piccola nave da carico, l'Alònissos, che giace semisommersa. Una gru divelta sul ponte e dietro di lei altre due barche da pesca arenate. Non si capisce se sono state messe lì come contrappunto o se si sono proprio andate a incastrare per avaria.
L'isola di Kyra Panagia, il cui antico nome è Pelagos, è la più grande delle Sporadi deserte. Vi è solo un Monastero senza monaci sul versante occidentale e migliaia di capre. 
È un'isola della riserva naturale, in quanto uno dei pochi habitat rimasti nel Mediterraneo per la foca monaca. 
E' parco ma senza restrizioni: a Kyra Panaghia puoi arrivare in barca, ancorarti e passare la notte. I portolani raccomandano solo di non far nulla che possa causare disturbo alla fauna locale. Ora, questo andrebbe forse spiegato meglio a due barche a motore di 18 metri che irrompono nella quiete assoluta di Ormos Planitis nel tardo pomeriggio, si ormeggiano affiancate con cime a terra e iniziano un'attività che si protrae fin dopo il tramonto, sicuramente poco gradita dalla fauna locale, noi inclusi. I due tender delle barche scorrazzano per questo enorme e pacifico fiordo alternando lo sci d'acqua al trascinamento di ciambelloni saltellanti sormontati da bambini che manifesteranno, probabilmente a breve, turbe psicoattitudinali di difficile risoluzione. Italiani? No, inglesi. Questo un po' mi conforta, un po' mi atterrisce. God save the Queen. E visto che c'è, salvi pure la foca monaca che ne ha più bisogno.
Ormos Planitis la rada a Sud Est
Ormos Planitis è un porto naturale perfetto, un riparo, sul lato nord dell'isola, sicurissimo anche quando fuori c'è tempesta. Aperto solo a nord per un ingresso largo appena 82 metri, immagino che in  burrasca l'entrata debba essere inquietante: il vento ti spintona dentro con una certa pressante insistenza.   Nessun problema invece a uscire con quelle condizioni: semplicemente non esci.
Noi abbiamo un moderato 20 nodi che ci permette un ingresso molto agevole e sicuro. Non possiamo quindi apprezzare pienamente il contrasto tra la furia di fuori e la quiete del luogo. 
L'ingresso di O. Planitis e, sullo sfondo, Gioura
È bello lo stesso. Golfo immenso, maestoso, silente. Le due barche in rada insieme a noi nella baia di sud ovest si perdono nella grandezza del golfo. Altre 4 sono ancorate nella baia sud est a una distanza tra loro abbondante e, sembrerebbe, calcolata da un'architetto con la passione per la simmetria. L'acqua è smeraldo, pulitissima ma torbida, non si vede a un metro. Effetto lacustre, appunto. Ferma ma increspata sulla superficie dalla brezza di vento. Ci arrampichiamo sulle rocce in verticale, superando un primo tratto di macchia e corbezzoli. Una via da capre, più che da umani, tenendo sempre a mente che la discesa sarà più difficile della salita. Arrivi a mezza costa e hai una visione di insieme che rimanda ad altre. Penso a Vathi a Astipalea, penso a Amorgòs, l'ancoraggio dietro l'isoletta di Nikouria, penso al dedalo di Arki e Marathi in alcuni punti, penso a Vathi di Itaca. Penso a Bozuk Buku in Turchia. Quando la terra chiude l'orizzonte e il mare diventa lago. Sembra surreale ma a noi marinai piace quest'effetto, se è fuggevole. Ti sembra di entrare in una casa, fatta della materia che piace a te, acqua, sale e terra intorno. Una casa a cielo aperto in cui non c'è bisogno di chiudere la porta. Basta sapere che la porta c'è.
P'acá y p'allá a Agios Petros 
Kyra Panagia ha un altro grande golfo sul lato occidentale che funge da porto naturale. È Agios Petros, aperto solo a sud ovest. Tre baie all'interno, la preferita da tutti è quella a nord, protetta da una piccola isoletta. Ci sono posti in piedi quando arriviamo e, al calo di vento di stasera, si prevede un bel minuetto delle barche che girano sulle proprie ancore. Non fa per noi, preferiamo la rada a sud, dove troviamo nuovamente i canadesi del Johanna, la goletta verde con cui passammo due giorni ad Alònissos. Ottimo segno. 
La spiaggetta di Kambos a Ag. Petros
Sfioriamo solo l'isola di Gioura, senza fermarci. Gioura, in antichità conosciuta come Gerontia, si narra fosse l'isola dove Ulisse incontrò Polifemo. Rocciosa e impervia, non offre approdi sicuri. 
C'è un ancoraggio su Pappoùs, poco più di uno scoglio sul lato Ovest di  Gioura, ma mentre lo passiamo con uno acuto di meltemi a quasi 30 nodi non sembra proprio il luogo indicato per passarci la notte. 
Poche ore dopo calerà il vento del tutto ma per mare è l'hic et nunc che guida le scelte.
Anche questo è andare per mare. Sfiorare isole senza toccarle, guardarle finché non spariscono dalla vista con quel piccolo sentore di amaro per non aver stretto loro la mano. Ma è una sofferenza a suo modo vitale per i marinai. È sui rimpianti che si studiano le rotte dei prossimi viaggi. Coltivare i rimpianti significa non smettere mai di navigare.

martedì 9 luglio 2013

Skopelos. Mamma mia!

Ancoraggio di Ak Amarandas (sud est)
Ci sono ancoraggi perfetti. Sono quegli "hot spot" che ti restano nel cuore perché hanno una incredibile sinergia tra il tempo e lo spazio. Tra il vento, il mare e la terra. E ovviamente la tua barca.
Uno di questi, uno dei tanti di questi anni di Egeo, è Ak Amarandas a Skopelos. Sulla costa sud est dell'isola, mezzo miglio a est del porticciolo di Agnondas, è un angolo di mare grande come un pezzo di terreno che potresti comprare, incastonato tra rocce bianche e pini che arrivano sull'acqua. Un angolo stretto che ti invita, dopo aver gettato l'ancora, a mettere due cime a terra, quasi perpendicolari alla barca. E hai una casa sull'acqua, sospesa tra mare e cielo. Unica compagnia: le cicale, dal chiacchiericcio piacevole per i primi 10 minuti, poi logorroico, poi insistente. Quando diventa molesto come le chiacchiere alla macchina del caffè di un ufficio affollato di caffeina-dipendenti, arriva la sera e le cicale vanno a dormire. Suona la campanella di uscita, insomma. Manca solo la luna, ma in sua assenza, le stelle brillano di più. In natura, ci sono sempre mancanze che hanno un loro perché. Ma anche nella vita, quasi sempre.
Il piccolo scalo di Agnondas
Vediamo sfilare davanti a "casa" una mezza dozzina di barche che, senza indugiare, si dirige ad Agnondas, un piccolo porticciolo con qualche taverna. Il richiamo della terra, di sera, è quasi sempre più forte di qualsiasi mare. Pur vero che qui c'è posto per una sola barca, ma lo intuisco dalla loro andatura che non sono interessati al nostro angolo. Nessun rallentamento, nessun giro di prua, nessuno strillo a bordo del genere "Ehi, guardate, è bellissimo! che ne dite, proviamo a stare all'àncora lì?" No, non è il fatto che ci sia posto per una sola barca a renderli disinteressati, di solito prima di capirlo, il diportista arriva vicino, prova ad ancorare più volte. Fosse mattina, lo farebbero. Ma siamo al tramonto e il richiamo delle gambe sotto il tavolo è più forte dell'ancoraggio perfetto. Meno male.  La meraviglia di questo luogo è avvalorata dal momento. Un raro calo di vento che annulla un effetto di risacca che qui deve essere consuetudine. 
Ak Kastri - Moni Ag Ioannis
Da solo, Ak Amarandas, vale il viaggio per arrivarci, vale la rotta Nord che stiamo facendo più per dovere di completezza che per vero istinto, vale tutte le cicale del mondo. 
Skopelos fu la location principale del musical "Mamma Mia!", gradevole adattamento cinematografico del 2008 con una bravissima Maryl Streep. Ci divertiamo a individuare le location, con l'aiuto della memoria del film e di internet. Ad Ak Amarandas fu girata una delle prime scene con la giovane Sophie che confida alle sue amiche di aver invitato sull'isola i suoi tre probabili padri.
Altra location, altro ancoraggio: Ak Kastri, proprio sotto il monastero di San Giovanni, sul lato nord dell'isola. Il monastero è al vertice di una impietosa scalinata di roccia, la location della  scena del matrimonio. Mentre salgo le scale, sento in testa la canzone degli Abba "…The winner takes it all, the loser standing small….". Vincitori e perdenti, la storia del mondo. Chi vince prende tutto, chi perde si sente piccolo, chi perde cade giù. Brutta roba, gli dei che fanno, scioperano? Perché i vincitori prendono tutto? non si potrebbe, una volta vinto, lasciare qualcosa, almeno così chi perde resta in gioco? Almeno nessuno cade giù. Ma vaglielo a dire a chi vince. Di solito il vincente, mentre vince, non è mai particolarmente generoso. 
La scalinata al monastero di San Giovanni
Che c'entra? Nulla, come al solito, ormai ci siete abituati. Comunque, questo era ciò a cui pensavo. Bisognerà pure pensare a qualcosa, mentre si salgono quegli infernali gradini di pietra che più in verticale non li si poteva immaginare. Chi perde cade giù. Ma anche chi vince, se perde l'equilibrio. E non c'è nulla come la vittoria che faccia perdere la misura dello spazio. Mentre finisco i miei scalini e i miei pensieri, una voce dietro di me mi riporta sulla terra : "Un paio di salite così e smetti di fumare vero?". Ha notato il pacchetto di sigarette che spunta dalla tasca posteriore dei miei shorts, questo simpatico personaggio dall'accento veneto. Ci spiega che è un po' greco e un po' italiano e da anni vive a Cape Town. Ha una compagnia di produzione cinematografica, probabilmente uno dei service con cui ho lavorato nella mia vita passata per la produzione dei due spot che abbiamo girato lì. Ma non ricordo i nomi di quei service, né i nomi dei producer, né gli anni delle produzioni. Chi perde, perde anche la memoria, forse. Di Cape Town ricordo le balene in porto e quel cielo terso, così basso che senti di dover abbassare la testa, così cielo che da un'altra parte non c'è. 
Skopelos City vista dalla strada dei Monasteri
La ringhiera di acciaio che corre lungo tutta la scalinata è stata sicuramente messa dopo le riprese, anzi, dopo che il successo del film ha portato qui 10 volte i turisti che ci passavano prima. Tanto esteticamente deturpante quanto salvifica, questa ringhiera. In cima, il monastero: nulla di eclatante, ma caratteristico, come sempre. Ombreggiato da pini e ulivi. Una campana in cortile suona ogni tanto. Sembra porti fortuna suonarla e chi arriva lo fa. La rada sotto, dove è ormeggiata P'acá y p'allá è anche lei in un momento di grazia di vento. Restiamo a dormirci, da soli come sempre, aggiungendo una seconda ancora per scongiurare l'onda di risacca notturna. Quando metti la seconda ancora a poppa, puoi scommetterci tutto quello che hai: ti svegli al mattino e si deve salpare velocemente perché il vento si è alzato e la rada è parecchio esposta. Puntualmente, avviene anche stavolta.
La cittadina porto di Skopelos
Poche miglia e siamo a Skopelos city, il porto principale. Ci ormeggiamo con l'àncora con un bel 25 nodi al traverso, che non è mai piacevole. Ancora meno piacevole quando alla tua sinistra hai una motonave di ferro battente bandiera cipriota. La bandiera non influisce, è il ferro della sua prua che ci sovrasta a incuterci un certo timore. Ci distanziamo a sufficienza. 
Skopelos è un bel porto/villaggio. Gratis l'ormeggio. Acqua e corrente in banchina con le card a scalare. Un bel posto dove stare e dove lasciare la barca per qualche ora. Qualche problema con l'ormeggiatore che non sa fare nessun nodo ma salto a terra e in poco tempo risolvo il problema. 
Il portolano dice che sul fondo giace una catenaria abbandonata parallela al molo e distante 30 metri, noi abbiamo 37 metri di catena, quindi potremmo averla presa ed avere problemi al momento di salpare. Poi l'ormeggiatore ci dice che è una diceria e non c'è nessuna catenaria. A Skopelos mangiamo. Non che di solito saltiamo i pasti, sia chiaro. Ma qui mangiamo fuori a pranzo e a cena, un vero lusso. Da "Perivoli" sperimenteremo il conto più salato dell'intera Grecia (55 euro cena per 2, vino incluso) e la prima tovaglia in stoffa sul tavolo. Ma la cucina è buona  e i tavoli nel cortile pergolato, con l'orto a fianco, danno all'atmosfera un ché di curato e particolare. Da Gialòs, sul porto, spendiamo meno della metà e mangiamo altrettanto bene. E ritroviamo le tovaglie di carta. 
La cittadina, che è anche la Chora dell'isola, è vivace, animata da traghetti e aliscafi che entrano in porto 5 o 6 volte al giorno. Case bianche squadrate con i tetti di tegole rosse sovrastano, purtroppo,  quelle tradizionali con i tetti in pietra ma, nell'insieme, il fascino resta intatto. Un reticolo di vie strette che sale sulla collina, una chiesa dopo l'altra fino in cima. Skopelos è una delle tante dimostrazioni che ai Greci basta uno slargo per fare una piazza, basta un platano per fare un luogo di ritrovo. 
Skopelos dalla massicciata all'alba
Al molo di transito, c'è un certo traffico di barche charter, quasi tutte sotto i 10 metri. C'è un turismo variegato e europeo. Poco rumoroso e rilassato. "This is a great name", mi dice un ragazzo avvicinandosi a P'acá y p'allá. "Eres Espanol?" chiedo io. Ovviamente sì, solo gli spagnoli apprezzano il nostro nome. Lo raggiunge la moglie e declama correttamente P'acá y p'allá. Viene voglia di mettere prua a ovest e raggiungere terre ispaniche. Tanto per farsi chiamare bene, tanto per evitare di fare lo spelling.
Chiesa a Skopelos City
L'isola di Skopelos in origine era nota come Pepàrethos e come tale, citata nel Filottete di Sofocle e nelle Metamorfosi di Ovidio. Secondo la leggenda, fu fondata da Staphylus, figlio  di Arianna (e forse di Dioniso) e così chiamata in onore del fratello Peparethos. Il commercio marittimo ha da sempre fatto parte della storia dell'isola e si vede da una notevole presenza di porti soprattutto sul lato sud, oggi approdi dimenticati e poco serviti ma quasi tutti praticabili. Skopelos è un trionfo di pini, olivi e vigneti. Il vino Peparethos era noto e esportato fin dall'antichità. Vien da pensare che, sì,  Staphilus fosse figlio di Dioniso, l'arte del vino era dote di famiglia. 
Ak Amarandas e la costa sud
La costa sud è orlata di spiagge di ciottoli, quella nord più rocciosa e esposta al vento. 
A nord Est c'è una strada che fa il giro dei monasteri, andiamo a visitarne qualcuno. A Evanghelistria, bel complesso in pietra del 1712, c'è una sola monaca, ci riceve, mi regala una collanina e ci porta una manciata di ciliegie dolcissime. Erano 10 monache fino a poco tempo fa, ora è rimasta da sola. Come nei 10 piccoli indiani, penso, ma non ha un'aspetto minaccioso. 
Il monastero di Evanghelistria a Nord Est
Ci andiamo in motorino ma in tutti i monasteri ci accolgono come se fossimo in pellegrinaggio a piedi: un dolce, un caffè, dell'acqua, le ciliegie. In moto giriamo tutta l'isola e visitiamo gli approdi. A Neo Klima vediamo ormeggiato un Beneatau italiano, la Città del Sole. Incontreremo i suoi proprietari da "Agnanti", ottimo ristorante e unico punto di vita della cittadina montana di Glossa. Francesco e sua moglie da 8 anni tengono la barca in Grecia, confrontiamo le nostre rotte e scopriamo itinerari in comune. Mi viene ,dopo, il dubbio di averli incontrati 2 anni fa ad Amorgòs, le barche forse si riconoscerebbero tra loro, le barche hanno migliore memoria dove noi tendiamo a dimenticare. 
Il melitzana imam di Agnanti.
Conoscono bene la Calcidica e le isole di Thassos e Samotracia. "Bellissimi luoghi, verdi, come qui", ci dicono. Verde. Io sarei stanca del verde, dei pini, delle cicale, dell'ombra. Sentiamo crescere in noi la voglia di sud. Ogni volta io e Giovanni tendiamo a girarci indietro, a guardare a sud a dirci reciprocamente che se ci gira, domattina, cambiamo idea e puntiamo sul centro dell'Egeo. Ma poi, il vento che continua a essere gentile, per lo più a regime di brezza allegra, ci convince a continuare la rotta nord. Ancora un po', poi si gira la prua. E le cicale stanno a guardare.

mercoledì 3 luglio 2013

Alónissos. Giorni pigri.

Spartines Bay - Alónissos, costa orientale
Arriviamo in rada a Spartines Bay, sulla costa orientale di Alónissos, in anticipo sui tempi. Ci coordiniamo male con il vento che non gira a NO come promesso e lascia un po' di ondina a cullarci per qualche ora. Siamo noi e una goletta verde di due anziani canadesi che ci raggiunge poco dopo. Cala il sole e intuisco che nel loro pozzetto c'è un dialogo e un dubbio analogo al nostro. Un dialogo qualunque di un giorno qualunque per chi vive per mare. Simile al dialogo cittadino "Dove hai parcheggiato? Domani dobbiamo spostarla perché fanno i lavori... Hai visto l'avviso per l'assemblea di condominio, ci vai tu?"
I colori di Spartines
Il dialogo dei marinai in rada invece è: "Che vogliamo fare? E se non gira per niente il vento? E se resta da questa direzione e rinforza? E se cala del tutto e resta solo l'onda?".
Il nemico di ogni marinaio, quando le condizioni non sono di pericolo e le preoccupazioni importanti sono sedate, è lui: il maledetto rollìo. Se il rollìo in navigazione ci può stare, all'ancora proprio no. C'è sempre un altrove dove sarebbe meglio andare, quasi sempre. Soprattutto quando hai davanti la notte, periodo della giornata in cui i marinai, esattamente come i cittadini, vorrebbero dormire. 

Analizziamo le diverse possibilità: 
1) Il vento non gira, resta da NNE di questa intensità: non è un problema, vento e ondina restano solidali e la barca subisce solo un beccheggio (il beccheggio è assai più gradevole e naturale del rollìo). L'ancoraggio su sabbia è ottimo e c'è la distanza giusta dalla spiaggia e dalla costa.
2) il vento resta da questa direzione e rinforza: ecco, questo non sarebbe piacevole ma almeno ti direbbe, senza incertezze, cosa fare. Che accada ora o di notte, in questa situazione, salpi l'ancora e te ne vai. Ma, appunto, sapresti dove andare perché il vento è deciso e dall'altra parte dell'isola o sulla costa occidentale di Peristera si starebbe sicuramente bene. Roba che in un paio di miglia ti ridossi e torni a dormire.
3) il vento cala del tutto: la situazione peggiore. La barca in breve tempo presenterebbe il suo fianco all'onda e inizierebbe il famigerato rollìo con balletto interminabile di tutto ciò che è dentro la barca, incluse le persone. Si potrebbe fissare una seconda àncora a poppa per scongiurare questa eventualità ma, nel caso in cui invece si verifichi la possibilità n. 2 sopra descritta, l'operazione di recupero complicherebbe e rallenterebbe la partenza.
4) il vento gira a NO come dovrebbe fare (diamine, Meltemi è il tuo mestiere, no?) e rinforza decisamente facendo calare in un istante l'onda residua. 
Accendiamo la n. 4 e decidiamo di restare. I canadesi, a bordo della loro barca verde (sarà colpa del verde, questa pigrizia del Meltemi?) prendono la stessa decisione. La notte è calata e li vediamo illuminare la scogliera con una torcia. Loro sono più vicini alla costa di noi e stanno calcolando solo ora la distanza nel caso si verifichi la possibilità 1.
A mezzanotte il bastardo si decide a darcela vinta. Gira lentamente verso NO e si decide a soffiare a 20 nodi, poi a salire. Il mare si calma in un nanosecondo, siamo fermi sull'acqua come su un invaso. Percepisco come fossi lì il sollievo dei canadesi. Mando un bacio della buonanotte al vento e lo stupisco: di solito non sono così felice di quando arriva sbattendo la porta. Ottimo, sto depistando il Meltemi, gli farà bene un piccolo germe di insicurezza.
P'acá y p'allá a Spartines
"Staremo qui finché non ti dai una calmata" gli dico con la confidenza di 3 anni di frequentazione. In realtà lui si placa subito ma noi qui a Spartines ci restiamo lo stesso per 3 lunghi e oziosi giorni. Perché? Perché è bello. Nessun altro motivo. Bello come quei posti dove vuoi restare finché non ti stanchi di star fermo. C'è acqua limpida, non troppo fredda, due spiagge di ciottoli, una scogliera di roccia bianca. Subito dietro, una foresta di pini di Aleppo fittissima, quasi impenetrabile, che arriva fino al dirupo e, dove c'è la spiaggia, fino all'acqua. 
La goletta verde dei Canadesi
I canadesi spariscono all'interno della barca, non li vedremo più fino all'ultima sera in cui prenderanno il tender e andranno in Paese lasciando la barca in rada. Noi stiamo molto all'esterno, invece. Io leggo, nuoto, scrivo, penso, cucino. Giovanni fa le stesse cose più o meno ma al posto di scrivere scende a terra a fare foto. A ognuno il suo.
A turno, andiamo al porticciolo di Patitiri a piedi. Noi, la nostra barca da sola non ce la lasciamo. E il nostro tender piccino non è all'altezza della distanza. 
Giovanni fa da apripista. Io, che col mio senso di orientamento e la mia distrazione sarei capace di sbagliare strada e arrivare un paio di giorni dopo al paese di un'altra isola, scelgo il secondo turno e seguo le indicazioni ricevute. O meglio, ho la saggezza di non seguirle, quando arrivata alla strada asfaltata non giro a sinistra come indicato ma a destra. Forse non è così vero che non ho senso dell'orientamento, mi disegnavano così, ma magari nel tempo sono migliorata.
La prima parte del cammino è in salita su un pavimento di aghi di pini. Le cicale urlano come ossesse, la fitta pineta si completa di macchie di arbusti e olivastri. Poi arrivo a un piccolo silente e sonnacchioso villaggetto. Un reticolo di strade di pietra, case bianche, due piccoli market. Un paese fantasma, intuisco che c'è vita dietro le finestre ma è ora di siesta. Arrivo alla strada asfaltata, butto via le indicazioni sbagliate e vado nella direzione giusta. Per sicurezza, chiedo conferma al benzinaio, l'ottengo, sono profondamente soddisfatta. È una sensazione molto particolare quella di avvicinarsi a un porticciolo a piedi mentre la tua barca ti aspetta in rada. Hai la voglia di scoprire, di sbirciare la banchina per capire se potrà essere un buon porto per P'acá y p'allá, di prenderti un bel caffè, sfruttare la wi fi, comprare un po' di pane. Un bagno di micro-civiltà, poi torni in rada a respirare quiete.
Il porticciolo di Patitiri
Eh sì, questa è l'eterna lotta interiore dei naviganti. Dopo qualche giorno in mare, hanno voglia di scendere a terra, di girare a piedi, di incontrare la gente, di comprar qualcosa che non ti serve poi molto ma, si sa mai, domani potrebbe servire: uno scotch di carta, una sagola, o chissà. Poi quando attraccano in porto, dopo 24 o 48 ore hanno la smania di partire, di tornare al rumore del vento che non è interrotto da nulla, di navigare, di tuffarsi e avere l'acqua del mare sopra la testa. Perché l'acqua del mare intorno non basta mai.
costa occidentale di Alónissos
Ecco, è questo il bello di questa passeggiata. Un pit stop di paese senza mettere i parabordi. E quella fantastica possibilità di monitorare l'ormeggio e di scandagliare a mano il fondo per non farlo poi quando arrivi in barca entrando prima di prua per leggere la profondità.
Patitiri è tranquilla: taverne e bar sul lungomare, in banchina una decina di posti ma solo alcuni hanno il fondale buono per noi. Comunque, quasi al limite: è poco meno di 3 metri, il nostro bulbo arriva a 2.40. Ci sono 2 posti perfetti per noi. Penso di chiamare Giovanni e dirgli di salpare da solo, io lo aspetto qui. Ci ripenso, rivoglio la mia rada, a Patitiri verremo domani.
Lasciare la rada di Spartines è dolore puro. Sono quei posti dove col vento solidale, resteresti una settimana: gli occhi non sono mai stanchi di guardare. Il verde contrasta con il bianco delle rocce, con il turchese del mare, ad ogni ora un effetto di luce diverso, una diversa profondità. 
baia di Mikros Mourtia, a sud di Alónissos
Passiamo oltre Patitiri per fare un bagno nella stretta e rossa baia di Mikros Mourtias, proprio sotto l'antica Chora. Meno maestosa di Spartines e con un ancoraggio più precario. Lo abbiamo fatto apposta, da qui è più facile andar via. l'ormeggio in porto, come sempre, ci offre la possibilità di girare un po' l'isola in moto in lungo e in largo. Mentre la costa orientale di Alónissos è frastagliata in tante piccole spiagge, quella occidentale è roccia e scogliere. Più aspra, meno accessibile, bellissima vista dall'alto. Le montagne dell'Eubea si stagliano all'orizzonte. 
La parte abitata di Alónissos è quasi completamente concentrata a sud di questa isola lunga e posta verticale. Il resto è terra selvaggia di macchia e pineta ad eccezione di un paio di approdi molto remoti ma anche sicuri. All'estremo nord, c'è Gerakas, una darsena dai buoni fondali e dal buon ridosso e una baia dall'acqua smeraldo. Null'altro. 
Gerakas, una darsena in the middle of nowhere
O meglio, qualcosa c'è: una piccola roulotte, tipo quella della vendita dei panini fuori dallo stadio, 6 lettini. Nella roulotte che propone caffè, bibite e snacks, un uomo e una donna aspettano dietro al banco. Forse oggi arriva qualcuno. Dai soli 6 lettini, su una spiaggia che ne ospiterebbe almeno 5 volte tante in un'unica fila, si capisce che la statistica non pronostica grandi affluenze. I lettini sono comunque omaggio, Giorgos e Maria, contano sul fatto che se arrivi fino a lì e trovi questa accoglienza, poi magari un caffè e uno snack te lo prendi. Ed ecco il loro guadagno.
Questa è Grecia: ti costruiscono accoglienza intorno. Senza essere invadenti, semplicemente interpretando i tuoi desideri, su questo cercano di vivere, ma senza lucrare né esagerare. E che tu contribuisca o meno al loro sostentamento, nel loro sorriso non cambia mai nulla. Mai che non ti salutino. "Espanol? Italiani?", te lo chiedono sempre, vogliono dirti qualcosa anche nella tua lingua. 

Steni Vala, costa orientale di Alónissos
Questo approccio, di popolo votato a costruirti un piccolo mondo intorno,  si nota ancora di più a Steni Vala, un micro porticciolo a metà del versante orientale dell'isola. Un molo che è valido ormeggio per barche con pescaggio ridotto. Dietro la banchina, 4 anonime costruzioni con un'unico terrazzo dove hai tutto quello che ti serve. Due bar, due taverne, un piccolo market. Si susseguono i tavolini senza soluzione di continuità. Wi fi a disposizione, tu scegli dove stare poi se ti serve la corrente per il PC, basta allungare la prolunga. I Greci sanno creare atmosfera. Prendono 4 sedie, le dipingono di azzurro, sfruttano l'ombra naturale di un albero, allungano un tubo dell'acqua dalla loro abitazione per lasciartelo in banchina ed ecco che il navigante ha tutti i comfort di cui ha bisogno. E se ti serve altro, se vuoi la nafta, un motorino in affitto, basta chiedere, loro sono lì solo per questo.
Se vuoi e puoi spendi qualcosa, se non vuoi o non puoi, fa lo stesso. Ed è probabile che il caffè te lo offrano loro. 
La prossima volta che un greco mi dice "Italiani - Greci: una faccia, una razza" devo ricordarmi di ringraziarlo. Qui sono sempre così, da noi questo atteggiamento c'è ma è molto molto meno diffuso.
Kokkino Castro
A sud di Steni Vala, c'è Kokkino Castro (Castel rosso), una piccola baia di ciottoli bianchi orlata di roccia rossa. Mentre Giovanni fotografa i ciottoli incastonati dentro la roccia, ci si avvicina l'unico bagnante, un sessantenne inglese. È visibilmente emozionato, si rivolge a Giovanni chiedendogli spiegazioni sul fenomeno geologico di quella baia. Forse c'era un fiume, qui, che in epoche lontane ha esondato e ha creato questo strano magma, non visibile da nessun'altra parte delle Sporadi? Intuisco che è una domanda vitale per lui. Rispondo io e vagamente dico di sì, è proprio così. Non ne ho la più pallida idea ma si vede che ci tiene, non oserei mai deluderlo. Allora lui, sempre più emozionato, scende nei particolari, chiede specifiche di rocce, parla di eruzioni vulcaniche. E niente, caro il mio british man, volevo barare per farti felice ma se tu insisti come posso continuare? 
Il mio "non lo sappiamo" risuona come una mannaia sul suo entusiasmo. Mi chiede conferma che Giovanni sia geologo, lo ha visto fotografare rocce e lo ha dato per scontato. Ahimé no, mamma mia, vorrei telefonare a Carlo, geologo, per chiedergli "dai ti prego, dimmi tutto ciò che sai sulle rocce di kokkino castro - Alonissos). Niente, faccio crollare le sue speranze, ci teneva tantissimo. Ma non importa, continua a parlarci della meraviglia della terra, metalbolizzando poco per volta la delusione. Poi ci saluta, si allontana, torna dalla moglie che scuote la testa. La immagino che dice "Devi sempre andare a dar fastidio a qualcuno tu, eh".
Veduta dalla Chora
Saliamo su alla antica Chora che fu distrutta dal terremoto del 1956 e in seguito ricostruita ma mai più tornata alla densità di abitazione di allora. Anche qui, l'approccio che crea atmosfera. piccole taverne si susseguono sfruttando tutti gli spazi disponibili, arrampicandosi su scalette, occupando balconi al primo piano. Mangi bene ovunque, scegli quella con il panorama che più ti somiglia. 
cimitero di Alónissos alla Chora
Su quest'isola, anche il cimitero è accogliente. Rispetto all'essenzialità di tanti altri, colpiscono i colori degli addobbi. Deve essere un nuovo cimitero, non trovo una data di morte antecedente al 2011. Fitto di tombe, non c'è nuovo spazio per nessuno, mi chiedo come faranno. Ma è probabile che adotteranno lo stesso sistema che usano per le taverne. Serve spazio, si crea, un piccolo muretto in calce bianca lungo il pendio ed ecco che le nuove anime che arrivano hanno un posto in prima fila.
Vi sembro macabra? Mi dispiace. Ma i cimiteri sul mare sono la mia passione. Trovo che non ci sia niente di più indicativo dell'anima di un luogo.

sabato 29 giugno 2013

A spasso per le Sporadi minori

Spòradi = gr. Sporàdes. Da speirò = spargo, sparpaglio, dissemino.
Il significato del nome di queste isole che costellano da ovest a est il nord egeo è appunto "sparpagliate", "irregolarmente disseminate". In antitesi alle ordinate Cicladi che vennero invece, appunto, sistemate in circolo (cyclos).
Amo le isole sparpagliate, ti dà l'impressione che una mattina potresti svegliarti e trovarcene una nuova, così, giusto perché Zeus ha scosso la saliera e ne sono scese ancora un po'. O magari queste isole le ha create la povera Era, per placare i suoi impeti di gelosia verso il fedifrago marito e le sue amanti, con un po' di sana attività fisica. Me la immagino, nei campi del cielo, con la gonna alzata a tenere le sementi, per spargerle sul mare e far nascere nuove isole. Magari dicendo "qui ci mando quella zoccola di Alcmena, lì invece Persefone….." e così via...
Siamo entrati in un regno in cui il meltemi sembra essere regolamentato. Lo dico a bassa voce, perché si sa, il ragazzo è dispettoso e abbiamo ancora parecchie miglia controvento da fare. Fatto sta che registriamo una veloce sfuriata di 24 ore e poi tutto si acquieta per 4 o 5 giorni. Il senza vento ha un suo perché per i velisti quando la tua rotta e proprio in faccia al vento dominante.
Ancoraggio a sud di Skyropoula
La nostra rotta da Skyros, prevede di salire ad Alonissos, deviare a ovest su Skopelos, poi tornare indietro verso est fino a Kyra Panaghia e da lì salire in Calcidica. 
Il viaggio tra le sparpagliate è ricco di soste. La prima per noi è a Skyropoula, piccolo satellite di Skyros 3 miglia a est. Vi è una sola baia sulla costa sud buona per l'ancoraggio. Fatta a forma di radice di molare, ha due piccole insenature. Quella a Ovest è occupata da una barca a motore, ci prendiamo l'altra. Acque turchesi, silenzio, rocce, qualche capra. Nient'altro. Skyropoula è una delle tante micro-isole greche in vendita. Questa però è sempre stata proprietà privata, dal 1800 fino al 2001 di una famiglia greca, gli Antoniades, con una significativa storia navale e militare. Nel 2001 fu venduta a un milionario cipriota che ora l'ha messa in vendita per 21 milioni di Euro. (Nel caso vi tormentaste con la domanda "Che ci faccio con tutti quei soldi se vinco il Superenalotto?"). 
Fermi in rada, niente campo telefonico, necessità di controllare il consumo energetico: ottime scuse per scrivere poco, leggere molto, nuotare in acque che, non a torto, sono rinomate per essere tra le più limpide dell'Egeo. Il giorno dopo tocchiamo il record di 4 isole in un solo giorno che ci imporrà poi di rallentare il ritmo e tornare slow sailors a tutti gli effetti. Sembra un'impresa, non lo fu. Il ritmo era già sufficientemente rallentato. Da Skyropoula in 20 miglia sei a Skantzoura e con altre 10 a Peristera e Alonissos. La sensazione immediata per noi, nuovi dell'Egeo del Nord, è di una sovrabbondanza di verde. La vegetazione di macchia mediterranea (lentischi, corbezzolo, mirto) e di fitte foreste di Pino d'Aleppo arriva fino al mare, lasciando solo una piccola striscia di roccia ora bianca, ora grigia ora di terra rossa. Registro in me una immediata sonnolenza, confermando la strana teoria che avevo sentito una volta sull'effetto soporifero che crea la montagna d'estate. Io detesto il colore verde, ma riconosco che è riposante, per gli occhi e persino per la gola. Perché senti che questa è terra che non ha mai sete, ha da bere a sufficienza per tutto l'anno.
Skantzoura - Ancoraggio a Sud Ovest
 Prova ne è che il cielo sopra le Sporadi ha sempre qualche nuvola che corre veloce, mentre nel resto dell'Egeo da Giugno a Settembre non ne conti una. Iniziano a cantare le cicale (e da una settimana non hanno mai smesso) e capisco che per le formiche di Esopo sia stato davvero eroico non compiere un brutale attentato ma limitarsi a dar loro una piccola lezione morale (odiosa lezione, peraltro, diciamocelo). 
In questa mia particolare atmosfera oziosa, aiutata da vele che gioco forza restano a riposare per mancanza di vento, dalla pigrizia che mi invade e di cui dò tutta la colpa al verde, mi soffermo a pensare ai messaggi che mi arrivano dal mondo produttivo. "Goditi la vacanza", "Sei già in vacanza?", "Ah che bella vacanza la tua". Cose così. Mi chiedo dove sia l'errore. Sono io che mi sono spiegata male o alcune persone hanno abbandonato l'abitudine di ascoltare il prossimo? Temo entrambe le cose.
Rimpiango di non avere il mio Devoto Oli con me, ma oggi con internet trovi tutto. 
VACANZA = Periodo di libertà dal lavoro o dagli obblighi scolastici in coincidenza con festività, turni di riposo o altre circostanze: andare in v.; prendersi una v.
Considerato che ormai da 3 anni, il "mio periodo di libertà" dura la metà di ogni anno, temo che chiamarlo vacanza sia un tantino inadeguato. Primo: bisognerebbe avere un lavoro o un obbligo scolastico da cui prendersi la cosiddetta vacanza. Secondo: bisognerebbe considerare il mio andar per mare come periodo di riposo dalle fatiche invernali. È vero esattamente il contrario. Sono in vacanza quando sono a Roma, dove vado a dormire la sera senza mai chiedermi se l'ancora terrà o meno e non preoccupandomi affatto di un eventuale giro di vento. Sono in vacanza in un Paese in cui trovare lavoro ti espone al rischio di pagare le tasse su un fatturato che non verrà mai pagato, quindi lì sono in vacanza per non fare guai. È metà della mia vita, non è la mia vacanza. Ed è solo metà della mia vita solo perché ci sono le stagioni e alcune di queste sono poco amiche dell'andare per mare. 
Intendiamoci, le ho fatte pure io le vacanze in passato, per oltre 20 anni. Così brevi da pensare che era meglio chiamarle semplicemente "Vac" tanto per risparmiare tempo. Tanto incerte nel loro inizio e fine, sempre spostate, spesso annullate, a volte persino revocate, da crearti un'ansia da vacanza che quando agosto passava ti sentivi assai meglio. 
io e P'acá y p'alla e il nostro "duro lavoro"
Poi ho fatto una scelta diversa e questa è la vita: il mare, la Grecia, il mondo intorno che avevo iniziato a non ascoltare più, la gente semplice, il tempo per leggere, scrivere, pensare, parlare con gli altri. Parlarci veramente, di cose semplici, guardandosi negli occhi e senza ruoli da interpretare. Questa è la vita per me, il resto deve riuscire a incastrarsi in mezzo.
Però continuano a chiamarmele vacanze. E a me sembra offensivo, pensando  a tutti quelli per cui la vacanza sono 15 giorni a cavallo di ferragosto, a tutti quelli che aspettano e lavorano sodo per potersi godere quella parola che è di diritto solo loro, non mia. Anche se sarebbe meglio si chiamasse "Vac", senz'altro. Una parola di stretto appannaggio di tutti coloro che hanno scelto di restare in un sistema organizzato, per obbligo (e questi li amo di più) o per semplice piacere. Loro, vanno in vacanza. Non io. Io sono semplicemente vacante, ma non in modo temporaneo.
Roccia giallorossa a Skantzoura
Ma che t'arrabbi? direte voi. Tutto per una semplice parola.
Sì, ma quella parola in molti casi nasconde una radicata convinzione, che sia vacanza tutto ciò che non è legato a un qualcosa di redditizio. Non può che essere uno stato temporaneo perché l'essere che non produce reddito è inutile e peccatore.
Bene, sapete che c'è? Che ci sono lavori secondo me, attività e successi che sono il modo migliore di essere in perenne vacanza. Da se stessi. 
Perdonate la divagazione, era un po' che covavo questo pensiero e Skantzoura l'ha portato alla luce.

Skantzoura è un'altra delle Sporadi disabitate. Marmo bianco, rocce gialle e rosse, vegetazione bassa, qualche uliveto e qualche vigna. E' il regno di alcune specie di uccelli come il falco di Eleonora. 
Ancoraggio a sud est di Peristera. Sullo sfondo gli isolotti di Dio Adhelfi.
Qui non troviamo nessuno, dove sta la folla delle Sporadi? Dove sono le flottiglie charter? Qui sembrano non arrivare, eppure siamo a 20 miglia da Alonissos, poco più da Skopelos. In una giornata con debole vento da nord e con mare calmissimo. Al centro dell'isola di Skantzoura c'è un monastero abbandonato, l'Evanghelistria, che non visitiamo per evitare le vipere di cui, pare l'isoletta abbondi. A Sud ovest c'è una baia riparata perfetta per l'ancoraggio, ma si può stare solo di giorno, perché anche Skantzoura fa parte del parco. Da lì, via, sempre a motore e in assenza di vento fino a Peristera, altra disabitata delle Sporadi. Antico covo di pirati, Peristera ha un paio di grandi insenature a sud est. La macchia si infittisce, crescono i Pini che vedremo poi esplodere ad Alònissos. Di barche se ne vedono ancora molto poche. Ma forse pure loro, si sparpagliano...

giovedì 27 giugno 2013

Skyros. Se fossi un'isola.

Se fossi un'isola sarei Skyros. Incoerente nella socialità, inquieta, lunatica. Volutamente lontana dalle rotte, per andarci devi volerci andare perché non è per caso che la incontri. È un'isola piena di sincerità e lontana dalle finzioni. Dà le spalle alle sorelle più famose Skiathos, Skopelos e Alonissos, le tiene a distanza, diffida di loro. Non ne soffre, certe isole preferiscono stare per conto proprio. Poi si lamentano della solitudine. Ma, appunto, è l'incoerenza. 
Chi da Atene va verso la Calcidica, sceglie di solito la via del canale di Halkida stretto tra l'Attica e l'Eubea, ben più facile anche se più lunga del passaggio allo stretto di Doro. 
Skyros è nascosta lì, dietro l'Eubea, quando superi il canale è già troppo lontana, troppo a sud per fare una deviazione. 
Viceversa, chi è alle Sporadi e, non avendo fretta di tornare, progetta di girovagare nell'Egeo, vuole perdere lentamente i gradi verso sud. Cerca di forzare la mano e andare a Est per scendere poi con il vento a favore. 
Ormos Glifadha, a sud di Sarakino.
Il nostro prologo di Skyros è Sarakino, poco più di uno scoglio di roccia a sud dell'isola. Abbiamo individuato una spaccatura nella roccia che nasconde una piccolissima baia. Ci avviciniamo seguiti dal perplesso Luciano che dice "sicuri che c'entriamo?"
Ci si entra giusto giusto in due, in questo fazzoletto di acquamarina perfetta incastonata tra gli scogli. 
Passiamo qui, con ancore e cime a terra, la nostra ultima sera insieme prima di separarci. Leggo negli occhi di Luciano quello stupore felice che noi avevamo nel primo viaggio. "È un paradiso" dice estasiato. 
Mi guardo intorno sentendomi in colpa e chiedendo silenziosamente scusa a quello che ormai considero il mio Paese. Siamo ormai talmente assuefatti a questa bellezza, a questi gioielli sparsi in Egeo che li diamo per scontati. Mentre scontati non sono. Mi diverte pensare a quanti altri paradisi vedrà Luciano su questa rotta, prima di allenare la sua vista a considerarli normali. Peccato separarsi, avrei voluto continuare a vedere il suo stupore in tutti i posti in cui mi sono stupita io. Ma conto di incontrarlo di nuovo. La strada è quella, il punto di ritorno pure. Basta che Luciano accetti che tornare in Italia prima dell'olio nuovo non s'ha da fare. Lo invidio un po', quante cose di cui meravigliarsi ha davanti a sé. Va bene, dai, anche noi siamo entrati nel nuovo, non sarà difficile continuare a stupirci.
Stavros e l'acchiappo della capra.
Non c'è nulla a Sarakino, tolte 2 capre e 5 pastori. "Non sono troppi 5 pastori per due sole capre?" si chiedono Luciano e Giovanni che vanno avanti pronosticando in chiave thriller un funesto proseguimento della serata. Per non lasciarmi prendere dal panico, visto che la chiave thriller concerne soprattutto il destino dell'unica donna presente, dò subito un nome ai due boss del team pastorizio: Spyros e Stavros. Ecco, dandogli un nome, come sempre, riesco a costruirci su un carattere e un'indole benigna. Una storia buona, insomma. Sono salva e dormo tranquilla. 
P'acá y p'allá a Sarakino
La mattina dopo, scopriamo che le capre non erano solo 2 ma un discreto numero e assistiamo a una cerimonia di spartizione del gregge in due squadre. Sembrano le selezioni di Rubabandiera, Spyros da una parte e Stavros dall'altra, scelgono una ad una le capre e le dividono in due gruppi.  Una prende la via dei monti, l'altra resta confinata e mestamente si avvia al recinto. 
È giorno di tosatura! Spyros, Stavros e compagnia bella afferrano una ad una le capre della squadra B per il collo con il bastone (ecco perché ha quella forma) e senza troppi complimenti procedono alla tosatura con forbicioni che per fortuna non abbiamo notato ieri sera. 
Mi tengo a distanza di sicurezza, mentre per Giovanni la curiosità ha la meglio. I pastori lo accolgono con grandi sorrisi, lo invitano a entrare, si propongono anche di fargli un taglio di capelli "à la chevre". Dalla spiaggia li vedo gesticolare, in un dialogo misto di greco e italiano in cui risuona diverse volte "una faccia, una razza", il segnale che sì, dai alla fine ci si intende. 
La costa nord orientale di Skyros, vicino a Achilli
Giovanni torna e mi dice che non ha capito nulla di quel che hanno detto, forse ci hanno segnalato uno scoglio pericoloso all'uscita della cala, o un pesce molto grande di stanza qui, o magari chissà, magari hanno solo detto in greco "una faccia, una razza". Partito Luciano, ci sentiamo un po' troppo soli qui e allora dirigiamo su Linaria, porticciolo a sud dell'isola" per consolarci del distacco dal nostro amico e trovare altre voci.
Il porticciolo di Linaria a Skyros
"A Skyros c'è chi viene una volta e torna per sempre. E chi, invece, la odia da subito e fugge via. È l'energia. C'è un accumulo fortissimo di energia che passa dalla terra all'uomo. La ami o la odi, a seconda di quanto la tua anima vuole energia", mi spiega Giorgos, addetto al wellcoming del porto e tante altre cose.
La sua anima, evidentemente voleva energia. Giorgos vive ad Atene ma da anni sta qui, nel porticciolo di Linaria,  per più di 6 mesi l'anno. "This is my card with my mobile number, please call me for everything you need, I want to know all about you, I'm not only wellcoming you, I'm taking care of you", dice, mentre sistema i nostri parabordi sulla fiancata dopo l'ormeggio all'inglese e ci allaccia alla colonnina per la corrente. "It's my job", spiega con una qualche fierezza.
Un cartello avvisa i diportisti che bisogna recarsi all'autorithy port per pagare il diritto di ormeggio ma che acqua, elettricità e wi fi access sono offerti gratuitamente dagli esercenti di Linaria. 
Dopo questa accoglienza, l'italiano sano, allenato alla diffidenza, immagina che il transit fee sia comparabile a un costo italiano, dove tra l'altro l'ormeggiatore è già tanto se tira stancamente la cima del corpo morto per permetterti di recuperarla, bofonchiando a stento un "je la fisso o je la ridò la cima di poppa?" e facendo poi quasi sempre il contrario di quello che gli viene risposto.
Limeniskos (porticciolo) di Molos
L'italiano sano Giovanni sorride perché è esattamente quello che sta pensando. Io no, sento che la spiegazione è un'altra. 8 euro il transito per notte, in un porto con soli 10 posti barca e dotato di corpi morti. Appunto, la spiegazione è un'altra. 
Se a Skyros non interessa essere benvoluta, ai suoi abitanti sì. Vogliono che tu scopra la loro terra, che tu torni lì, che tu ne parli bene. Vogliono che la loro isola abbia il suo meritato turismo, quello che gli dei, per una collocazione fausta e infausta allo stesso tempo, le hanno di fatto negato.
Agios Nicholaos nella baia di Achille
Quello di Giorgos, non è solo un gentile discorso di benvenuto ma un briefing approfondito, con tanto di test per monitorare le esigenze del cliente e un po' di sano marketing turistico sulle attività commerciali dell'isola. Ci indica subito dove affittare uno scooter, poi lo ritroveremo proprio lì perché è suo anche quel negozio. Giorgos è un multitasking, ha mille attività e, scoprirò poi, diverse società che gestisce anche a Atene. D'altra parte è figlio di un pubblicitario. Ha anche una bella idea di business da propormi, non fosse che sono ancora allergica al business sarebbe davvero valida. Ci penserò.
Cantiere per barche da pesca a Linaria
Intanto, invece di un giorno, decidiamo di raddoppiare la sosta. Well done, Giorgos, a dimostrazione che il marketing quando è trasparente funziona.
4 taverne, 2 bar, 3 minimarket, un piccolo cantiere nautico per pescherecci e un negozio di ceramiche. Questa è Linaria, dove i navigatori in transito convivono con i pescatori. Pacificamente. Anche i pescatori sembrano infatti coinvolti nella filosofia "filo-turistica" di Giorgos.
Dall'altra parte, sul versante nord dell'isola, che ha una forma a farfalla con un istmo che le impedisce di essere due isole, vi è un "Nuovo Marina", virgolettato non a caso.
"Nuova Marina" di Skyros
Non vi è assolutamente nulla in questa darsena quadrata: qualche bitta arruginita, un piazzale incolto. Solo due barche da pesca ormeggiate all'inglese ben distanti dal molo. Si intuisce che è soggetto a forte risacca. Il portolano dice che con più di Forza 4 è proibito uscire e entrare dal porto. Vale a dire, forse un paio di giorni l'anno il porto è usufruibile, non di più. Ovviamente non c'è alcun addetto del porto, alcun ufficio, alcun servizio. Non essendoci clienti non avrebbe gran senso. 
Chiediamo a Giorgos, nostro mentore ormai, che scuote la testa e dice che è un progetto sbagliato aggiungendo a quello che abbiamo già visto che, all'interno della darsena, alcune rocce riducono di molto il fondale e obbligano le barche con un pescaggio superiore al metro ad una ridicola gimkana.
Ci svela però un idea che attribuisce al direttore del porto ma che invece secondo me è sua (o forse è lui stesso anche il direttore del porto?) che mi sembra geniale: scavare un canale per la lunghezza dell'istmo (quasi 3 chilometri di pianura), largo 15 metri e profondo 5. Il canale sarebbe dragato naturalmente dalla corrente da nord e permetterebbe il passaggio da sud a nord in maniera molto agevole. Lungo il letto del canale si potrebbero costruire delle belle casette con posto barca annesso, oltre a aumentare notevolmente sia sul lato sud dell'isola che su quello nord i posti a disposizione delle barche in transito. Mi spiega che il costo dei lavori sarebbe ripagato in brevissimo tempo dalle attività che verrebbero messe in piedi e non dubito che abbia già buttato giù un business plan dettagliato.
Molos - vista dalla Chora
Ma la cosa che mi colpisce nel suo discorso non è tanto la fantasia ardita e l'astuzia dell'idea, mi sto abituando alla mente fertile di Giorgos, quanto una cosa che mi ha detto nel prologo del racconto. "C'è stata una riunione con il comune e l'autorità portuale per capire come riutilizzare quest'area del marina e non dispederdere gli investimenti fatti".  Cioè, in Grecia, quando si fa un errore, ci si siede a tavolino e si cerca di trovare una soluzione. Non di stilare le colpe, né di arrangiare qualcosa per nascondere lo sbaglio. Ma di trovare un'idea che capovolga l'errore in vantaggio. Per l'isola.
La Chora di Skyros
La Chora è silenziosa e sonnolenta. Il museo archeologico raccoglie una piccola collezione di ceramiche dell'epoca del Bronzo proveniente dagli scavi del sito preistorico di Palamari a nord dell'isola.  
Nella leggenda, Skyros fu piuttosto spietata con due eroi greci: Teseo  e Achille. Il primo fu oggetto di scambio tra regnanti, Licomede, re di Skyros lo buttò da una rupe per ingraziarsi Menesteo nuovo re di Atene. Poi il delitto venne fatto passare per incidente, allora si barava ancora con i fatti non potendo contare sulle lungaggini dei gradi di giudizio e sulle leggi ad personam. Il prode Achille invece, venne nascosto a Skyros dalla madre Teti per evitargli il servizio militare che era annunciato funesto. Travestito da ragazza, si faceva chiamare Pirra (rossa) per la sua capigliatura. Ma Ulisse lo smascherò con astuzia, lo prese per un'orecchio e lo trascino nella guerra di Troia. 
Statua di Rupert Brooke
In anni più recenti, il poeta inglese Rupert Brooke visse e morì a Skyros. Qui è la sua tomba e alla Chora negli anni 30 venne eretta statua del poeta.  Completamente nudo, cosa strana per un poeta, cosa davvero amena per gli anni '30. Pare che gli isolani non gradirono questo esagerato realismo ma la statua è ancora lì, senza un drappo addosso.   Forse è per questo che troviamo la piazza Rupert Brooke completamente vuota. Ma se allora il tentativo di boicottaggio non funzionò, altrettanto non mi sento di dire per la protesta che gli Skyrioti stanno portando avanti in questi anni contro un progetto di parco eolico di proporzioni gigantesche che Stato e Chiesa in accordo vorrebbero edificare nella parte meridionale dell'isola. Sarebbe il più grande parco eolico d'Europa, con pale alte oltre 150 metri che permetterebbe alla Grecia di rispettare i suoi impegni con l'Europa di coprire con le rinnovabili il 20% del fabbisogno totale. Ok, cosa buona ma….. tutte qui in questo fazzoletto di terra queste pale? E le specie protette?  
Stato e Chiesa dicevo. Sì la Chiesa ha un suo ruolo: il terreno del paventato parco eolico è del monastero Megisti Lavras e l'istituzione religiosa ha da tempo avviato la trattativa per cedere la terra all'Ente governativo per l'energia. Non so come mai, ma sento che stavolta vinceranno i cittadini. Loro e i pony di skyros a cui sono sicura delle rinnovabili non frega nulla. 
Ne conosciamo due di questi pony caratteristici, Afrodite e Psarou, la loro padrona ci corre incontro e ci invita a entrare, poi si offre di regalarci due uova, qualche pomodoro, almeno di venire a bere un caffè greco. Sono così gli isolani, pieni di energia, hanno voglia di farsi conoscere. 
Quest'isola è deserta, selvaggia, sembra essere irraggiungibile mentre non lo è affatto. Con 40 euro, voli andata e ritorno da Atene e ogni sera a Linaria arriva il traghetto dall'Eubea.
L'arrivo del traghetto a Linaria

Anche qui, l'arrivo del traghetto è un'esperienza da vivere, ma qui di più, qui diventa spettacolo: la perfezione della manovra, allenata a tutti i venti, la millimetrica precisione dell'approdo con lo scivolo di poppa che tocca il molo nel momento esatto. Il lancio delle cime coreografico e preciso. Il tutto sottolineato dalle note di "Così parlò Zarathustra" suonate ad alto volume. No, non è un'aggiunta della mia fantasia. Ogni sera, in perfetto sinc con l'arrivo del traghetto, il bar sul porto fa suonare questa musica. E sembra che la manovra sia a tempo perfetto. La marina e la musica in Grecia sono 2 arti che si incontrano. A noi, invece, toccano gli inchini di Schettino.